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n una foresta fangosa e velata dalla nebbia, David Anchundia è in ascolto. “Li senti prima di vederli”, spiega l’ornitologo con un binocolo in mano, mentre scruta il fogliame alla ricerca di un uccello dal colore rosso acceso.

Il pigliamosche vermiglio delle Galápagos – o pajaro brujo, “uccello stregone”, come lo chiamano da queste parti –- è una delle specie più caratteristiche dell’arcipelago ecuadoriano. In passato questo volatile sgargiante era molto diffuso, anche nei centri abitati costieri. Ma trent’anni fa la sua popolazione ha cominciato a crollare. Su due isole è completamente scomparso, e su altre quattro è sempre più raro.

Per raggiungere quest’area protetta sull’isola di Santa Cruz, Anchundia ha dovuto guidare fino all’altopiano e poi proseguire a piedi per quaranta minuti sotto una pioggia leggera. Insieme a una squadra di naturalisti e guardaparco sta lavorando per ricostruire l’habitat degli uccelli e favorire la loro riproduzione. Stanno studiando la specie per preparare la sua reintroduzione in altre isole, tra cui Floreana, 63 chilometri più a sud, dov’è in corso un grande progetto di ripristino dell’ecosistema.

Ma i tentativi di aiutare il brujo hanno incontrato una serie di ostacoli, come la mosca vampiro aviaria, le cui larve succhiano il sangue dei pulcini. Charlotte Causton, entomologa della Charles Darwin foundation (Cdf), di cui fa parte anche Anchundia, è a capo delle iniziative per controllare questa specie invasiva arrivata diverse decine di anni fa da altre zone del Sudamerica. “Quando abbiamo avviato il progetto pensavamo che fosse un puzzle da 500 pezzi”, spiega Causton. “Alla fine abbiamo scoperto che era molto più complicato, come uno da 1.500 pezzi”.

Lo stesso vale per Floreana, dove si sta cercando di eliminare specie invasive come i ratti e i gatti e ripristinare la vegetazione originaria. L’iniziativa, che fa parte di un grande progetto da 15 milioni di dollari in corso da decenni, è tra le più ambiziose mai tentate per riportare un’isola al suo stato originario. Nei prossimi anni i responsabili del progetto sperano di reintrodurre dodici specie native, compreso il brujo. Floreana “è un progetto di ripristino all’ennesima potenza”, spiega Rakan Zahawi, direttore esecutivo della Cdf.

Secondo James Russell, un esperto di habitat insulari, che non fa parte del progetto, l’iniziativa di Floreana somiglia ad altri tentativi di ripristino condotti altrove, soprattutto in Nuova Zelanda, in Australia e alle Hawaii. Gli altri casi però hanno riguardato isole piccole e disabitate. Floreana, che ha una popolazione di 150 abitanti, fa parte di una tendenza verso progetti più ampi e “rischiosi”. “È la nuova frontiera”, sostiene Russell.

Il lavoro ha già ottenuto risultati. Nel 2024 gli scienziati hanno trasferito 19 tartarughe giganti di Floreana in un recinto sull’isola. In precedenza si pensava che la specie si fosse estinta a metà dell’ottocento, ma poco dopo il 2000 i ricercatori hanno scoperto tracce del suo materiale genetico nelle tartarughe che vivono in un’altra zona dell’arcipelago, dove secoli prima le tartarughe di Floreana erano state lasciate dai marinai come riserve di cibo.

Grazie a un progetto di riproduzione in cattività sono nati degli esemplari con parte del patrimonio genetico originale delle tartarughe che un tempo vivevano sull’isola di Floreana. I 19 animali dovrebbero essere presto liberati, e altri saranno rilasciati in futuro.

Recentemente gli scienziati hanno notato una ripresa delle specie native, tra cui scarabei, farfalle, lumache, gechi, lucertole e il rallo delle Galápagos, un uccello conosciuto localmente con il nome di pachay e un tempo ritenuto estinto su Floreana.

“Dal 2023 i numeri hanno cominciato a crescere”, spiega Chad Hanson, vicepresidente dell’ong Island conservation, che partecipa al progetto di Floreana, mostrando uno studio del 2024 sull’andamento delle popolazioni.

Ma il progetto è in equilibrio precario, e i piccoli successi si alternano ai passi indietro. Non è chiaro quando l’isola potrà tornare a qualcosa di simile al suo stato originario e sarà pronta per il ritorno del brujo.

Caccia al ratto

loreana è stata una delle prime isole delle Galápagos a essere popolata dagli esseri umani. I pirati cominciarono a usarla come base di rifornimento alla fine del seicento. Nel secolo successivo diventò uno scalo per le baleniere britanniche e americane. Poi arrivarono i coloni per coltivare la terra, portando con sé mucche, capre, asini, gatti e – involontariamente – ratti.

Quando Charles Darwin visitò Floreana durante il viaggio del Beagle, nel 1835, l’impronta umana era ormai evidente. I suoi appunti descrivono un insediamento di circa duecento persone, baleniere che caricavano a bordo fino a 700 tartarughe come riserva di carne, e parlano di come un ragazzo uccideva colombe e fringuelli con un coltello quando si avvicinavano a un pozzo per bere. “I marinai che vagano nella foresta alla ricerca di tartarughe provano un crudele piacere nell’abbattere i piccoli uccelli”, scrisse Darwin.

Molte altre isole hanno sperimentato un destino simile, come Santa Cruz, ma Floreana è una delle più compromesse sul piano ecologico. Cinquantacinque specie indigene di vertebrati, alcune delle quali si trovano solo sull’isola, sono considerate vulnerabili o a rischio di estinzione dall’Unione internazionale per la conservazione della natura. Dieci specie endemiche di uccelli sono estinte localmente, e gli animali e le piante invasive sono ampiamente diffuse.

Il progetto di Floreana fa parte di un’iniziativa che coinvolge tutto l’arcipelago, avviata nel 1997 con l’eliminazione di capre, asini e maiali selvatici. I grandi erbivori stavano distruggendo l’habitat delle tartarughe delle Galápagos, facendo crollare la loro popolazione.

Nell’arco di dieci anni più di 160mila animali sono stati rimossi facendo ricorso a cacciatori, trappole, esche avvelenate e altre tecniche. Poi, nel 2008, la direzione del parco nazionale delle Galápagos si è dedicata all’eradicazione dei ratti e dei gatti, cominciando dalle isole minori come Seymour per poi passare a isole più grandi come Rábida e Pinzón nel 2012.

“La prossima della lista era Floreana, dieci volte più grande di Pinzón”, spiega Christian Sevilla, rappresentante della direzione del parco per il progetto. Ma l’isola presentava sfide completamente nuove a causa della presenza umana. Le misure necessarie per eliminare le specie invasive avrebbero dovuto tenere conto delle persone, degli animali domestici e del bestiame. “I piani sono stati preparati in accordo con gli abitanti di Floreana”, dice Sevilla.

Nel 2012 la direzione del parco ha stabilito una collaborazione con la comunità locale e con l’Agencia de bioseguridad Galápagos, creando il Proyecto de restauración ecológica de Floreana.

Per i primi dodici anni il progetto si è concentrato principalmente sulla ricerca e sulla pianificazione. I gruppi di contatto hanno lavorato con gli abitanti per trovare il modo di eliminare gatti e ratti tenendo le esche avvelenate lontano dalla aree abitate, dal bestiame e dalle sorgenti d’acqua potabile.

Nel 2023 è stato lanciato il primo tentativo di eliminazione delle specie invasive. Due elicotteri hanno sorvolato l’isola per dieci giorni spargendo esche avvelenate. Nel 2026 dovrebbe cominciare la reintroduzione delle specie originarie, a cominciare dalle tartarughe. Se tutto andrà secondo i piani nei prossimi anni saranno riportate sull’isola anche altre specie scomparse, come il mimo di Floreana, il gabbiano della lava, la poiana delle Galápagos e quattro specie di fringuello di Darwin.

Quando i visitatori sbarcano sull’isola, la degradazione dell’ambiente di Floreana non è subito evidente. A prima vista questo affioramento vulcanico di 173 chilometri quadrati sembra un paradiso incontaminato, con spiagge di sabbia nera e una costa arida che circondano altopiani nebbiosi coperti da una vegetazione fitta e rigogliosa. “Ma quando si comincia a guardare sotto la superficie ci si accorge che manca qualcosa”, spiega Hanson.

Tartarughe giganti a Floreana, luglio 2018 (Karol Kozłowski, Alamy)

All’ombra dei rovi

Mentre il gruppo avanza lentamente su una strada sterrata, facendo attenzione alle iguane, il miraggio comincia a svanire. Dopo aver superato le spianate di arbusti spinosi e i pascoli nella parte arida dell’isola, i naturalisti scendono dall’auto e s’incamminano verso una foresta di alberi dalla chioma simile a broccoli, dai cui rami pendono muschi spugnosi. Sono le scalesie, che un tempo rappresentavano un habitat fondamentale per molte specie locali, compreso il brujo.

Oggi questo habitat è raro. Sotto la chioma degli alberi, il motivo appare evidente: la foresta è soffocata da un tipo di rovo selvatico introdotto dagli agricoltori negli anni sessanta. La sua ombra ostacola la crescita delle piantine di scalesia, che hanno bisogno di luce.

Vista dall’alto, la vegetazione di Floreana sembra in salute, dice l’ecologa Miriam San José. “Ma quando entri nella foresta capisci che è completamente invasa dai rovi”. Se le piantine non crescono, non potranno sostituire gli alberi adulti quando moriranno. “Così si comincia a perdere la foresta”, spiega San José.

Lei e i suoi colleghi stanno cercando d’invertire questa tendenza. In un vivaio vicino al molo di Floreana coltivano piantine di scalesia che saranno usate per un progetto di ripristino negli altopiani umidi. Inoltre limitano la diffusione dei rovi estirpandoli manualmente e spargendo erbicidi, come succede anche nell’area protetta di Santa Cruz, dove i guardaparco dedicano intere giornate a tagliare cespugli spinosi.

I ricercatori non sono ancora riusciti a trovare un metodo di controllo naturale che richieda meno lavoro. Dopo aver esaminato varie possibilità, tra cui l’introduzione di un insetto che avrebbe dovuto mangiare i semi dei rovi, hanno riposto le loro speranze nelle ruggini, funghi microscopici che infestano i rovi in altre parti del mondo e sono stati introdotti in Australia allo stesso scopo. Ma serve un fungo che distrugga i rovi senza danneggiare altre specie.

I ricercatori hanno identificato alcuni candidati in altre zone dell’arcipelago, ma non sembrano abbastanza aggressivi da ridurre sensibilmente la presenza dei rovi. Ipotizzano che il più efficace antagonista dei rovi viva nell’ecosistema originario della pianta, che secondo le analisi genetiche si trova nell’Himalaya. Circa dieci anni fa i ricercatori hanno cominciato a piantare semi di rovi delle Galápagos in una zona al confine tra Cina e Birmania, nella speranza di “adescare” il killer perfetto.

“Bisogna trovare il fungo che colpisce la varietà genetica presente alle Galápa-gos”, spiega Heinke Jäger, esperto di piante e animali invasivi per la Cdf e leader del progetto. “Ma è come cercare un ago in un pagliaio”.

La mosca vampiro

La lotta contro i rovi potrebbe decidere se l’isola sarà di nuovo in grado di ospitare una popolazione sana di brujo, un uccello che solo di recente è stato identificato come specie endemica delle Galápagos. Quando Darwin portò alcuni esemplari con sé in Inghilterra dopo il suo viaggio negli anni trenta dell’ottocento, i tassonomisti classificarono il brujo come una sottospecie del pigliamosche vermiglio (Pyrocephalus rubinus), una specie molto comune in Sudamerica. Quasi due secoli dopo, però, un’analisi genetica ha dimostrato che gli uccelli delle Galápagos costituivano due specie separate: il P. dubius, che un tempo viveva sull’isola di San Cristóbal e oggi è estinto, e il P. nanus, l’uccello che Anchundia stava cercando a Santa Cruz e che sarà reintrodotto su Floreana.

Quando i genetisti hanno ricostruito la loro storia, gli uccelli erano ormai quasi scomparsi. “Non ci siamo accorti che la popolazione si era ridotta drammaticamente”, conferma Birgit Fessl, un’ornitologa che lavora per la Cdf e studia gli uccelli delle Galápagos da più di 25 anni.

La socievolezza del brujo e la sua tendenza ad avvicinare gli umani aveva spinto gli scienziati a credere che fosse ancora abbondante, finché non è del tutto sparito da Floreana nel 2004, quando anche altri uccelli nativi sono diventati molto più rari. Gli scienziati ritengono che le cause siano la distruzione dell’habitat, la diffusione di gatti e ratti che attaccano i nidi e soprattutto l’arrivo della mosca vampiro, probabilmente a bordo delle navi.

Le mosche depongono le uova nei nidi dei brujo e di altri uccelli terrestri. Quando si schiudono, le larve si attaccano ai pulcini, nutrendosi della loro pelle e del loro sangue e penetrando nelle ferite aperte. Alcune si introducono nelle narici, provocando infezioni ed emorragie e ostacolando la respirazione. Il problema è talmente grave che quando un nido viene infestato “la mortalità raggiunge spesso il 100 per cento”, spiega Causton.

Nell’area protetta di Santa Cruz in cui lavora Anchundia, gli operatori spargono manualmente insetticida sui nidi per uccidere le larve. Inoltre hanno allestito delle strutture self-service per la fumigazione, da cui gli uccelli possono prelevare materiali trattati con i pesticidi per costruire i loro nidi. Ogni specie ha preferenze diverse: il brujo, per esempio, tende a scegliere le piume bianche.

Questi sforzi sembrano funzionare. Bastano uno o due grammi di materiali per proteggere un nido di brujo, spiega Fessl, che è stata la prima a scoprire la mosca vampiro durante uno studio dei nidi condotto nel 1997, quasi trent’anni dopo che le analisi genetiche ne avevano suggerito la presenza. “In questo modo si riduce la probabilità di infestazione del 70, 80 o addirittura del 90 per cento”, spiega.

La stagione riproduttiva del 2025 è stata da record: 39 pulcini da dieci coppie di brujo nell’area protetta, un risultato che Fessl definisce “storico” e “straordinario”. Novanta distributori di materiali per i nidi sono stati piazzati anche su Floreana per aiutare le specie di uccelli che già vivono sull’isola. Ma per avere successo in tutto l’arcipelago serviranno sistemi di controllo che richiedano meno lavoro umano.

Paradossalmente, uno dei principali ostacoli alla ricerca di nuove soluzioni è la difficoltà di allevare le mosche in laboratorio. In natura le mosche vampiro si moltiplicano molto rapidamente, ma Causton non riesce a ottenere lo stesso risultato in un ambiente controllato. Se la sua squadra risolverà il problema, Causton spera di creare delle mosche che generino solo esemplari sterili, per poi introdurle in natura e ridurre la capacità riproduttiva della specie.

I ricercatori stanno anche valutando la possibilità di usare esche o parassiti. Causton sta pensando di introdurre una specie di vespa proveniente dall’Ecuador che potrebbe attaccare le larve della mosca vampiro, ma non è chiaro quale potrebbe essere l’effetto sul resto dell’ecosistema dell’arcipelago.

Il momento in cui i brujo e altri uccelli localmente estinti potranno tornare a volare tra le foreste di scalesie di Floreana sembra ancora lontano, perché emergono continuamente nuovi ostacoli.

Curva di apprendimento

“Ratón!”, dice Victor Carrión, che ha guidato le consultazioni con le comunità locali per conto della fondazione ambientalista Jocotoco. Carrión indica una foto notturna sullo schermo del suo telefono, scattata due giorni prima. Il bombardamento di esche avvelenate ha ridotto la popolazione di ratti e gatti, ma alcuni felini si aggirano ancora sull’isola, e in certe zone i ratti stanno tornando a moltiplicarsi.

Uno studio suggerisce che un imprevisto aumento della popolazione di formiche di fuoco, un’altra specie invasiva, possa aver contribuito a salvare i ratti. Le formiche sembrano aver ingerito gran parte del veleno sparso sull’isola, lasciandone una quantità sufficiente per tramortire i ratti senza però ucciderli. Il retrogusto leggermente amaro del veleno potrebbe inoltre aver dissuaso i ratti dal consumarne una dose letale.

La squadra di Carrión e altri attivisti stanno preparando un nuovo tentativo di eradicazione, previsto per la fine del 2026. Nel frattempo il monitoraggio degli insetti indica che le formiche di fuoco stanno mangiando anche le uova degli uccelli e potrebbero diventare una minaccia grave quanto i gatti e i ratti.

Non esiste una soluzione facile per affrontare tutti i pezzi di questo puzzle, e i metodi aggressivi del progetto hanno suscitato diverse critiche, ammette Zahawi. Ma si trattava di decidere se lasciare che le specie invasive si moltiplicassero o proteggere animali che non esistono in nessun’altra parte del pianeta.

Nonostante i problemi, Zahawi resta ottimista sul futuro del progetto. Gli incidenti di percorso fanno parte di un processo di apprendimento che permetterà di affinare i metodi migliori. Zahawi spera che il progetto di Floreana possa rappresentare un modello per altre isole e altri ecosistemi, alle Galápagos e altrove.

“Non si tratta di trovare la formula giusta per ripristinare un ettaro e poi applicarla a mille ettari”, dice. “Dobbiamo capire come fare le cose in modo più efficiente, e come riproporre quello che abbiamo imparato nel prossimo posto dove andremo”. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1653 di Internazionale, a pagina 64. Compra questo numero | Abbonati