Capitale di un paese che vive da otto anni sotto la minaccia di un intervento del Cremlino, Kiev non è una città in stato di assedio. Gli scaffali dei negozi sono ben forniti, i caffè sono aperti, i benzinai hanno carburante e le misure di sicurezza sono invisibili. Lontano dal fronte si combatte soprattutto una guerra dei nervi, alimentata in primo luogo dalla pressione militare delle truppe russe ammassate da mesi al confine orientale del paese, ma anche dalla tensione tra Russia e Stati Uniti, e dalle dichiarazioni occidentali, spesso contraddittorie.

Ormai gli ucraini lo hanno capito bene: anche se sono i diretti interessati, l’attuale scontro tra Washington e i suoi alleati da un lato e Mosca dall’altro va ben oltre il loro destino. Per questo guardano con un certo stupore all’aumento delle tensioni geopolitiche legate alle loro vicende, come se l’occidente avesse scoperto solo ora una guerra che in realtà è cominciata otto anni fa, quando la Russia ha annesso la Crimea e invaso il Donbass, servendosi di milizie locali. “Il conflitto va avanti dal 2014 e gli attacchi ibridi dal 1991, l’anno dell’indipendenza dell’Ucraina”, ricorda un responsabile del ministero della difesa di Kiev.

A giudicare dalle conversazioni con alcuni funzionari e deputati organizzate a Kiev dal centro di ricerca statunitense German Marshall Fund (a cui Le Monde ha partecipato), la possibilità di un’invasione russa su larga scala sembra per ora poco plausibile. In un recente sondaggio dell’istituto internazionale di sociologia di Kiev, un terzo degli ucraini si è detto pronto a prendere le armi per resistere a un intervento russo. A loro vanno aggiunti i gruppi volontari organizzati. Il costo umano di una grande offensiva sarebbe insomma molto alto per Mosca.

Piccole nazioni

A breve termine ci si aspetta invece un aumento di attacchi informatici e di operazioni di destabilizzazione e disinformazione, oltre che una maggiore pressione militare alle frontiere dell’Ucraina: queste operazioni sono già in corso, come testimoniano l’attacco informatico al governo del 14 gennaio e gli allarmi anonimi per la presenza di bombe che hanno fatto evacuare le scuole di Kiev il 21 gennaio. “Siamo impegnati in una maratona, non in uno sprint”, avverte un diplomatico europeo a Kiev.

Si fa anche l’ipotesi di una nuova operazione circoscritta all’Ucraina orientale. “Se Mosca decide di alzare il livello dello scontro, lo farà in territori in cui la popolazione ha stretti legami familiari con la Russia”, ha detto il 21 gennaio il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj in un’intervista al Washington Post. In base a questa logica, “Charkiv potrebbe essere occupata” con il pretesto di “proteggere la popolazione di lingua russa”, ha affermato Zelenskyj, sottolineando però che un’operazione simile in una città con più di un milione di abitanti provocherebbe inevitabilmente una “guerra su vasta scala”. Il caso di Charkiv è considerato un esempio di com’è cambiato lo stato d’animo del paese dopo il 2014: la popolazione della città, in maggioranza russofona, ormai si sente decisamente ucraina a causa dell’intervento di Mosca nelle vicine regioni di Donetsk e Luhansk. Per chi vive vicino ai territori del Donbass controllati dai separatisti filorussi, aree in grande difficoltà economica, la prospettiva di passare sotto la sovranità russa non è affatto allettante.

Nell’intervista a Zelenskyj, tuttavia, la frase che più ha fatto discutere è un’altra: “Charkiv potrebbe essere occupata”. Pronunciate da un presidente che fino a pochi giorni prima raccomandava ai suoi concittadini di “respirare profondamente e rimanere calmi” e di non ritirare i risparmi dai conti correnti, parole simili contribuiscono ad aumentare la confusione, perfino in una città ormai abituata alla guerra psicologica. Una confusione alimentata anche dalle dichiarazioni del presidente statunitense Joe Biden, secondo il quale un’eventuale “incursione limitata” dell’esercito russo in Ucraina non comporterebbe ritorsioni.

Al lapsus di Biden, poi rettificato, Zelenskyj ha risposto con un tweet per “ricordare alle grandi potenze che non ci sono né incursioni limitate né piccole nazioni, così come non ci sono né perdite minori né piccoli dolori per chi vede morire un familiare”. Il presidente ucraino, insomma, ha criticato il suo principale alleato.

“Il risultato è che la gente è confusa”, sostiene Alyona Getmančuk, direttrice del centro studi Nova Evropa di Kiev. Il governo ucraino deve quindi impegnarsi per mantenere la popolazione mobilitata, evitando però di alimentare il panico. Nel frattempo la moneta nazionale ha cominciato a svalutarsi e la situazione generale, che di certo non incoraggia gli investimenti, sta indebolendo l’economia. Sullo sfondo, la situazione della politica interna è molto complicata.

L’impegno occidentale

In tutto questo ci sono però tre fattori che rendono le autorità di Kiev più ottimiste rispetto al 2014: la società è più unita ed europeista, le forze armate sono meglio addestrate ed equipaggiate, e i paesi occidentali stanno offrendo un sostegno importante. Da questo punto di vista il paese più vicino all’Ucraina è il Regno Unito, che ha organizzato diversi voli per consegnare materiale militare all’esercito di Kiev (aggirando lo spazio aereo tedesco, quasi a voler suggerire che un’eventuale autorizzazione sarebbe stata negata). Nel frattempo in Ucraina ha avuto grande eco un articolo firmato dal ministro della difesa britannico Ben Wallace, che critica aspramente la visione del Cremlino delle relazioni russo-ucraine. Inoltre bisogna considerare la rivelazione dei servizi segreti di Londra, per la verità molto avara di dettagli, su un piano di Mosca per insediare a Kiev un governo filorusso.

Da sapere
Soldati, armi e strategie

◆ Le tensioni tra la Russia e i paesi occidentali sul posizionamento strategico dell’Ucraina e sul tentativo di Mosca di garantirsi un’area di influenza nell’Europa dell’est libera dalla presenza della Nato sono arrivate a un punto critico. Gli incontri diplomatici delle ultime settimane non hanno risolto i problemi, e il rischio di un’invasione russa dell’Ucraina è concreto. Negli ultimi mesi la Russia ha ammassato decine di migliaia di soldati ai confini orientali dell’Ucraina e alla fine di gennaio ha svolto una serie di esercitazioni militari in diverse parti del paese. Gli Stati Uniti hanno risposto alla mobilitazione minacciando dure ritorsioni in caso di attacco, comprese sanzioni personali contro il presidente Vladimir Putin, e mettendo in stato di allerta 8.500 soldati. La Nato ha inviato navi e aerei militari nell’Europa dell’est per “rinforzare le capacità di deterrenza e difesa” dell’alleanza, mentre il Regno Unito ha inviato in Ucraina armi e personale militare. Kiev sta ricevendo aiuti militari anche dal Canada, dai paesi baltici e dalla Turchia. Reuters, Bbc


Il governo ucraino si aspetta molto dai paesi europei anche in termini di aiuti militari. L’Ucraina ha urgente bisogno di armi. “Sappiamo che saremo noi a batterci, ma dateci le armi”, dicono al ministero della difesa. “Siamo molto soddisfatti delle ultime consegne, ma ci servono più armi”, ribadisce la presidenza.

I paesi baltici, la Polonia e altri stati europei si sono già attivati, mentre altre nazioni si stanno muovendo in modo più discreto. Tutti gli sguardi sono però rivolti a Berlino, dove la questione dei rapporti con la Russia è politicamente molto delicata. Per gli ucraini, le divisioni e le ambiguità tedesche sulla costruzione del gasdotto Nord stream 2 (che dovrebbe trasportare il gas russo in Germania evitando il territorio ucraino) sono motivo d’incomprensione con Berlino. Emine Džeppar, viceministra degli esteri ucraina, rimprovera alla Germania una certa ipocrisia: “Da un lato Berlino riconosce l’atteggiamento aggressivo della Russia e le sue ambizioni sempre maggiori, dall’altro le alimenta con il Nord stream 2”.

A Kiev c’è poi un altro motivo d’incomprensione con l’occidente: perché l’Europa e gli Stati Uniti aspettano un’invasione per adottare nuove sanzioni contro la Russia? “Quando qualcuno minaccia di uccidere una persona, per agire non si aspetta che l’abbia fatto, giusto?”, chiede Oleksyj Danilov, capo del consiglio nazionale di difesa di Kiev ed ex sindaco di Luhansk. Poi aggiunge: “Noi comunque siamo pronti al 100 per cento”.

Intanto il 23 gennaio Washington ha invitato le famiglie dei suoi diplomatici in Ucraina a lasciare il paese “a causa della minaccia persistente di un’operazione militare russa”. ◆ adr

Questo articolo è uscito sul numero 1445 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati