Nel gennaio 2025, in una base della Space force statunitense nelle Montagne Rocciose, vicino a Colorado Springs, un operatore ha ricevuto un’email insolita. Era un’allerta, ma non inviata dalla rete di sensori spaziali dell’esercito. Non proveniva neanche dalla serie di sistemi radar di allerta della Space force. L’email sembrava essere stata inoltrata al Comando spaziale degli Stati Uniti da un piccolo gruppo delle Nazioni Unite con sede a Vienna chiamato Office for outer space affairs. L’oggetto era “Notifica di potenziale impatto di un asteroide”.
Secondo un ex ufficiale della Space force, dopo aver letto il messaggio l’operatore è andato nel panico. Per la prima volta era stato attivato il sistema di allerta mondiale per la difesa del pianeta dagli asteroidi e dalle comete. “Siamo sotto attacco degli asteroidi”, ha detto a un collega.
L’asteroide in questione era 2024 Yr4. Il suo nome, secondo le convenzioni dell’Unione astronomica internazionale, si riferisce al momento della sua scoperta alla fine del 2024. All’epoca 2024 Yr4 si trovava a circa 830mila chilometri di distanza dalla Terra e orbitava intorno al Sole a una velocità di 13 chilometri al secondo. La sua luminosità indicava che aveva un diametro compreso tra i 40 e i 90 metri. Ruotava sul suo asse una volta ogni 19 minuti e sembrava essere leggermente allungato. Da certe angolazioni sembrava una testa di pesce. L’oggetto si stava allontanando rapidamente dal nostro pianeta, ma quando gli astronomi hanno fatto un calcolo approssimativo della sua orbita, si sono resi conto che c’era una piccola possibilità che al suo passaggio successivo otto anni dopo si sarebbe scontrato con la Terra.
In California la situazione era più tranquilla. A Los Angeles, il matematico della Nasa Davide Farnocchia era impegnato a calcolare le traiettorie orbitali. Farnocchia aveva monitorato il passaggio dell’oggetto a partire dal 27 dicembre 2024, quando gli astronomi avevano individuato per la prima volta 2024 Yr4 in un angolo di un’immagine del cielo notturno scattata da uno dei telescopi della Nasa nel deserto di Atacama, in Cile. A metà gennaio, mentre il secondo incendio più distruttivo della storia della California minacciava il suo istituto, la probabilità che la Terra si trovasse sul percorso dell’asteroide stava aumentando. Farnocchia è scappato dal Jet propulsion laboratory della Nasa con i suoi colleghi ma ha continuato a seguire l’asteroide da casa. Non era l’unico. In tutto il mondo più di sessanta osservatori erano puntati su 2024 Yr4, e anche il telescopio spaziale James Webb inviava immagini a infrarossi dell’asteroide. Questo flusso di dati aveva suggerito a Farnocchia e agli astronomi dell’Agenzia spaziale europea che il rischio di impatto fosse in aumento.
Alla fine di gennaio la probabilità di una collisione era salita all’1 per cento, la soglia che innesca l’allerta delle Nazioni Unite. Quasi tre settimane dopo era oltre il 3 per cento, il che lo rendeva il più pericoloso tra gli oggetti vicini alla Terra individuati fino a quel momento. Farnocchia, un pacato ricercatore italiano, è rimasto calmo. “Anche nel momento peggiore”, ha detto durante una conferenza mesi dopo, “non siamo mai andati fuori di testa”.
Preavviso minimo
Stabilire se il nostro pianeta si trova o meno sul percorso di un asteroide è un compito difficile. Da terra, gli asteroidi vicini di solito appaiono piccoli e poco luminosi. Le loro orbite, dice Farnocchia, possono essere molto incerte, piegate da una parte e dall’altra dall’attrazione gravitazionale di corpi celesti più grandi e dalla radiazione solare.
Gli asteroidi vicini alla Terra sono visibili solo per poco tempo prima di allontanarsi o svanire nel chiarore del cielo diurno. A partire da poche immagini sfocate gli astronomi devono calcolare le traiettorie precise di più giri intorno al Sole. Un errore potrebbe essere disastroso, lasciando all’umanità troppo poco tempo per lanciare una missione di difesa. Farnocchia non sapeva se la collisione sarebbe avvenuta, ma sapeva dove e quando sarebbe potuto succedere. Se ci fosse stato, l’impatto sarebbe avvenuto il 22 dicembre 2032, lungo un ampio corridoio che seguiva approssimativamente l’equatore, dall’oceano Pacifico orientale, attraverso la parte superiore del Sudamerica e l’Atlantico, e sopra la Nigeria, il Corno d’Africa e la penisola arabica, fino all’India e al Bangladesh. L’asteroide avrebbe rilasciato una quantità di energia cinquecento volte maggiore di quella della bomba atomica sganciata dagli Stati Uniti su Hiroshima. Sarebbe esploso nell’atmosfera, cadendo nell’oceano, dove avrebbe potuto causare uno tsunami, o toccando terra da qualche parte lungo il corridoio d’impatto.
Se il livello di rischio avesse continuato a crescere le autorità avrebbero preso in considerazione la possibilità di distruggerlo o deviarlo. In quel momento, però, l’attenzione degli scienziati che consigliano i governi del mondo su cosa fare con gli asteroidi e le comete in arrivo era rivolta altrove. Lo Space mission planning advisory group (Smpag) era impegnato in un gioco di guerra con gli asteroidi che durava da mesi. “All’inizio è stato un po’ fastidioso”, dice Detlef Koschny, un astronomo del Politecnico di Monaco che presiede il gruppo. “Stavamo facendo una bella esercitazione, ed ecco che arriva questa stupida cosa reale”.
Alla fine non c’è stato bisogno di nessuna missione. Un mese dopo nuove osservazioni hanno disinnescato la minaccia. Il rischio di impatto con la Terra era vicino allo zero. Il 22 dicembre 2032, 2024 Yr4 passerà a circa 270mila chilometri dal nostro pianeta. C’è ancora una probabilità del 4 per cento che colpisca la Luna. Un impatto di questo tipo non sposterebbe l’orbita del nostro satellite, ma potrebbe sollevare fino a centomila tonnellate di detriti, alcuni dei quali potrebbero colpire la Terra.
Lo Smpag era tornato al suo scenario ipotetico, ma io non riuscivo a smettere di pensare a 2024 Yr4. Cosa sarebbe successo se la percentuale di rischio avesse continuato a salire e la notizia di un asteroide diretto verso la Terra si fosse diffusa in un mondo sempre più inquieto? La difesa del pianeta dall’arrivo di asteroidi e comete è il punto in cui la meccanica celeste entra in collisione con la geopolitica, dove la sfera pulita e calcolabile dello spazio esterno si scontra con il tumulto umano.
A marzo ho mandato un’email alla Nasa. Volevo capire cosa sarebbe successo se gli astronomi avessero scoperto un asteroide sicuramente in rotta di collisione con noi. Chi prenderebbe la decisione di lanciare una missione di deviazione? E con quale autorità? E cosa succederebbe se la missione fallisse?
Larry Denneau, un astronomo dell’università delle Hawaii che aiuta la Nasa a mappare gli oggetti vicini alla Terra, mi ha risposto dopo poco. Il gruppo di difesa planetaria della Nasa, mi ha spiegato, di lì a poco si sarebbe riunito a Città del Capo, in Sudafrica, per rispondere a questi e ad altri interrogativi insieme ai loro colleghi di tutto il mondo. Inoltre uno dei telescopi telecomandati della Nasa per la caccia agli asteroidi nel deserto a 300 chilometri da Città del Capo stava dando qualche problema. Forse aveva bisogno di un po’ di manutenzione, magari di un motore di ricambio. Denneau mi ha invitato ad andare con lui.
Piovono pietre
Nel suo viaggio intorno al Sole la Terra passa attraverso diversi sciami di rocce. Nel corso dei millenni le collisioni con quelle rocce, siano esse asteroidi (resti della violenta formazione del sistema solare) o comete (palle di ghiaccio, polvere e roccia arrivate nel sistema solare interno dai suoi gelidi confini esterni) hanno influito sul modo in cui la vita si è evoluta sul nostro pianeta. Probabilmente è stato un asteroide a portare sulla Terra gli elementi chimici di base della vita. Un giorno un altro impatto probabilmente eliminerà gran parte degli organismi viventi. In una notte limpida si possono vedere a occhio nudo le prove di questo pericolo : i crateri lasciati dall’impatto degli asteroidi sulla Luna. Ma ci è voluto molto tempo perché qualcuno prendesse in considerazione l’idea che delle rocce spaziali potessero piovere sui pianeti.
In una mattina di dicembre del 1807 a Weston, in Connecticut, alcune persone assistettero a un’esplosione nel cielo. Frammenti rocciosi si dispersero sui boschi intorno alla città, ma l’idea che il meteorite Weston, come sarebbe stato chiamato in seguito (un meteorite è una roccia spaziale che ha attraversato l’atmosfera) provenisse dallo spazio, come sostenevano alcuni scienziati dell’epoca, fu ridicolizzata. “Preferirei pensare che due professori yankee stanno mentendo”, disse il presidente Thomas Jefferson, “piuttosto che credere che le pietre cadono dal cielo”.
Nel 1898 un astronomo tedesco individuò un asteroide di 18 chilometri tra Marte e la Terra. Fu chiamato Eros e fu il primo asteroide vicino alla Terra a essere scoperto. Ci volle più di mezzo secolo per individuarne altri 13. Solo gli asteroidi e le comete definiti “oggetti vicini” (Neo) – quelli la cui distanza dal Sole è inferiore a 1,3 volte quella della Terra – sono motivo di preoccupazione per i difensori del pianeta. Di questi, circa mille hanno un diametro superiore a un chilometro e sono in grado di distruggere la nostra civiltà. I più grandi causerebbero estinzioni di massa: l’asteroide che spazzò via i dinosauri 66 milioni di anni fa era largo tra i dieci e i 16 chilometri.
È probabile che scopriremo alcuni “city-killers” quando sarà troppo tardi
Gli astronomi hanno individuato circa il 95 per cento dei Neo più grandi di un chilometro, e nessuno di questi rappresenta una minaccia. Sappiamo molto meno di quelli più piccoli. Un asteroide di cinquanta metri di diametro può distruggere una città. Ce ne sono 250mila vicino alla Terra, e il 93 per cento è ancora sconosciuto. “Abbiamo appena scalfito la superficie”, mi ha detto Mark Boslough, un planetologo dell’università del New Mexico. È probabile che scopriremo alcuni di questi “city-killers” solo quando sarà troppo tardi. Nel 2013 un asteroide di venti metri fino ad allora sconosciuto ha provocato un’esplosione da mezzo megatone – trenta bombe di Hiroshima – sopra la città di Čeljabinsk, in Russia, ferendo più di mille persone. È stato il risultato di quello che Boslough chiama un “asteroide in picchiata mortale”, un oggetto che appare nel cielo diurno e viene avvistato per la prima volta mentre sta già attraversando l’atmosfera.
L’anno della cometa
I governi hanno appena cominciato a prendere sul serio questa minaccia. Nel 1994 Lindley Johnson, un laureato in astronomia che collaborava con l’aeronautica statunitense, scrisse un libro bianco intitolato Preparing for planetary defense (Come prepararsi alla difesa planetaria). Johnson sosteneva che le forze armate dovevano prendere in considerazione la difesa dell’umanità dalle rocce spaziali, un’idea che i suoi colleghi ritenevano bizzarra.
Ma ben presto i dubbi sparirono. A luglio dello stesso anno i frammenti della cometa Shoemaker-Levy 9 si schiantarono su Giove e la Nasa, per la prima volta in assoluto, riuscì a registrare lo spettacolo. Più tardi quell’estate, dopo aver visto l’impatto catastrofico della cometa, il congresso statunitense incaricò la Nasa di mappare tutti i Neo più grandi di un chilometro. Il progetto fu poi ampliato per includere il 90 per cento di tutti gli oggetti di diametro superiore a 140 metri, un lavoro che è ancora per più di metà incompiuto.
È stato solo tra il 2008 e il 2020, tuttavia, che la ricerca sui Neo è veramente decollata. Nel 2016 la Nasa ha creato un ufficio di coordinamento per la difesa planetaria e l’ha affidato a Johnson. Tre anni dopo l’Agenzia spaziale europea ha istituito un ufficio simile presso il Centro europeo per l’osservazione della Terra a Frascati.
Grazie a un sistema di telescopi situati alle Hawaii, in Arizona, a Porto Rico, in California, in Cile e in Sudafrica, e a un esercito di astronomi dilettanti, oggi abbiamo un catalogo di quasi 40mila Neo, e ogni settimana ne vengono scoperti in media altri quaranta. Questo lavoro è stato accelerato dall’entrata in funzione della più grande fotocamera digitale del mondo all’osservatorio Vera C. Rubin in Cile. A febbraio è stato riferito che anche la Cina ha cominciato a istituire una forza di difesa planetaria.
Nel 2028 la Nasa prevede di lanciare un telescopio a infrarossi per il rilevamento di asteroidi chiamato Neo surveyor. Nel 2029, che l’Onu ha designato come Anno internazionale per la conoscenza degli asteroidi e della difesa planetaria, un asteroide chiamato Apophis passerà a 32mila chilometri dalla Terra, più vicino di alcuni satelliti artificiali. Una sonda della Nasa è in viaggio per studiarlo in modo dettagliato.
La missione più audace fino a oggi è stata una partita di biliardo cosmica chiamata Double asteroid redirection test (Dart). Nel 2022 la Nasa ha mandato un veicolo spaziale telecomandato, che viaggiava a 22.500 chilometri all’ora, a schiantarsi contro un asteroide largo 160 metri chiamato Dimorphos a 11 milioni di chilometri dalla Terra. Una sonda dell’Esa è in viaggio verso Dimorphos per valutare gli effetti, ma sappiamo già che Dart ha spostato la sua orbita. È stata la prima volta che la traiettoria di un Neo è stata alterata, e questo ha dato al mondo la speranza di poter sfuggire a un’apocalisse dal cielo. Ma era solo un test, non un piano per come andrebbero le cose nella vita reale.
Alcuni funzionari della difesa planetaria e astronomi, influenzati dall’idealismo dell’era spaziale, sperano che la notizia di un asteroide o di una cometa che minaccia il pianeta possa spingere l’umanità a unirsi per difendersi. Tuttavia, quando si tratta di asteroidi delle dimensioni di 2024 Yr4, troppo piccoli per minacciare la civiltà nel suo insieme ma abbastanza potenti da incenerire una città, la verità potrebbe essere più cupa. È più probabile che la risposta dipenderebbe da dove, esattamente, l’asteroide è destinato a cadere, per esempio se è diretto verso il canale di Panama, come nel caso del corridoio di impatto previsto di 2024 Yr4, o verso una città di medie dimensioni, per esempio, in Venezuela.
Gli Stati Uniti, essendo l’unico stato con la capacità dimostrata di spingere i Neo fuori dalla rotta di collisione, sono di fatto i leader mondiali della difesa planetaria. Hanno un piano d’azione e un responsabile a tempo pieno. Ma non è detto che sarebbero affidabili come protettori della Terra.
“Tutti gli osservatori hanno i bersagli per le freccette”, ha detto Kelly Fast
Nel gennaio 2025, mentre il rischio di impatto del 2024 Yr4 stava aumentando, Washington si è ritirata una seconda volta dall’accordo di Parigi sul cambiamento climatico. Poi ha interrotto nuovamente i rapporti con l’Organizzazione mondiale della sanità. Il mese successivo il dipartimento per l’efficienza del governo ha smantellato l’agenzia di cooperazione internazionale Usaid, una decisione che secondo uno studio ha già portato alla morte di quasi trecentomila persone.
A maggio la Casa Bianca ha presentato un piano che propone di ridurre di quasi il 50 per cento il lavoro di ricerca scientifica della Nasa, di cui fa parte la difesa planetaria, una scelta definita necessaria per concentrarsi “sul progetto di battere la Cina nel ritorno sulla Luna”. In particolare, la Casa Bianca ha suggerito di ridurre i finanziamenti per il rilevamento dei Neo di tre milioni di dollari, un taglio di quasi l’8 per cento. Un portavoce dell’agenzia mi ha detto che la Nasa “resta impegnata nella missione di salvaguardare il nostro pianeta”. Ma se un asteroide stesse per abbattersi sul Bangladesh gli Stati Uniti interverrebbero? Chiederebbero qualcosa in cambio? Lo farebbero per l’Iran?
La baracca nel deserto
A maggio sono salito su un minibus vicino a Città del Capo. Nella fila dietro di me c’era Kelly Fast, un’astronoma della Nasa soprannominata Hollywood (è di Los Angeles), che indossava un’elegante giacca argentata adornata con il distintivo dell’Ufficio di coordinamento della difesa planetaria, di cui è direttrice. Nel distintivo una figura in piedi in cima a una fortezza punta un telescopio verso il cielo notturno sopra le parole Hic servare diem, “Qui per salvare la situazione”.
Johnson, oggi funzionario emerito della difesa planetaria, era seduto in fondo con indosso un berretto della Nasa. Il bus ci ha portato nel deserto del Karoo e tre ore dopo siamo arrivati vicino a Sutherland, una cittadina che ha uno dei cieli notturni più bui e limpidi del mondo.
Abbiamo seguito una pista fino all’Osservatorio astronomico sudafricano, sede di quasi venti telescopi. Nuvole grigie oscuravano il cielo. Quella notte non avremmo visto la Luna, figuriamoci un asteroide, ma lì la Terra era abbastanza affascinante, con coni vulcanici che si stagliavano all’orizzonte e pile di rocce rossastre sparse tra gli edifici dell’osservatorio argentato dalle cupole bianche. Su tutto incombeva il South African large telescope, il telescopio più grande del continente, dedicato alla ricerca di esopianeti potenzialmente adatti alla vita.
La nostra destinazione era più umile. Siamo scesi dal veicolo e abbiamo camminato sotto un vento gelido fino a una baracca di lamiera ondulata, con l’interno rivestito di compensato. La struttura ospitava un telescopio da duecentomila euro circondato da una semplice piattaforma di legno. Questa apparecchiatura, che costituisce una parte fondamentale del sistema di allerta per gli asteroidi, sembrava assemblata da un ricco dilettante. “È come un progetto realizzato nel cortile di casa”, ha detto Denneau con orgoglio.
Il telescopio apparteneva all’Asteroid terrestrial-impact last alert system (Atlas) della Nasa, che comprende due strumenti identici alle Hawaii e un altro in Cile impegnati a osservare l’intero cielo visibile più volte ogni notte. Se si avvicinasse un asteroide con un’energia esplosiva di cento megatoni, il doppio della potenza della bomba nucleare più potente mai testata, Atlas, entrato in funzione nel 2015, ci avviserebbe circa tre settimane prima dell’impatto. Fuori dalla baracca ho notato il teschio cornuto di uno springbok, un tipo di antilope, piazzato al centro di un cerchio di cinque pietre rosse come una sorta di offerta votiva da John Tonry, un altro astronomo dell’università delle Hawaii che collabora alla gestione di Atlas.
Tonry ha premuto un tasto sul suo portatile e il tetto si è aperto. “Bene”, ha detto, mentre la luce cominciava a entrare dall’apertura della cupola. “Nessun rumore strano”. Denneau e Tonry dovevano installare un nuovo motore sul telescopio. Ma dopo aver rovistato nelle cassette degli attrezzi si sono resi conto di non avere la chiave a brugola giusta. Hanno improvvisato una soluzione e completato la riparazione sotto il caldo bagliore arancione di una luce a led presa in prestito dal fotografo del Financial Times. Nel frattempo Carson Fuls, un astronomo che lavora a un osservatorio di asteroidi in Arizona, camminava avanti e indietro nel vento tagliente, fissando il suolo, in cerca di rocce interessanti .
Una volta completate le riparazioni siamo tornati all’edificio principale dell’osservatorio dove avremmo passato la notte. Dopo misere porzioni di roast beef e broccoli in una sala comune dotata di un bersaglio per le freccette e un tavolo da biliardo (“Tutti gli osservatori hanno i bersagli per le freccette”, ha detto Fast), Fast si è alzata e ha ringraziato Matthew Daniels, un ex funzionario della Casa Bianca che ci aveva accompagnato, per aver collaborato al piano d’azione per la difesa planetaria della Nasa. Fast non riusciva a trattenere le lacrime – alcuni difensori planetari si emozionano per la loro immensa responsabilità – mentre diceva che un asteroide della fascia principale tra Marte e Giove ora si chiama 22028 Matthewdaniels. “È al sicuro”, ha detto a Daniels, anche lui visibilmente commosso. “Non c’è bisogno di farlo saltare in aria”. Uno dei vantaggi di lavorare nella difesa planetaria è la possibilità di dare il tuo nome a un Neo. Anche un colosso da quattro chilometri chiamato 5905 Johnson e un asteroide più piccolo chiamato Kellyfast sono in orbita intorno al Sole, e più tardi la discussione si è spostata sull’idea di trasportare i corpi degli scienziati sui loro asteroidi dopo la morte. Queste tombe celesti, ha detto Johnson, sarebbero “tecnicamente possibili”.
Senza dubbio, sul piano tecnico la difesa planetaria è incredibilmente avanzata. Sappiamo come individuare gli asteroidi e atterrarci sopra. Sappiamo come dirottarli. Se è necessario, possiamo distruggerli. Quello che sappiamo molto meno è come si comporterebbero le persone durante il conto alla rovescia.
Diversi giorni prima avevo partecipato alla conferenza biennale sulla difesa planetaria a Stellenbosch, nelle Cape Winelands. All’evento, durato cinque giorni, c’erano centinaia di militari, politici, astronomi esperti di asteroidi, planetologi e funzionari della protezione civile. Molti degli interventi riguardavano argomenti oscuri come “La craterizzazione iperveloce e la distruzione di tre condriti ordinarie di tipo L”. Altri (“Allontanamento nucleare di asteroidi di dimensioni chilometriche”) erano decisamente spaventosi. Ma niente è stato più inquietante dell’“Esercitazione in caso di impatto di un asteroide”, che si è svolta il primo pomeriggio della conferenza.
La Nasa aveva fatto circolare lo scenario diversi mesi prima, e tutti lo avevano studiato attentamente. Più di una decina di partecipanti, tra cui Johnson, un paio di dipendenti dell’Onu, alcuni astronomi dello Smpag e altri esperti di disastri si sono affollati sul palco per spiegarlo. Sul muro era proiettata una diapositiva con la scritta “esercitazione” a lettere rosse che esponeva la premessa.
Una data da ricordare
Era il 28 aprile 2028. L’International asteroid warning network, di cui la Nasa fa parte, aveva informato l’Onu e lo Smpag che entro 13 anni, il 24 aprile 2041, un asteroide chiamato 2024 Pcd25 si sarebbe schiantato sicuramente sulla Terra a una velocità di quasi 14 chilometri al secondo.
“Don’t look up è più realistico di quanto creda la maggior parte delle persone”
L’asteroide misurava circa 150 metri e aveva un’energia d’impatto compresa tra i 45 e i 160 megatoni. Probabilmente sarebbe esploso nell’atmosfera in un’area lunga 870 e larga 270 chilometri che si estendeva dal nord dell’Angola fino alla Repubblica Democratica del Congo, una delle regioni più povere del mondo. Vicino all’esplosione sarebbero morte molte persone. Gli edifici sarebbero stati inceneriti. I vestiti avrebbero preso fuoco addosso alle persone. Incendi e danni sarebbero stati possibili in un raggio di un centinaio di chilometri, e il numero totale di morti e feriti sarebbe stato compreso tra decine di migliaia e più di un milione.
Che fare? Sarebbe stato difficile convincere la popolazione a evacuare la zona, ha spiegato David Ngindu Buabua, direttore generale del Centro nazionale di telerilevamento della Repubblica Democratica del Congo, che partecipava all’esercitazione. La regione era già teatro di un conflitto e ospitava molti sfollati. “È una situazione molto complicata”, ha detto. Il governo aveva un margine d’intervento limitato e la popolazione aveva poca fiducia nelle autorità. “La gente potrebbe pensare che gli stiamo chiedendo di andarsene per prendere le loro terre”. Sarebbe stato meglio spingere l’asteroide fuori dalla traiettoria di collisione con la Terra. Ma naturalmente, ha detto Ngindu Buabua, la Repubblica Democratica del Congo e l’Angola non avrebbero i mezzi per farlo.
Koschny, l’astronomo dello Smpag, ha esposto le opzioni della missione. Per deviare l’asteroide sarebbe stato necessario far schiantare cinque veicoli spaziali sulla sua superficie. Oppure si sarebbero potuti lanciare diversi veicoli per sparare flussi di particelle cariche contro l’oggetto e spingerlo via. E poi c’era l’opzione nucleare: una sola bomba sarebbe stata sufficiente. A causa della dinamica orbitale dell’asteroide e della geometria del sistema solare, ha detto Koschny, era possibile spostare l’asteroide solo in due direzioni: verso nord o sud rispetto alla Terra. C’era anche il rischio che la deflessione funzionasse solo in parte, spostando la zona di impatto dell’asteroide più a nord o a sud.
Nessuna orchestra
La maggior parte dei partecipanti riteneva che la scelta migliore sarebbe stata mandare l’asteroide a sud. Deviarlo verso nord avrebbe creato un corridoio di rischio molto più popolato che sarebbe andato dall’Africa centrale alla Scandinavia settentrionale passando sopra Istanbul e l’Ucraina occidentale. E anche se Città del Capo si trovava sul percorso meridionale (“Alla faccia del conflitto di interessi”, ha detto Johan Minnie del Centro di gestione del rischio di disastri di Città del Capo) nel complesso quel corridoio era molto meno popolato.
Ma poi una persona del pubblico ha chiesto quali fossero i possibili rischi per l’Antartide. Lóránt Czárán dell’ufficio delle Nazioni Unite per gli affari dello spazio extra-atmosferico, ha preso il microfono per rispondere. L’equivalente di più di diecimila bombe di Hiroshima che esplodono sopra la calotta glaciale e innalzano il livello globale del mare è “un problema più grande di qualsiasi altro io possa immaginare”, ha detto Czárán.
In tutto il mondo più di sessanta osservatori erano puntati su 2024 Yr4
Il suo intervento ha provocato un attimo di sconcerto. Quel rischio era stato poco considerato. “Nessuna delle due scelte è sicura”, ha detto Johnson. “È una situazione diabolica”.
Lo scopo dell’esercitazione era affrontare il dilemma. Le scelte difficili, ha detto Koschny, dovrebbero farle i politici. Ma quali? Nel caso in cui molti paesi si trovassero ad affrontare livelli di rischio variabili, non era chiaro chi avrebbe dovuto scegliere tra le alternative. “Chi prenderebbe la decisione?”, ha chiesto Czárán verso la fine della sessione. “È una domanda fondamentale”. Forse, ha detto, sarebbe toccato al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Ma difendere la Terra dallo spazio esula dal suo mandato. Un altro funzionario dell’Onu mi ha detto in seguito che la cosa più probabile sarebbe che i singoli stati decidessero da soli se lanciare delle missioni.
Altri problemi non sono stati affrontati. Se una missione di deviazione mettesse improvvisamente in pericolo un altro paese, questo potrebbe costituire un attacco armato. Inoltre il diritto internazionale vieta l’uso di armi nucleari nello spazio.
Molti difensori planetari credono che si dovrebbe fare un’eccezione. Altri temono di offrire agli stati un comodo pretesto per la proliferazione. Forse, con molti anni di preavviso, questi problemi potrebbero essere risolti. Ma potremmo non avere così tanto tempo.
Quella sera ho notato tre esperti di gestione dei disastri che bevevano birra fuori dalla sala conferenze. Gli ho chiesto cosa pensavano che sarebbe successo in una versione reale dello scenario proposto. Hanno riso. Gli stati dotati di capacità spaziali, ne erano certi, non farebbero nulla. Lascerebbero che l’asteroide esplodesse sopra la Repubblica Democratica del Congo o l’Angola e toccherebbe agli operatori umanitari come loro il compito di affrontare le conseguenze.
“Se la minaccia riguardasse l’Europa sarebbe subito lanciata una missione spaziale”, ha detto Clement Kalonga, un funzionario delle Nazioni Unite che vive a Nairobi.
Quando ho incontrato Lindley Johnson, il fondatore della difesa planetaria, si è mostrato più ottimista. “Sulla base dei loro comportamenti precedenti”, ha detto Johnson, “credo che gli Stati Uniti interverrebbero. Gli stati europei si unirebbero alla coalizione. E credo che ci sarebbe anche l’agenzia spaziale giapponese”. Alla fine del terzo giorno della conferenza, i difensori planetari hanno raggiunto in autobus un cinema Imax per vedere un documentario con immagini generate al computer intitolato Asteroid quest.
Mi sono seduto accanto a Rudolf Albrecht, un astronomo dell’Austrian space forum. Albrecht, magro ed energico, sembrava meno preoccupato dell’asteroide in sé che del caos che sicuramente sarebbe scoppiato prima dell’impatto. Negli ultimi mesi aveva riflettuto su uno scenario ipotetico accelerato, in cui la collisione era prevista nel 2031 invece che nel 2041. E se il mondo di oggi, già così disorientante e crudele, dovesse affrontare anche un asteroide diretto verso di noi nel giro di pochi anni?
Nel mondo dei sogni
Albrecht era giunto ad alcune conclusioni angoscianti. “Sarebbe il caos totale”, ha detto. “Un disastro”. A suo avviso l’idea che un asteroide potesse unire l’umanità era solo un’illusione. In realtà sarebbe estremamente difficile anche solo convincere la gente ad accettare l’esistenza dell’asteroide.
“Don’t look up è più realistico di quanto creda la maggior parte delle persone”, mi ha detto, riferendosi al film del 2021 in cui due astronomi interpretati da Leonardo DiCaprio e Jennifer Lawrence lottano per convincere il mondo a prendere sul serio una cometa diretta verso la Terra. Molti avrebbero sostenuto che la collisione non sarebbe mai avvenuta.
A quel punto ci è stato chiesto di indossare i nostri occhiali 3D per la foto di gruppo dell’auditorium. Albrecht ha continuato, indossando i suoi occhiali stereoscopici. Il mondo, ha predetto, si sarebbe rapidamente diviso in due campi: quelli che ci credono e quelli che si rifiutano di crederci. “Le persone”, ha detto, “vivono nel mondo dei sogni”.
Il documentario, che metteva in scena tre missioni reali su oggetti vicini alla Terra, tra cui la missione Dart della Nasa, stava cominciando. Nella sala sono state proiettate centinaia di asteroidi rocciosi. Schizzavano sopra le teste dei difensori planetari, e sembravano ruotare sospesi a mezz’aria. La sala era inondata da una grandiosa musica orchestrale. Ho visto Albrecht fare una smorfia. Lo spazio è silenzioso, ha detto. Anche i film sullo spazio dovrebbero esserlo. “Non c’è nessuna orchestra là fuori”. ◆ bt
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Questo articolo è uscito sul numero 1647 di Internazionale, a pagina 56. Compra questo numero | Abbonati