Da un giorno all’altro la seconda città del Mozambico è sparita. Tutte le luci di Beira si sono spente. I suoi edifici sono scomparsi sotto sei metri d’acqua. Le strade sono state spazzate via, i ponti divelti alle fondamenta, nessuno sa ancora quanti degli abitanti siano riusciti a sopravvivere. Si erano radunati sui tetti di palazzi a tre piani con l’acqua che gli arrivava ai piedi o erano rimasti aggrappati ai rami degli alberi più alti a lottare contro i venti di burrasca, in attesa di un salvataggio che per molti non è arrivato.

Il ciclone Idai, che ha raggiunto Beira la notte tra il 14 e il 15 marzo, non è stato un disastro naturale come tanti altri. Nel corso degli anni il Mozambico aveva già affrontato una lunga serie di inondazioni, ma quest’ultima tempesta è stata la più potente nella storia del paese. È stato un “disastro di ampie proporzioni”, ha commentato il presidente Filipe Nyusi dopo aver sorvolato l’area alluvionata e aver visto dei cadaveri che galleggiavano nell’acqua dove prima c’erano dei villaggi.

Secondo la Croce rossa, più del 90 per cento di Beira, una città di 500mila abitanti, è stato distrutto. Le Nazioni Unite hanno parlato del “più grave disastro legato al cambiamento climatico mai accaduto nell’emisfero meridionale”. Oggi Beira – o quello che ne resta – è quasi completamente isolata dal resto del paese. Come hanno scritto alcuni giornali, è “un’isola nell’oceano”. Dopo aver colpito la città costiera, il ciclone ha proseguito il percorso verso l’interno, spazzando la provincia di Sofala e poi il distretto di Chimanimani, nel vicino Zimbabwe.

Man mano che si allontanava dal mare, la perturbazione si è indebolita, ma è rimasta abbastanza forte da far saltare gli argini dei fiumi, travolgere ponti, allagare città e paesi. Pur non essendo stato colpito direttamente dal ciclone, anche il Malawi è stato interessato da piogge torrenziali che hanno causato vaste alluvioni.

Il peggio deve arrivare

Secondo i dati ufficiali, finora si contano 468 morti in Mozambico, 56 in Malawi e 259 in Zimbabwe. In totale si stima che almeno 2,6 milioni di abitanti di questi tre paesi siano stati colpiti in qualche modo dal ciclone e che centinaia di migliaia siano rimasti senza casa. Si prevede anche che i bilanci possano aggravarsi perché l’alluvione potrebbe non essere finita.

Ma il peggio deve ancora arrivare. Prima di ricostruire le loro vite, le persone dovranno affrontare gli effetti secondari del ciclone, che saranno con ogni probabilità più devastanti della perturbazione stessa.

La minaccia più immediata è la mancanza di cibo e acqua potabile. Questa è una delle regioni più povere e con una delle popolazioni più vulnerabili del mondo. Qui la gente mangia quello che coltiva. I campi sono stati allagati poche settimane prima della stagione del raccolto, e le provviste sono state danneggiate. Dove troveranno da mangiare? E quanto tempo dovrà passare prima che la terra possa essere di nuovo coltivata?

Da sapere
La zona colpita
Copernicus Sentinel data (2019), elaborati da ESA, CC BY-SA 3.0 IGO

◆ Le immagini satellitari mostrano l’entità dell’inondazione intorno alla città di Beira. L’area interessata misura circa 2.165 chilometri quadrati e comprende alcuni dei distretti più densamente popolati del Mozambico. Le zone colpite più duramente sono state le pianure costiere, che si trovano tra gli altipiani e le montagne. In alcuni punti l’acqua che copre il terreno arriva a misurare sei metri di profondità. The Guardian


All’inizio del 2019, a causa delle precipitazioni scarse, in Zimbabwe 5,3 milioni di persone (su una popolazione complessiva di 16,5 milioni di abitanti) avevano bisogno di aiuti alimentari. Il governo non sapeva dove trovare questi aiuti. La penuria ora rischia di trasformarsi in una carestia, simile a quella che seguì le inondazioni in Mozambico del 2000.

Per uno spietato paradosso i sopravvissuti del ciclone Idai devono stare attenti a quello che bevono. Gran parte dell’acqua che li circonda non è adatta al consumo umano e c’è la possibilità che le alluvioni abbiano contaminato l’acqua dei pozzi.

Nel solo Mozambico il ciclone ha distrutto almeno una trentina di ambulatori. Finché le organizzazioni umanitarie non arriveranno nell’area colpita i sopravvissuti non avranno alcuna protezione dalle malattie che inevitabilmente accompagnano le alluvioni, come il colera e la malaria.

Mari più caldi

È impossibile affermare con certezza che il ciclone Idai sia stato causato dal cambiamento climatico: la scienza non funziona così. Questo però non ha impedito al quotidiano filogovernativo Zimbabwe Herald di scrivere: “A tutti gli scettici il ciclone Idai insegna che il cambiamento climatico è già qui. Le sue conseguenze sono inevitabili e le stiamo sperimentando con eventi come il ciclone Idai”.

Su un punto la scienza non ha dubbi, e cioè che in un mondo più caldo i cicloni saranno più pericolosi. Dato che prendono la loro energia dagli oceani, più questi diventano caldi più i cicloni saranno potenti. Con gli oceani più caldi e lo scioglimento delle calotte polari, inoltre, s’innalzerà il livello dei mari. Il Mozambico è un paese particolarmente vulnerabile perché si trova sull’oceano Indiano, le cui acque sono già calde, e ha una lunga fascia costiera.

Tutte queste condizioni hanno reso Idai particolarmente letale. Il pianeta si riscalda e se i governi continueranno a non prendere sul serio il problema del cambiamento climatico, eventi devastanti come questo diventeranno la norma.

Il governo del Mozambico, dopo aver scoperto anni fa un enorme giacimento di gas al largo della sua costa settentrionale, ha buttato miliardi di dollari in accordi corrotti invece di rafforzare le sue difese. Il “nuovo” Zimbabwe di Emmerson Mnangagwa ha distrutto a tal punto la sua economia che la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale si rifiutano di aiutarlo, lasciando il governo senza fondi da destinare alle emergenze. I fratelli Mutharika che si sono succeduti alla presidenza del Malawi non sono riusciti a garantire lo sviluppo necessario a proteggere la popolazione dalle minacce ambientali. In Sudafrica, la superpotenza regionale, lo stato è così inefficiente che il collasso di una manciata di linee elettriche in Mozambico ha costretto il governo a razionare l’erogazione dell’energia elettrica.

Se le priorità dei governi non cambieranno, e in fretta, non è detto che riusciremo a superare il prossimo evento climatico estremo. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1300 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati