Oggi, nell’era del controllo sui mezzi d’informazione digitali, è importante ricordare com’è nata internet: l’esercito statunitense voleva trovare un modo per tenere le comunicazioni aperte tra le unità nel caso in cui un attacco nucleare globale avesse distrutto il comando centrale. Nacque l’idea di collegare lateralmente le unità disperse aggirando il centro. Internet aveva un potenziale democratico, perché si basava su uno scambio diretto tra singole unità senza la necessità di un coordinamento centrale. Questo potenziale minacciava il potere, che ha reagito cercando di controllare i server che mediano la comunicazione tra gli individui, quelli che oggi chiamiamo i cloud. I cloud _ci vengono presentati come strumenti della nostra libertà: mi permettono di stare al computer e navigare liberamente. Ma chi controlla i _cloud stabilisce anche i limiti della nostra libertà. La forma più diretta di controllo è l’esclusione: gli individui, ma anche le testate giornalistiche (Telesur, Rt e Al Jazeera) spariscono dai social network (o la loro accessibilità viene limitata: provate a guardare Al Jazeera in una camera d’albergo degli Stati Uniti) senza una spiegazione ragionevole. Di solito si parla di problemi tecnici. Anche se in alcuni casi (come per i contenuti razzisti) la censura è giustificabile, il fatto che avvenga in modo non trasparente è pericoloso. In uno stato democratico ci vorrebbe una spiegazione pubblica per giustificare queste limitazioni. Ma la spiegazione può anche essere falsa.

In Russia puoi finire in galera per aver messo su internet contenuti che in realtà disapprovi. A Ekaterinburg l’insegnante d’asilo Eugenija Cudnovets era stata condannata a cinque mesi in una colonia penale per aver diffuso sui social network un video che mostrava un bambino nudo torturato in un campo estivo a
Kataisk. Il 6 marzo 2017 la sentenza è stata ribaltata e lei è uscita dal carcere. Cudnovets era stata condannata in base a un articolo che vieta la diffusione di dati o articoli “che contengono immagini sessualmente esplicite di minorenni”. L’insegnante ha detto che voleva far conoscere quel fatto sconcertante. In realtà era stata condannata per nascondere gli abusi all’interno delle istituzioni. Cose simili non succedono solo nella Russia di Putin. A settembre del 2016 Facebook ha deciso di rimuovere la storica foto di Kim Phúc, la bambina di nove anni in fuga da un attacco al napalm durante la guerra del Vietnam. Pochi giorni dopo, grazie all’indignazione generale, la foto è stata ripubblicata. Facebook ha risposto: “Pur riconoscendo che si tratta di una foto emblematica, è difficile distinguere quando autorizzare la pubblicazione di una foto di un bambino nudo e quando no”. La strategia è chiara: il principio morale (niente bambini nudi) viene strumentalizzato per censurare una testimonianza degli orrori del Vietnam.

Nella prefazione alla Fattoria degli animali George Orwell scrive che, se la libertà significa qualcosa, allora è il “diritto di dire alla gente quello che non vuole sentirsi dire”

Qualcosa di simile mi è successo due anni fa, quando durante le mie conferenze descrivevo il caso di Bradley Barton. A marzo del 2013 Barton, un uomo di 49 anni dell’Ontario, in Canada, è stato ritenuto non colpevole dell’omicidio di Cindy Gladue, una nativa che lavorava come prostituta ed era morta dissanguata in un albergo di Edmonton con una ferita di 11 centimetri nella parete vaginale. Secondo la difesa Barton aveva accidentalmente provocato la morte di Gladue durante un rapporto sessuale violento ma consensuale. La corte ha accettato questa tesi. Ma la cosa più inquietante è che, su richiesta della difesa, il giudice ha fatto ammettere come prova il bacino di Gladue per mostrarlo ai giurati. Le foto non erano abbastanza? Sono stato attaccato per aver raccontato questo caso. L’accusa era che descrivendolo lo avevo ripetuto simbolicamente e, pur mostrando la mia disapprovazione, avevo fatto provare agli spettatori un piacere segreto e perverso.

Questi attacchi dimostrano il bisogno “politicamente corretto” di proteggere le persone da immagini traumatiche. Ma per combattere i crimini bisogna presentarli in tutto il loro orrore, perché devono sconvolgere. Nella prefazione alla Fattoria degli animali George Orwell scrive che, se la libertà significa qualcosa, allora è il “diritto di dire alla gente quello che non vuole sentirsi dire”. È questa la libertà che manca quando l’informazione è censurata. La maggior parte delle nostre attività vengono registrate. Quando ci sentiamo liberi (su internet) in realtà siamo “esternati” e manipolati. Internet conferisce un nuovo significato al vecchio slogan “il personale è politico”. In ballo non c’è solo il controllo delle nostre vite private. Oggi tutto è regolato da una rete digitale, dai trasporti all’acqua. La rete è il bene più importante e la lotta per controllarla è fondamentale. Il nostro nemico è la combinazione tra le grandi aziende private e controllate dallo stato (Google, Facebook) e le agenzie di sicurezza nazionali.

La rete digitale che fa funzionare la società è l’ultima espressione della rete che sostiene il potere, ed è per questo che dobbiamo riprenderne il controllo. Wiki­leaks è stato solo l’inizio. Bisogna resuscitare un motto maoista: che cento Wikileaks fioriscano. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1277 di Internazionale, a pagina 44. Compra questo numero | Abbonati