Il Laos è un paese insolito per questa regione. Tanto per cominciare è l’unico senza sbocchi sul mare, stretto tra giganti come Cina, Thailandia, Myanmar e Vietnam. È anche uno dei paesi con la densità di popolazione più bassa: otto milioni di abitanti su una superficie di 237mila chilometri quadrati. È prevalentemente montuoso ed è attraversato da nord a sud dal Mekong (madre di tutte le acque), ottavo fiume al mondo per portata. Un’arteria fluviale intorno a cui sono sorte civiltà importanti. Un nome che evoca esotismo, napalm, vietcong, delta, risaie, profumi di foresta pluviale e mantra buddisti.
Il Laos ospita più di 40 gruppi etnici, quindi ha un’enorme diversità culturale e linguistica rispetto ai paesi vicini. Il buddismo theravada è prevalente: permea l’intero territorio e ogni aspetto della vita sociale. È il sudest asiatico lento, tranquillo, quasi privo d’industria e ancora legato a paesaggi rurali e a uno stile di vita ormai scomparso nel resto della regione, fatta eccezione per la Cambogia. Durante l’epoca coloniale francese fu coniata la frase: “I vietnamiti piantano il riso, i cambogiani lo guardano germogliare, i laotiani lo ascoltano crescere”, in riferimento alla quiete assoluta, alla calma estrema e alla filosofia di vita pen nyang (senza fretta) di questo piccolo paese. Forse è per questo che lo adoro.
La capitale culturale e religiosa è Luang Prabang, nel nord, sulle rive del Mekong. Ha un aeroporto internazionale ben collegato con Bangkok e con altre destinazioni regionali, cosa che la rende il punto di partenza ideale per attraversare il Laos da nord a sud. Nel 1995 la città è stata dichiarata patrimonio dell’Unesco per la sua architettura coloniale e per i 35 templi buddisti.
Pinnacoli calcarei
A Luang Prabang, come in tutto il Laos, ci si alza presto. Le prime a svegliarsi sono le donne che vendono la merce al talad sao, il mercato del mattino. Vivono sull’altra sponda del fiume e prima dell’alba attraversano il Mekong con le piroghe per assicurarsi un buon posto al mercato. Devono vendere tutto prima che il caldo tropicale diventi soffocante. Ciononostante il mercato non è rumoroso né frenetico.
In realtà, nulla è rumoroso o stressante in Laos. Il buddismo, che è una religione ma anche uno stile di vita, influenza ogni gesto quotidiano e i turisti occidentali restano affascinati da questo ritmo laotiano, che ha a che fare con una concezione intelligente dell’esistenza. Luang Prabang è l’antitesi della città asiatica soffocata dall’inquinamento e dal traffico. Le rare auto e moto non superano i trenta chilometri all’ora e sono abbastanza silenziose.
Se si è stanchi di visitare i templi di Luang Prabang si può salire sulla collina di Phou Si e vedere il tramonto o fare una passeggiata nel mercato notturno, dove si può cenare nei chioschi di strada. Oppure si può noleggiare una _ heua saa_, la tradizionale imbarcazione laotiana stretta e lunga, con la prua rossastra rialzata, e navigare lungo il Mekong per un paio d’ore fino a Pak Ou, una grotta sacra accanto al fiume, dove da tempo i viaggiatori si fermano per pregare e offrire fiori e statuette del Budda, chiedendo protezione durante il viaggio. Per questo ci sono migliaia di Budda di ogni dimensione e stile.
Da Luang Prabang a Vang Vieng, la tappa successiva, ci sono duecento chilometri. Un tempo ci volevano tra le sei e le sette ore per percorrerli, lungo una strada che sembrava appena bombardata. Da alcuni anni ci si impiega solo un’ora grazie a un treno veloce costruito dalla Cina come prima fase di una grande opera infrastrutturale denominata Rete ferroviaria panasiatica, che in futuro dovrebbe arrivare fino a Singapore.
Vang Vieng era un villaggio rurale che si è trasformato in una destinazione turistica grazie a un paesaggio spettacolare: pinnacoli calcarei inghiottiti dalla giungla che emergono tra risaie di un verde elettrico, il tutto irrigato dalle acque color cioccolato del fiume Nam Song, un affluente del Mekong. Il paese in sé non è granché, ma i turisti ci si fermano per la vasta scelta di sport all’aria aperta: escursioni in canoa sul fiume, speleologia e trekking. È un buon posto dove trascorrere un paio di giorni e fare una sosta tra Luang Prabang e la capitale Vientiane.
La capitale laotiana è una città moderna con pochi luoghi da visitare, ma vale la pena di dedicarle almeno una giornata, fermandosi al Wat Sisaket, il tempio con il chiostro pieno di statue del Budda e al tempio del Budda di smeraldo, nato nel 1560 e ampiamente ricostruito nei secoli successivi. Un altro luogo imperdibile è la grande stupa (un monumento spirituale) Pha That Luang, che conviene vedere al tramonto, quando il sole calante fa risplendere i suoi 500 chili di foglie d’oro. Tra rue Setthathilath e quai Fa Ngum c’è un quadrilatero di strade pieno di ristoranti, consigliato per chi ama la cucina internazionale o vuole bere qualcosa prima di cena.
Il paesaggio del Laos meridionale è più monotono rispetto a quello del nord, ecco perché consiglio di prendere un volo interno da Vientiane a Pakse (670 chilometri), capitale della provincia di Champasak e principale città del sud. È un grande centro urbano e un importante nodo di comunicazione, grazie all’aeroporto e al ponte sul Mekong.
Dal punto di vista monumentale non offre nulla, ma è la base di partenza per esplorare questa parte del paese, in particolare l’altopiano di Bolaven, a più di mille metri di altitudine, noto per le sue piantagioni di caffè (molte si possono visitare e si possono comprare i loro prodotti) e per i villaggi abitati da minoranze etniche, come katù o laven, e soprattutto per le cascate, tra cui quelle di Tad Fane e Tad Yuang, a circa trenta chilometri da Pakse, oppure quelle di Tad Lo, a circa ottanta chilometri.
A 45 chilometri dalla città ci sono le rovine di Vat Phou, il complesso di templi khmer edificato tra l’undicesimo e il dodicesimo secolo dall’impero cambogiano, che si estendeva su gran parte del sudest asiatico, oltre all’attuale Cambogia, e che aveva come capitale Angkor. La sua posizione, in un luogo selvaggio e montuoso, con vista sul bacino del Mekong, rende Vat Phou un luogo carico di bellezza e simbolismo.
Il Laos termina a sud a Si Phan Don, che in laotiano significa “le quattromila isole”. Qui il Mekong si divide in un’infinità di ramificazioni che racchiudono isole fluviali di ogni dimensione e forma. Non so se siano davvero quattromila, ma il labirinto acquatico è formidabile, soprattutto alla metà di settembre, nel pieno del monsone, quando le acque straripano scendendo impetuose e formando dei vortici mentre si dirigono verso il delta e l’oceano Pacifico.
Le isole più famose e attrezzate meglio sono due: Don Det e Don Khone, collegate da un ponte di epoca coloniale. I traghetti diretti alle due isole partono dal porto di Ban Nakasang, 145 chilometri a sud di Pakse. Sulle isole ci sono tante sistemazioni di ogni tipo, di solito molto semplici. Oppure cottage più o meno confortevoli, con una piccola terrazza e la vista sul fiume, dove stare due o tre giorni in un ambiente idilliaco osservando il tramonto e l’alba sul Mekong.
Le cascate
Nel 1866 la Francia, che aveva instaurato un regime coloniale nel sud del Vietnam, inviò una spedizione per esplorare il Mekong e studiare le possibilità di farne una via commerciale verso l’interno dell’Indocina. Gli esploratori s’imbatterono in due gruppi di rapide, nella zona che oggi segna il confine tra Laos e Cambogia, che resero impraticabili i loro piani. Si tratta delle cascate Li Phi e Pa Pheng, sull’isola di Don Khone, visitabili dalla terraferma deviando lungo una strada che porta al confine con la Cambogia. Non si tratta di salti d’acqua con metri e metri di dislivello, ma di rapide nelle quali il fiume accelera con una violenza inconsueta, soprattutto nella stagione delle piogge, quando enormi quantità d’acqua scendono dal Tibet. La furia della corrente si vede bene dalle nuove passerelle metalliche sopra le cascate Li Phi.
Il turismo è una fonte economica importante per il Laos e anche se il numero di visitatori è modesto (4,5 milioni di turisti all’anno contro i 35 milioni della Thailandia), il governo laotiano sta investendo nel rinnovamento delle infrastrutture turistiche, come quelle di Li Phi, per garantire il divertimento. ◆ sc
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Questo articolo è uscito sul numero 1686 di Internazionale, a pagina 74. Compra questo numero | Abbonati