Una conseguenza positiva dell’ultimo vertice del g8 potrebbe essere la fine di questi vertici. Ancora meglio sarebbe una seria riflessione sull’ideologia della deregolamentazione e dell’espansione del libero mercato che è alla base della globalizzazione e contro cui protestano gli attivisti anti-G8. La risposta che le autorità e i principali commentatori hanno dato a coloro che si sono autonominati difensori dei poveri e che hanno manifestato a Genova è che ci vuole una globalizzazione ancora maggiore per rendere più ricchi i paesi poveri. I meriti supremi della deregolamentazione e del libero mercato sono dati per scontati: hanno assunto lo stesso status di verità autoevidente di cui godevano la generosità e il carattere progressista del colonialismo negli anni Venti e Trenta. C’è una certa analogia tra globalizzazione e colonialismo. Entrambi nascono dal desiderio di esportare nel mercato coloniale/globalizzato; di usare la sua forza lavoro, pagandola salari inferiori a quelli di casa propria; infine di sfruttare le risorse, umane e materiali, del paese colonizzato.

Qualcuno potrebbe sostenere che questo è legittimo nel caso della globalizzazione dato che essa favorisce anche la democrazia, mentre lo stesso non si può dire del colonialismo. Ma anche questa è una questione di punti di vista.

Settant’anni fa i governi liberali occidentali erano fieri del progresso, dell’istruzione e del miglioramento delle condizioni di vita che portavano alle popolazioni “arretrate” dell’Asia e dell’Africa. Sostenevano che stavano preparando quei popoli all’autogoverno e che li stavano introducendo al mondo moderno della tecnologia e del commercio. Le edizioni precedenti al 1940 dell’Enciclopedia Britannica parlano del “genio colonizzatore universalmente riconosciuto” della Gran Bretagna, che “si era accollata il ‘fardello dell’uomo bianco’ in tutti gli angoli del globo”.

Oggi ci dicono che la globalizzazione significa progresso, istruzione, prosperità e modernizzazione economica. Ma questa è solo metà della storia. Certo, porta investimenti e tecnologia industriale. Ma porta anche sconvolgimenti sociali e politici, la distruzione delle tradizioni culturali e la rovina delle industrie e delle agricolture locali che non sono competitive a livello internazionale.

L’Indonesia, politicamente instabile e a rischio di disintegrazione, ha da poco un altro governo quasi militare. Questo è il risultato della crisi causata dalla deregolamentazione dell’economia indonesiana, dall’apertura dei suoi mercati alla concorrenza internazionale e dal crollo finanziario che ne è conseguito quando gli investitori stranieri hanno perso fiducia nel paese. La Thailandia e la Corea del Sud hanno vissuto la stessa esperienza. Il bilancio complessivo degli interventi del Fondo monetario internazionale nelle nuove economie globalizzate è stato politicamente negativo, poiché ha imposto norme di deregolamentazione e austerità che non sarebbero mai state accettate negli Stati Uniti o in qualsiasi altro paese occidentale.

Le organizzazioni internazionali impongono regole che gli Stati Uniti rifiutano per se stessi, come la necessità di una banca centrale indipendente con l’unico compito di controllare l’inflazione. Mettono in pratica teorie dello sviluppo che sono in contrasto con quello che viene insegnato nelle facoltà di economia statunitensi. Gli economisti e gli esperti di politica questo lo sanno benissimo, ma l’agenda dei G8 lo smentisce. È per questo che ci sono manifestazione di massa contro la globalizzazione.

Una manifestazione, a rigor di termini, non è un’espressione di democrazia, dato che i dimostranti si autonominano, mentre i leader dei governi occidentali sono stati liberamente eletti. Ma la stessa cosa si sarebbe potuta dire di chi protestava contro il colonialismo negli anni Trenta.

I vertici del G8 sono cominciati ventisei anni fa, quando il presidente francese Valéry Giscard D’Estaing propose ai leader dei cinque paesi più industrializzati di ritrovarsi un fine settimana in un castello del governo francese per parlare dei loro problemi comuni. Questi incontri sono diventati annuali quando i capi di governo si sono accorti che non erano solo un’occasione per fare utili conversazioni, ma che servivano anche a rafforzarli politicamente nei loro rispettivi paesi. Presto divennero i G7 e poi i G8. I cittadini dei paesi più piccoli vedevano i loro leader intrattenere rapporti apparentemente familiari con i presidenti statunitensi, mentre questi ultimi venivano mostrati ai loro elettori come i leader del mondo libero che ricevevano l’omaggio dei loro rispettosi vassalli.

Questi incontri facevano comodo a tutti, anche se presto hanno smesso di svolgere la loro funzione originaria. Hanno cominciato a parteciparvi migliaia di funzionari che a fine riunione presentavano a qualche centinaio di giornalisti un comunicato stilato generalmente prima di aver lasciato casa propria. I giornalisti avrebbero potuto scriverlo direttamente nelle loro redazioni.

I veri responsabili dei risultati dei G8 sono infatti i funzionari che passano mesi nelle loro capitali a negoziare gli accordi che poi i leader ratificano durante il vertice, tra un ricevimento, una cena e lo spettacolare dispiegamento di magnificenza nazionale o di egocentrismo. Il vertice di Genova aveva come obiettivo la lotta alla povertà. Si è deciso di estendere le attuali misure sulla riduzione del debito ai paesi in via di sviluppo e di stanziare 1,2 miliardi di dollari per combattere l’Aids e altre malattie. La sola organizzazione del vertice dello scorso anno a Okinawa è costata al Giappone 766 milioni di dollari. Il summit di quest’anno è stato più economico: l’Italia dice di aver speso solo 110 milioni di dollari. Beni per altri 20 milioni di dollari sono stati distrutti dai dimostranti violenti. Senza contare quello che è costato agli Stati Uniti portare a Genova una delegazione di 600 persone e agli altri governi delegazioni di circa 350 persone.

Pensate a quanto denaro si sarebbe potuto dare ai paesi poveri se fossero rimasti tutti a casa, giornalisti compresi. ◆ bt

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Questo articolo è uscito sul numero 397 di Internazionale, a pagina 6. Compra questo numero | Abbonati