Alla sua famiglia Oscar Alvarez non ha detto dove stava andando. Sua madre era in cucina e suo fratello si era appisolato dopo una giornata in spiaggia. Lui, in sordina, ha preso una borsa e ci ha infilato dentro un po’ di copie della sua rivista socialista. Non una parola sul fatto che si preparava ad attraversare la sua città, Miami, per fare campagna elettorale porta a porta in vista delle primarie democratiche, andando con degli opuscoli a sostegno di un candidato socialista al congresso. E neppure sull’assemblea riguardo allo sfratto delle case mobili che avrebbe condotto più tardi nel parco.
In diverse parti degli Stati Uniti giovani come Alvarez, 22 anni, stanno costruendo un movimento un tempo confinato ai margini della vita politica. Quasi la metà degli statunitensi sotto i trent’anni oggi dice che voterebbe per un presidente socialista. Ma qui nel sud della Florida, rifugio per tante persone in fuga da regimi autoritari di sinistra dell’America Latina, era quasi un’eresia appoggiare qualunque tipo di socialismo.
I genitori e i nonni di Alvarez sono fuggiti dal regime di Fidel Castro a Cuba circa cinquant’anni fa. Il suo abuelo, il nonno, che nel cortile esponeva un cartello “Latinos love Trump”, ha passato intere serate, tra un bicchiere di vino e una partita a domino, a inveire contro il comunismo.
Nel 2020, quando frequentava il suo primo anno di lezioni universitarie su Zoom e il paese era travolto dalle proteste per la giustizia razziale, Alvarez ha trovato alcuni video marxisti su YouTube. Tutto quello che gli era stato insegnato sulla polizia e la proprietà privata improvvisamente è stato stravolto. Navigando tra i contenuti social a tarda notte, a un certo punto ha deciso che le storie di famiglia sulla repressione a Cuba avevano tralasciato di raccontare l’impatto dell’ingerenza statunitense sul paese.
I commentatori politici più anziani non riescono a spiegarsi come sia possibile che tante persone come Alvarez siano entrate a far parte dei Socialisti democratici d’America (Dsa). I democratici moderati hanno definito “incendiari” i candidati socialisti che oggi stanno vincendo le elezioni municipali e le primarie in varie parti del paese, affermando che queste figure potrebbero danneggiare l’immagine del loro partito. Ma quando si mette a bordo del suo suv grigio e attraversa la città passando davanti ai negozi che vendono tutto a un dollaro e ai grattacieli sfavillanti, Alvarez vede l’ennesima prova della disuguaglianza che secondo lui può essere affrontata solo prendendo le distanze dal capitalismo.
In un posto come Miami il primo passo per il movimento è stato quello di superare lo stigma. Le politiche socialiste, spiega Alvarez, potrebbero aiutare le persone che devono affrontare salari stagnanti e un costo della vita alle stelle, se solo riuscissero a convincerle. Con la sua famiglia, però, lui non ci ha ancora provato.
La figura di Alvarez, cappellino da baseball dei Giants e scarpe bianche della Nike, spicca in mezzo al gruppo di volontari arrivati in questa mattinata afosa per bussare alle porte degli abitanti del quartiere di South Beach. Non ha né piercing né tatuaggi. Mentre batte a tappeto i vari condomini con un altro attivista dei Dsa, Alvarez non parte subito parlando di socialismo o di abolizione della polizia.
◆ 2004 Nasce a Miami, negli Stati Uniti.
◆ 2021 Entra nella sezione studentesca dei Socialisti democratici d’America (Dsa).
◆ 2026 Partecipa alla campagna elettorale del candidato locale Oliver Larkin, sconfitto alle primarie democratiche.
Spaventati dalle parole
Con Elisa Gonzalez, 57 anni, apre la conversazione facendole una domanda sul voto per corrispondenza, per poi virare sul sindaco di New York Zohran Mamdani. Il sorriso della signora improvvisamente lascia il posto a un’espressione imbronciata. “Deve rallentare un po’ quello lì”, dice. Infermiera e leader del suo sindacato, la signora Gonzalez apprezza le parole di Mamdani, altro socialista democratico, riguardo al programma Medicare for all. Ma la sua accelerata sul blocco degli affitti ha già spinto alcune sue amiche a ipotizzare che presto il sindaco di New York comincerà anche con le confische. “Sentire la parola ‘socialista’ mi spaventa”, dice, “perché io vengo da Cuba. Quella parola non voglio nemmeno sentirla”. Alvarez annuisce e le consegna un opuscolo. “Io sono cubano-statunitense”, le dice, “anche io ho sentito queste cose e nella mia famiglia non sarei nemmeno in grado di parlarne”.
Il nonno materno di Alvarez, anche lui di nome Oscar, era il più giovane di sette fratelli in una piccola città cubana vicino alla costa settentrionale dell’isola, Mayajigua. La famiglia si era opposta alla rivoluzione e uno dei suoi parenti è rimasto in prigione per anni. Il nonno all’epoca era troppo giovane per lottare, ma in seguito è stato più volte arrestato e interrogato per giorni. Frequentò l’università per quattro anni ma gli fu impedito di laurearsi perché non appoggiava il Partito comunista. Perciò quando un altro parente che già viveva in Florida riuscì a fargli avere dei visti d’ingresso, prese un aereo con le figlie, compresa la mamma di Alvarez, e partì per gli Stati Uniti. Era il 1982.
Cresciuto in una sorta di enclave a maggioranza cubano-statunitense nel sudovest di Miami, Alvarez non aveva mai pensato di mettere in discussione le critiche di suo nonno a Castro. Quelle idee erano parte integrante della sua comunità, come l’odore di platano fritto e la radiocronaca delle partite dei Miami Marlins. I suoi nonni e sua zia sono diventati sostenitori di Trump, che ai loro occhi rappresenta un uomo forte capace di schiacciare la sinistra.
Suo padre, che ha divorziato da sua madre ormai da anni, non ha mai nemmeno toccato l’argomento e fino a qualche tempo fa, dato che Alvarez si occupa con lui della sua piccola attività di riparazioni, era più facile che parlassero di lavoro. Ma il giovane, costretto a casa durante la pandemia, ha cominciato a guardare uno dopo l’altro i video della repressione della polizia contro il movimento Black lives matter. Vedendo un filmato in cui alcuni manifestanti davano fuoco a un distretto di polizia a Minneapolis, ha cominciato a chiedersi se per caso quella gente in piazza avesse ragione su alcune cose. Così a un certo punto si è imbattuto nel controverso streamer di sinistra Hasan Piker su alcuni canali Twitch e YouTube come Marxism Today. Allora ha stampato una copia dei Princìpi del comunismo di Friedrich Engels e nel giro di un anno è entrato nella sezione dei giovani socialisti democratici della sua scuola.
La maggior parte dei socialisti democratici candidati alle elezioni ha rinnegato il marxismo. Preferiscono enfatizzare idee come la sanità universale, l’aumento delle tasse ai ricchi e il blocco degli affitti. Ma Alvarez, come altri della sua sezione dei Dsa, sostiene idee che vanno addirittura oltre. A scuola i compagni di classe lo prendevano in giro quando allestiva banchetti con i ritratti di Karl Marx e Friedrich Engels scarabocchiati su una lavagna. Dopo l’operazione militare lanciata da Israele contro Gaza in seguito al 7 ottobre, un sito che monitora gli studenti attivisti ha caricato una pagina con la sua foto, accusandolo di “esprimere sostegno al terrorismo” e pubblicando il suo numero di telefono. La madre aveva cominciato a temere ritorsioni e a rimproverarlo per il tempo che passava con i compagni dei Dsa.
Di ritorno nel centro di Miami, Alvarez parcheggia vicino a un negozio che vende carta igienica con sopra stampata la faccia di Castro. Qui, in una parte di Little Havana che sta subendo un processo di gentrificazione, ha una missione diversa: contrastare lo sfratto di alcune case mobili dalle piazzole che affittano in un parco. Gli abitanti conoscono Alvarez come un attivista che sta cercando di aiutarli, ma non sanno che è socialista.
Hanno ricevuto un’offerta da diecimila dollari per lasciare il terreno su cui si trovano le loro case mobili. Poi l’offerta è scesa a 7.500 dollari. Ma in realtà non hanno scelta. I pochi che ancora resistono, originari dell’America Latina, arrivano con deambulatori e bastoni. Una donna piange, spiegando che non ha nessun altro posto dove andare.
Alvarez prova a riportare la conversazione sulla riunione dell’amministrazione locale, nella quale chiederanno ai funzionari d’intervenire. Questo scenario, dice, dimostra quanto sia necessario aumentare il salario minimo, bloccare gli aumenti degli affitti e sostenere i candidati che portano avanti queste idee. ◆ fdl
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1686 di Internazionale, a pagina 72. Compra questo numero | Abbonati