Il re saudita Salman a Riyadh, il 22 gennaio 2013. (Fahad Shadeed, Reuters/Contrasto)

L’Arabia Saudita sta per eseguire decine di condanne a morte

Il re saudita Salman a Riyadh, il 22 gennaio 2013. (Fahad Shadeed, Reuters/Contrasto)
27 novembre 2015 17:42

Più di cinquanta persone saranno presto giustiziate in Arabia Saudita, secondo diversi organi di informazione locali. Si tratterebbe soprattutto di condannati per terrorismo, ma anche di oppositori al governo appartenenti alla minoranza sciita, come ha denunciato l’organizzazione per la difesa dei diritti umani Amnesty international. Nel paese gli sciiti sono circa il 10-15 per cento della popolazione e da tempo sostengono di essere oggetto di discriminazione da parte della maggioranza sunnita.

Amnesty international ha diffuso il testo di una lettera scritta dalle madri di cinque attivisti sciiti condannati: non è sicuro che siano tra i prigionieri prossimi a essere giustiziati, ma il fatto che siano stati sottoposti a un controllo medico inaspettato ha convinto le famiglie dell’imminenza della decapitazione. Nel loro appello, indirizzato al re saudita Salman e al principe Mohammed, le donne chiedono il rilascio dei figli e un nuovo processo da condurre secondo gli standard internazionali e in presenza di osservatori indipendenti.

Le sentenze con cui sono stati condannati i nostri figli sono le prime del loro genere nella storia della giustizia saudita. Sono basate su confessioni estorte con la tortura e processi a cui non sono stati ammessi i legali della difesa. I giudici hanno mostrato di essere dalla parte dell’accusa.

Tra i cinque attivisti ci sono Ali al Nimr, Abdullah al Zaher e Dawood Hussein al Marhoon che erano minorenni al momento dell’arresto. La Convenzione dell’Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza proibisce la pena di morte per persone minori di 18 anni. Secondo Amnesty international, i tre sono stati spinti a confessare con la tortura e hanno subito processi sommari.

Ali al Nimr è stato arrestato nel febbraio 2012, quando aveva 17 anni, ed è stato condannato a morte nel 2014 da un tribunale di sicurezza e lotta al terrorismo. I capi d’accusa della sua sentenza sono dodici e includono aver manifestato contro il governo, aver aggredito le forze di sicurezza, essere in possesso di una mitragliatrice e aver compiuto una rapina a mano armata. Un gruppo di esperti delle Nazioni Unite e il parlamento europeo hanno chiesto all’Arabia Saudita di sospendere la condanna di al Nimr. Dawood Hussein al Marhoon e Abdullah Hasan al Zaher sono stati arrestati il 22 maggio e il 3 marzo 2012, all’età di 17 e 16 anni. Sono stati condannati a morte nell’ottobre 2014 sulla base di accuse simili, tra cui aver partecipato a proteste antigovernative, effettuato una rapina a mano armata e partecipato all’uccisione di agenti di polizia.

Solo in Cina e in Iran sono eseguite più condanne a morte che in Arabia Saudita. Dal gennaio 1985 al giugno 2015 almeno 2.208 persone sono state giustiziate dalle autorità saudite, di cui quasi la metà erano cittadini stranieri – il 33 per cento dei 30 milioni di residenti nel paese non è cittadino saudita. Nel 2015, 72 dei 151 condannati uccisi finora erano stranieri. L’ultima volta in cui ci sono state più di 150 esecuzioni in un anno è stata nel 1995, quando furono eseguite 192 condanne a morte.

In Arabia Saudita la pena di morte è prevista anche per imputazioni diverse dall’omicidio, come l’adulterio, l’apostasia dell’islam, la stregoneria, la rapina a mano armata, lo stupro e i crimini legati alla droga. Per quest’ultimo tipo di reati la percentuale di condanne a morte è cresciuta dal 4 per cento nel 2010 al 47 per cento tra il 2014 e giugno 2015.

Nelle ultime settimane il sistema giudiziario saudita aveva attirato l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale per il caso di Ashraf Fayadh, il poeta e artista palestinese condannato a morte il 17 novembre con diverse accuse, tra cui quella di aver promosso l’ateismo con una sua opera. Più di cinquanta organizzazioni culturali e per la difesa dei diritti umani e della libertà d’espressione, tra cui Pen international, hanno firmato una lettera indirizzata alle autorità saudite per chiedere il rilascio di Fayadh. Esiste anche una petizione italiana.

Secondo il quotidiano filogovernativo Al Riyadh, che cita una fonte del ministero della giustizia saudita, una persona che su Twitter ha paragonato la condanna a morte di Fayadh alle esecuzioni del gruppo Stato islamico sarà citata in giudizio. Ma la fonte non ha dato informazioni sull’identità dell’autore del tweet incriminato, né ha fatto riferimento alla pena in cui incorrerebbe.

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Claudia Grisanti
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