Israele aveva giurato di sradicare Hamas per vendicare l’attacco del 7 ottobre 2023. Alla fine è stato costretto, su pressione degli Stati Uniti e di una parte dell’opinione pubblica interna, a negoziare con il gruppo estremista palestinese un cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi. Hamas è ancora lì. Indebolito e ridimensionato, certo, ma ancora lì. Nonostante la metodica distruzione del territorio palestinese, degli ospedali, delle scuole e degli edifici. Nonostante più di 46mila morti e centomila feriti accertati. Il movimento islamista non può dire di aver vinto – anche se lo fa – ma nemmeno lo stato ebraico ha raggiunto i suoi obiettivi militari. Secondo i funzionari israeliani, l’offensiva lanciata contro la Striscia di Gaza nell’ottobre 2023 ha distrutto 23 dei 24 battaglioni dell’organizzazione. Ma questa, a quanto pare, si è trasformata da gruppo armato strutturato in piccole cellule di guerriglia.
“Prima della guerra, per capacità e organizzazione Hamas somigliava a un esercito regolare. Poteva contare su armi di medie dimensioni, razzi e addestramento di tipo militare. E riusciva a fabbricare le proprie armi, in particolare i razzi”, commenta Ghaith al Omari, analista del Washington institute for Near East policy. “Anche se ha ancora qualcosa nel suo arsenale, le risorse di Hamas sono state in gran parte distrutte durante la guerra: le scorte di razzi sono quasi inesistenti, la capacità di comando e controllo è stata decimata e le infrastrutture di produzione praticamente eliminate. Oggi Hamas ha la struttura e le risorse di una guerriglia. Possiede armi di piccolo calibro (e alcune di medio) e agisce in gran parte attraverso cellule indipendenti senza servizi d’informazione di base, comunicazioni, comando e controllo”.
Numeri incerti
All’indomani del 7 ottobre, gli esperti descrivevano Hamas e la Jihad islamica come gruppi sostenuti dall’Iran, ma che negli anni erano riusciti ad avere una capacità di sviluppo e di produzione autonome. “I rapporti sugli arsenali di razzi delle fazioni palestinesi a Gaza citano regolarmente l’assistenza iraniana alla produzione locale. Tuttavia, un esame più attento delle fonti di Teheran rivela che la strategia iraniana di rendere autonomi i suoi alleati è più avanzata di quanto si pensi”, scriveva nel 2021 Fabian Hinz, ricercatore dell’International institute for strategic studies, in un rapporto sulla proliferazione delle armi nella Repubblica islamica. Anche se le cifre relative alle risorse militari e umane del movimento restano opache, come l’entità delle sue perdite, ci sono segnali di una riduzione considerevole ma non totale dei suoi militanti.
Come ricordava una nota dell’Armed conflict location and event data project (Acled, un’organizzazione specializzata nella raccolta di dati sui conflitti nel mondo) nell’ottobre 2024, un anno dopo l’attacco di Hamas in Israele, “il numero esatto di combattenti persi resta incerto. Israele sostiene di aver ucciso circa 17mila uomini armati e decine di comandanti e leader”. Ma le informazioni raccolte dall’Acled dai rapporti più dettagliati dell’esercito israeliano indicano un bilancio di 8.500 morti. Questa cifra comprende anche militanti di altri gruppi armati ed affiliati di Hamas non combattenti. “Secondo le stime precedenti alla guerra, le brigate Ezzeddine al Qassam, l’ala militare di Hamas, contavano tra i 25mila e i 30mila combattenti. Dato che Hamas probabilmente continua a reclutare migliaia di persone, il gruppo potrebbe avere quasi la metà dei combattenti precedenti”, continua il rapporto. Il 14 gennaio l’ex segretario di stato statunitense Antony Blinken ha confermato che “ogni volta che Israele termina le operazioni militari e respinge Hamas, i militanti si raggruppano e ricompaiono perché non c’è nient’altro a riempire il vuoto”. Hamas ha quindi guadagnato quasi tanti affiliati quanti ne ha persi.
Il movimento ha anche dimostrato la sua resistenza tenendo testa all’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza: 405 soldati israeliani sono stati uccisi dall’inizio delle operazioni di terra dello stato ebraico. Ma l’organizzazione ha risorse sufficienti per riprendersi? Il reclutamento potrebbe consentirgli di riabilitare le sue strutture. Servirà tempo, però, per addestrare i combattenti. Per quanto riguarda l’arsenale, la capacità di produzione è stata gravemente danneggiata. “Le tradizionali rotte di contrabbando saranno più sorvegliate e tutti i tentativi di ricostituirle saranno schiacciati da Israele”, sottolinea Al Omari. “Ma anche se Hamas non riuscirà a sviluppare capacità in grado di minacciare Israele, riuscirà più facilmente a minacciare qualsiasi altro palestinese che lo sfidi”. La questione del futuro di Hamas è ulteriormente complicata dal fatto che non è solo un’organizzazione paramilitare. È anche un movimento politico e sociale e continua a gestire formalmente e informalmente vari ministeri e servizi. Dal colpo di stato del 2007, Hamas ha preso il controllo dell’enclave palestinese e molti incarichi sono stati assegnati a persone con cui ha legami politici. “Non sappiamo fino a che punto Hamas abbia la capacità o la popolarità necessarie per mantenere il suo potere e fornire servizi sociali”, afferma Mehran Kamrava, che insegna scienze politiche alla Georgetown university in Qatar. “Più a lungo termine, quasi tutti i donatori internazionali e regionali hanno indicato che non finanzieranno la ricostruzione di Gaza se Hamas rimarrà al potere”, aggiunge Al Omari.
◆ L’accordo firmato da Israele e Hamas il 15 gennaio 2025 ed entrato in vigore il 19 gennaio prevede tre fasi.
Prima fase Durerà 42 giorni e saranno rilasciati trentatré ostaggi israeliani in cambio di circa 1.700 prigionieri palestinesi. Saranno sospesi tutti i combattimenti nella Striscia di Gaza e saranno aumentati gli aiuti umanitari. L’esercito israeliano si ritirerà dalle aree densamente popolate verso le zone cuscinetto che controlla lungo la frontiera del territorio palestinese.
Seconda fase La durata non è chiara. Dovrebbero essere rilasciati gli ultimi ostaggi, l’esercito israeliano dovrebbe ritirarsi completamente e il valico di Rafah al confine con l’Egitto dovrebbe essere aperto per consentire l’uscita di malati e feriti.
Terza fase Potrebbe durare anni e dovrebbe riguardare lo scambio dei corpi degli ostaggi e dei combattenti di Hamas morti e un piano per la ricostruzione della Striscia di Gaza. Gran parte della comunità internazionale ha chiesto di affidare la gestione all’Autorità nazionale palestinese (Anp), che ha sede in Cisgiordania e ha perso il controllo di Gaza a favore di Hamas nel 2007. Ma Israele respinge questa possibilità.
◆ Il passaggio da una fase all’altra sarà subordinato alla piena realizzazione degli impegni presi durante quella precedente. I negoziati per definire come sarà realizzata la seconda fase dovrebbero cominciare il 4 febbraio.
The Guardian, Le Monde
Scendere a compromessi
Insomma, il futuro di Hamas dipende innanzitutto dalle alternative. Se l’Autorità nazionale palestinese (Anp) tornerà nella Striscia di Gaza, gli aiuti internazionali arriveranno e Hamas sarà emarginato dal potere. “Questo però significa che Israele non deve più opporsi al fatto che l’Anp abbia un ruolo nella Striscia di Gaza. E anche che l’Anp deve riformarsi per riconquistare la fiducia dei donatori e, ancora di più, degli stessi palestinesi”, insiste Al Omari.
Nonostante l’isolamento, Hamas rimane la forza palestinese dominante a Gaza. Dopo quindici mesi di bombardamenti israeliani, controlla ancora i campi per gli sfollati e ha sempre rifiutato di arrendersi. Secondo un sondaggio pubblicato a settembre dal Palestinian center for policy and survey research, il 36 per cento dei palestinesi nei Territori occupati dichiara di sostenere Hamas e il 21 per cento Al Fatah, il partito guidato da Abu Mazen. Ma bisogna tenere presente la difficoltà di fare sondaggi a Gaza sotto le bombe. “Sembra che la popolarità di Hamas sia diminuita in modo significativo – anche se non ci sono conferme – per le conseguenze degli attentati del 7 ottobre e perché ha fornito a Israele una scusa per il genocidio e la pulizia etnica degli abitanti di Gaza”, osserva Kamrava.
Anche se la tregua prevede la “fine delle operazioni militari e delle ostilità”, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha suggerito in varie occasioni di voler riprendere gli attacchi contro Hamas dopo la liberazione di una parte degli ostaggi. Hamas ha già dichiarato di essere pronto a scendere a compromessi rinunciando al governo civile di Gaza senza smantellare la sua ala militare. “Anche se l’organizzazione è seriamente indebolita, è probabile che sopravviva in due forme complementari. Innanzitutto come organizzazione con una gerarchia, una leadership e una base, ma soprattutto come ideologia”, osserva Kamrava. “Quando le circostanze politiche sono disastrose, le persone tendono ad aggrapparsi a quello che gli è familiare, come la religione. Hamas è un’organizzazione religiosa. La legittimità della religione come mezzo di espressione pubblica e politica non scomparirà. Le basi ideologiche di Hamas non scompariranno.” ◆ adg
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Questo articolo è uscito sul numero 1598 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati