Di fronte a populismi e sovranismi c’è sempre qualcuno che porta statistiche e analisi per favorire un approccio razionale a temi divisivi come l’immigrazione. In alcune circostanze non funziona. In uno studio appena pubblicato Elena Manzoni, Elie Murard, Simone Quercia e Sara Tonini hanno analizzato la reazione di dodicimila persone all’esposizione casuale a racconti di crimini efferati, statistiche, report governativi. I risultati sono sorprendenti: se esponete qualcuno a un contenuto emotivo – come la cronaca indignata di un delitto commesso da un migrante – aggiungere dati e contesto non servirà a molto. È il caso dell’auto sulla folla a Modena: poco importa che il responsabile fosse italiano e non frequentasse ambienti religiosi; è realistico aspettarsi che la percezione del pericolo dell’immigrazione e della radicalizzazione religiosa aumenti. L’informazione può spostare le convinzioni, ma se è abbinata a un contenuto emotivo diventa inutile. Abbiamo la conferma che programmi come quelli delle reti Mediaset plasmano le paure degli italiani. Ma sappiamo anche che quando l’informazione si abbina a un elemento emotivo a volte incide di più: lo dimostra la reazione al pestaggio israeliano degli attivisti della Flotilla (elemento emotivo) che denunciavano la crisi di Gaza (informazione). ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1667 di Internazionale, a pagina 99. Compra questo numero | Abbonati