Più di mille anni fa i trafficanti di schiavi vichinghi trovarono la rotta verso sud che cercavano da tempo. Il percorso seguiva il fiume Dnepr e passava per uno snodo commerciale chiamato Kiev, poi procedeva lungo rapide che nemmeno gli esperti vichinghi erano in grado di dominare. In questi tratti i nordici obbligavano gli schiavi a trasportare le barche, e incidevano delle rune lungo la riva per commemorarne la morte. Quei vichinghi chiamavano se stessi rus.

All’epoca l’antico khanato di Khazaria si stava disgregando. Nell’ottavo secolo i kazari avevano fermato l’avanzata dell’islam nel Caucaso, all’incirca nello stesso periodo della battaglia di Poitiers del 732. Molti rappresentanti dell’élite kazara si erano convertiti all’ebraismo. I vichinghi sostituirono i kazari nella raccolta dei tributi di Kiev, mescolando le proprie tradizioni e il proprio vocabolario con quelli della popolazione locale. I loro leader erano chiamati khagan.

Con il passare del tempo i vichinghi capirono che la conversione a una religione monoteista poteva aiutarli a conquistare il controllo del territorio. A quanto pare i rus, che erano pagani, prima di convertirsi al cristianesimo presero in considerazione anche l’ebraismo e l’islam. Il primo sovrano a convertirsi fu Valdemar (o Volodymyr, che più tardi avrebbero chiamato Vladimir): aveva governato Kiev da pagano e, secondo alcune fonti arabe, in precedenza aveva guidato un’altra città da musulmano.

Questo processo può sembrare strano, ma in realtà era abbastanza consueto. Al culmine del periodo di conversioni, cioè intorno all’anno mille, i vichinghi contribuirono alla formazione degli stati in tutta Europa. La Rus di Kiev seguiva le consuetudini dell’epoca anche nella sua politica matrimoniale e nel 1051 inviò una principessa a Reims per sposare il re di Francia. Le lotte di successione erano tipiche della regione, così come lo fu l’incapacità di arginare l’avanzata dei mongoli all’inizio degli anni quaranta del tredicesimo secolo.

Dopo quegli eventi la maggior parte delle terre della Rus fu assorbita dal Granducato di Lituania. In un certo senso anche questo processo era normale: allora la Lituania era il più grande paese europeo. Kiev trasmise il suo patrimonio di civiltà a Vilnius. Il cristianesimo aveva portato a Kiev lo slav0 ecclesiastico, una lingua liturgica creata a Bisanzio per convertire gli slavi di Moravia e successivamente adottata in Bulgaria e in tutta la Rus. Qui fornì le basi per una lingua ufficiale, poi adottata anche dalla Lituania.

In seguito la Lituania si unì alla Polonia. Governata da Vilnius e in seguito da Varsavia, tra il quattordicesimo e il diciottesimo secolo, Kiev fu coinvolta nelle tendenze che attraversavano l’Europa del tempo. La città, per esempio, visse il grande dilemma linguistico del rinascimento: lingua antica o moderna? Nell’Europa occidentale il volgare trionfò sul latino, ma a Kiev le cose, come sempre, erano più complesse: il latino rivaleggiava con la lingua slava ecclesiastica come opzione antica, mentre tra le élite il volgare polacco surclassava l’ucraino. Nel seicento e nel settecento la questione linguistica fu risolta a favore del polacco, sostituito dal russo nell’ottocento e nel novecento. Nel ventunesimo secolo il russo ha ceduto il posto d’onore all’ucraino, in politica come in letteratura. E così anche la questione linguistica ha trovato la sua classica soluzione.

Sotto il profilo confessionale, Kiev e le terre circostanti furono coinvolte nella riforma protestante. L’Ucraina seguì un percorso consueto ma in qualche modo originale. Altrove la riforma opponeva il protestantesimo al cattolicesimo romano. In Ucraina, invece, la religione dominante era il cristianesimo orientale, o ortodosso, ma i ricchi locali invitarono i protestanti a costruire chiese nei loro territori, mentre i nobili polacchi che si stavano stabilendo in quelle terre erano cattolici. Nel 1596 ci fu il tentativo di fondere il cristianesimo ortodosso con il cattolicesimo, che portò alla nascita di un’altra chiesa, quella uniate o greco-cattolica.

Da Mosca
Truppe d’accerchiamento
ftone: the new york times

Le guerre di religione che seguirono furono tipiche del tempo, anche se aggravate da un insieme di fattori. I contadini di lingua ucraina erano sfruttati per aumentare la produzione agricola a beneficio dei proprietari terrieri di lingua polacca. Le élite parlavano una lingua diversa e praticavano un credo diverso rispetto alla maggioranza della popolazione. I cosacchi, uomini liberi impiegati nella cavalleria del formidabile esercito polacco-lituano, si ribellarono nel 1648, facendo proprie tutte le rivendicazioni degli ucraini.

Il mito dell’unità

Intanto alcuni territori nordorientali della vecchia Rus avevano seguito un percorso diverso dopo l’invasione mongola. I principi di una nuova città, Mosca, che non esisteva ai tempi della Rus di Kiev, avevano conquistato una grande autorità riscuotendo i tributi per conto dei mongoli. E il Granducato di Mosca aveva affermato la propria indipendenza quando l’impero mongolo occidentale aveva cominciato a disgregarsi.

Mosca si espanse prima a sud e poi a est con una straordinaria campagna di conquista. Nel 1648 un esploratore russo raggiunse l’oceano Pacifico mentre a settemila chilometri di distanza, sul fiume Dnepr, scoppiava la rivolta dei cosacchi di Bogdan Chmelnytskyj. Lo stallo tra la Polonia-Lituania e i cosacchi permise al Granducato di Mosca di muovere verso ovest e conquistare nuove terre.

Quando la Polonia-Lituania e Mosca siglarono la pace, alla fine del seicento, Kiev si schierò con Mosca. L’accademia di Kiev era l’unico istituto d’istruzione superiore del paese, e i suoi laureati godevano di grande considerazione in Russia. I religiosi di Kiev raccontarono ai nuovi padroni che l’Ucraina e la Russia condividevano una storia comune, e i russi cominciarono a tramandare questa credenza. Nel 1721 il Granducato di Mosca assunse il nome di Impero russo, con riferimento all’antica Rus, scomparsa ormai da mezzo millennio.

Da Mosca
Una lezione al mondo

Vladimir Putin ha tenuto una lezione al mondo “sui problemi attuali della storia russa recente e sovietica”, per usare un titolo accademico. Non è difficile intuire che l’obiettivo principale fosse spiegare, soprattutto alla popolazione russa, perché era necessario riconoscere l’indipendenza delle due repubbliche del Donbass.

Tuttavia, forse aveva anche un altro obiettivo: preparare l’ascoltatore. Alla fine del discorso, tanto una persona semplice quanto un leader politico avrebbero dovuto accettare moralmente il riconoscimento delle due repubbliche e concordare sul fatto che non era certo la cosa peggiore che potesse succedere in una giornata già difficile. In un’ora di discorso il capo dello stato russo ha passato in rassegna molte tesi difficili, tanto che ci saremmo potuti aspettare qualcosa in più del semplice riconoscimento delle due repubbliche. Ma per ora basta così. E comunque non si può ancora tirare un sospiro di sollievo. C’è poi un altro fattore importante: l’unità delle élite di fronte all’inizio di un periodo storico difficile. Abbiamo assistito a un’epocale riunione del consiglio di sicurezza nella sala Caterina II del Cremlino. Putin ha voluto conoscere l’opinione delle figure chiave dello stato sull’opportunità del riconoscimento delle due repubbliche. E tutti i partecipanti, ovviamente, sono stati concordi nel sostenere l’iniziativa. Solo in pochi hanno proposto di aspettare e di dare un’ultima possibilità agli altri paesi, sottolineando l’ineluttabilità delle conseguenze economiche. I russi non nuotano nel lusso. Chi guida il paese lo sa bene. È chiaro che le élite hanno paura. Ma si può sempre imparare a convivere con la sensazione che il peggio stia per succedere. Concludiamo con le parole dell’ex presidente Dmitrij Medvedev: dobbiamo essere pazienti, ma alla fine tutto andrà per il meglio. In fondo gli altri paesi sanno bene che non c’è modo di sfuggirci. È un’affermazione discutibile, come del resto tutto quello che circonda questa crisi. ◆ab

Dmitrij Drize, Kommersant, Russia


Tra il 1772 e il 1795 la Polonia-Lituania fu divisa e spartita e l’imperatrice russa Caterina (che era tedesca di nascita) dichiarò di aver ripristinato ciò che era stato sottratto in passato: anche in questo caso al centro di tutto c’era il mito di una Rus tornata a essere unita. Alla fine dell’ottocento gli storici russi diffusero un’interpretazione simile, che sminuiva l’elemento asiatico nella storia nazionale e i settecento anni in cui Kiev era esistita indipendentemente dalla Russia. Questa, più o meno, è la stessa storia che Putin racconta oggi.

Nella realtà, invece, l’Ucraina non ha mai smesso di essere un punto interrogativo. Poco dopo la fine di quello che restava delle istituzioni cosacche, nell’impero russo si affermò un movimento nazionale ucraino, che nell’ottocento ebbe come centro Kiev. A causa del divieto di usare la lingua ucraina nell’impero russo, questo movimento si concentrò nei territori della monarchia asburgica, dove fu favorito da stampa ed elezioni libere. La vita culturale ucraina proseguì in Polonia dopo la dissoluzione della monarchia asburgica nel 1918.

In seguito alla prima guerra mondiale gli ucraini cercarono di creare uno stato sulle rovine di entrambi gli imperi. Quel tentativo era in linea con le tendenze dell’epoca e della regione, ma le difficoltà erano enormi. Gli ucraini, infatti, si ritrovarono al centro di un fuoco incrociato tra i russi “bianchi”, contrari alla rivoluzione, l’armata rossa e l’esercito polacco. Gran parte della guerra civile russa (1917-1922) fu combattuta in Ucraina. Alla fine del conflitto i bolscevichi avevano bisogno di una soluzione alla questione ucraina, ed è per questo motivo che nel 1922 l’Unione Sovietica assunse la forma di una federazione di repubbliche nazionali.

Quando nel 1991 il russo Boris Eltsin fece uscire la Russia dall’Unione Sovietica, firmò un accordo con i leader di Ucraina e Bielorussia, in rappresentanza delle entità fondative dell’Urss.

Tra il 1933 e il 1945, anni in cui Hitler e Stalin erano al potere, in Ucraina c’era la più alta mortalità al mondo. Sia Berlino sia Mosca consideravano il paese un granaio indispensabile. Tra il 1932 e il 1933 la collettivizzazione dell’agricoltura provocò una carestia politicamente pilotata che uccise quattro milioni di persone nell’Ucraina sovietica. Un simile desiderio di appropriarsi delle risorse alimentari dell’Ucraina fu alla base della pianificazione bellica di Hitler. La prima esecuzione di massa di ebrei da parte dei soldati tedeschi ebbe luogo in Ucraina, a Kamianets-Podilskyi. Il più sanguinario “olocausto dei proiettili” fu il massacro degli ebrei di Kiev, a Babij Jar.

Stalin e Hitler cominciarono la seconda guerra mondiale come alleati di fatto contro la Polonia. Nel 1939 i due leader stabilirono che il paese sarebbe stato diviso in due, con la metà orientale controllata da Mosca. Alla fine del conflitto, nel 1945, i territori ex polacchi che costituivano l’Ucraina occidentale furono annessi all’Ucraina sovietica, e lo stesso accadde ad alcuni territori della Cecoslovacchia. La Crimea fu trasferita all’Ucraina nove anni dopo. In questo modo l’Unione Sovietica creò i confini dell’attuale Ucraina. Così come creò quelli della Russia e di tutte le altre repubbliche sovietiche.

Smascherare la malafede

La storia dell’Ucraina e quella della Russia sono legate attraverso l’Unione Sovietica, l’Impero russo, la religione ortodossa e molto altro. L’Ucraina e la Russia moderne sono ancora in via di formazione, ed è normale che esistano intrecci, oggi e nel futuro. Ma la Russia, nella sua espansione iniziale e nella sua geografia contemporanea, è un paese profondamente legato all’Asia, al contrario dell’Ucraina. La storia di Kiev e delle terre circostanti è caratterizzata da dinamiche tipicamente europee che in Russia sono meno evidenti. La Polonia, la Lituania e la presenza ebraica sono riferimenti indispensabili per qualsiasi analisi del passato ucraino. L’Ucraina non può essere capita senza i fattori, tipicamente europei, dell’espansione di Lituania e Polonia, del rinascimento, della riforma protestante, del risveglio nazionale e dei tentativi di costruzione degli stati. L’esperienza delle guerre mondiali è profonda in entrambi in paesi, ma in Ucraina lo è in modo particolare.

La storia di Kiev è, per così dire, allo stesso tempo normale ed estrema. Segue la consueta periodizzazione europea. Ma la complessità e l’intensità di queste esperienze possono aiutarci a comprendere con maggiore chiarezza l’intera storia europea. In Russia alcuni di questi punti di riferimento sono diversi, o del tutto assenti. Per questo motivo molti russi (anche in buona fede) faticano a capire la storia ucraina o quella storia che viene considerata condivisa. Lo stesso evento, per esempio la rivoluzione bolscevica o lo stalinismo, appare molto diverso dalle due prospettive. Il mito dell’eterna fratellanza, presentato oggi in malafede dal presidente russo, dev’essere inserito nella categoria della politica, non della storia. Ma un po’ di analisi storica può aiutarci a smascherare la malafede e a leggere le strategie politiche. ◆ as

Timothy Snyder è uno storico statunitense, specialista in storia dell’Europa centrale e orientale. È autore di Terre di sangue. L’Europa nella morsa di Hitler e Stalin (Rizzoli 2011).

Questo articolo è uscito sul numero 1449 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati