Proteste contro il comune di Roma per lo sgombero a Ponte Mammolo

12 maggio 2015 18:59
Un momento dello sgombero dell’insediamento in via delle Messi d’Oro a Ponte Mammolo, a Roma, l’11 maggio 2015. (Massimo Percossi, Ansa)

Fino all’11 maggio in via delle Messi d’Oro, a Roma, sorgeva uno storico borghetto, una volta abitato da decine di famiglie italiane che lungo gli anni avevano trovato soluzioni abitative migliori. Nello stesso luogo hanno poi vissuto diversi gruppi di migranti (ucraini, indiani, ecuadoriani, etiopi, eritrei): alcuni di loro riconosciuti come rifugiati, altri in transito e diretti verso il Nordeuropa, altri lavoratori regolari ma senza i mezzi per pagarsi un affitto.

Questo luogo era talmente noto nel quartiere che a sorpresa papa Francesco l’aveva visitato in febbraio prima di andare alla parrocchia del quartiere, san Michele Arcangelo.

L’11 maggio, senza nessun preavviso, le forze dell’ordine hanno raso al suolo le case di fortuna, lasciando più di duecento persone senza un’abitazione.

Tra loro c’è Herouth, che ha solo due anni ed è il più piccolo. Lui e i suoi genitori, eritrei, sono arrivati in Italia da una settimana. Dalla Sicilia hanno fatto tappa a Roma: si erano fermati a Ponte Mammolo con il progetto di continuare il viaggio verso il Nordeuropa.

La Germania è la meta del ragazzo originario del Ghana che rovista tra le macerie del campo. “Ho la residenza a Reggio Emilia, ma quando vengo a Roma per lavoro mi fermo qui. Avevo lasciato le mie cose: i documenti di mio figlio e dei soldi che avevo messo da parte per il viaggio. Non c’è più niente, è impossibile anche solo provare a recuperare qualcosa. Se solo ci avessero avvertito”, racconta a Redattore Sociale.

A José e alla sua famiglia invece sono rimasti un’automobile, qualche vestito, una scatola piena di documenti e dei giocattoli. Nient’altro. Insieme ad altre tre famiglie dell’Ecuador nel borghetto aveva costruito delle piccole abitazioni in muratura, chiesto l’allaccio di luce e gas e preso la residenza. Le ruspe hanno raso al suolo ogni cosa: le foto, i mobili, la tv, la lavatrice. Tutto è andato perso. “Ci hanno dato meno di un’ora per portare via le nostre cose”, racconta José, arrivato in Italia tredici anni fa. Ha un regolare permesso di soggiorno e per lavoro assiste un anziano.

Cacciati senza preavviso
Secondo la legge prima di effettuare uno sgombero forzato gli occupanti devono essere avvisati, per avere il tempo di portare via i loro effetti personali e trovare un altro alloggio. Questa volta però nessuno ha ricevuto un preavviso, anche se Francesca Danese, l’assessora alle politiche sociali di Roma, afferma di aver ordinato lo sgombero per il bene dei migranti: “Vivevano in condizioni igienico sanitarie pietose”.

Mentre abitanti, associazioni e i centri sociali della zona si stanno organizzando per portare generi di prima necessità, circolano le prime dichiarazioni polemiche proprio sulle modalità dello sgombero. Medu (Medici per i diritti umani) ha inviato una lettera aperta al sindaco Marino: “Se dopo anni di assenza delle istituzioni, procedere allo smantellamento di un luogo malsano e insicuro come la baraccopoli di Ponte Mammolo è condivisibile, il metodo e le modalità con cui sono stati realizzati sono semplicemente vergognosi”. L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ha espresso preoccupazione: “Sorprende che il comune abbia deciso di interrompere un percorso di concertazione con la società civile e con gli abitanti dell’insediamento informale e che sia stato deciso di eseguire uno sgombero coatto prima che fosse pianificata una soluzione alloggiativa alternativa e stabile”.

“Non si può agire con mano militare su questi temi”, ribadisce il Consiglio italiano per i rifugiati.

Anche la Comunità di Sant’Egidio esprime perplessità sulle modalità dello sgombero: “Ci si chiede con amarezza perché non si sia fatto un trasferimento concordato con gli abitanti, ma si sia scelta la strada di uno sgombero improvviso che provoca inutili tensioni e umiliazioni, oltre che la perdita di beni come elettrodomestici, documenti ed altro, che vengono distrutti insieme alle baracche. Umiliazioni che subiranno tra gli altri alcuni giovani studenti che erano a scuola o alcuni lavoratori che erano usciti al mattino senza sapere nulla: al loro ritorno troveranno la propria abitazione distrutta insieme ad alcuni beni. Mentre l’Europa si interroga su come far crescere la solidarietà nei confronti di profughi e migranti, perché non promuovere anche a Roma nuove politiche di solidarietà, senza inutili umiliazioni verso persone che hanno già sofferto abbastanza?”.


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