29 marzo 2020 10:00

Restare in casa, lavarsi le mani, evitare luoghi affollati e il contatto ravvicinato con persone che soffrono di infezioni respiratorie acute: sono le precauzioni ripetute da giornali, tv ed esperti per fermare i contagi del nuovo coronavirus. Vale per tutti gli abitanti del territorio nazionale e sono, finora, le misure più efficaci, almeno finché non si troverà una cura.

“Io resto a casa? No: tu resti a casa, io resto nel campo. Sta qui tutta la differenza!”. A dirlo è A., un abitante, cittadino italiano, dell’insediamento rom in via di Salone, nella periferia est di Roma. È anche l’incipit dell’indagine curata dall’Associazione 21 luglio sull’impatto del decreto governativo #IoRestoaCasa sui 3.500 abitanti di alcuni insediamenti formali della capitale, ufficialmente battezzati dal comune “villaggi della solidarietà”. Il rapporto è stato diffuso il 19 marzo dopo aver contattato, via telefono, alcuni abitanti di cinque dei sette insediamenti gestiti dall’amministrazione romana: quelli di via Cesare Lombroso, di via Luigi Candoni, di via dei Gordiani, di Castel Romano e di via di Salone.

In ognuno di questi posti la quasi metà della popolazione è composta da minori e il sovraffollamento è la regola. Nelle piccole unità abitative – container o roulotte ampliati e trasformati in baracche – vivono anche sei o sette persone. L’acqua corrente è scarsa, in alcuni casi è fornita da un servizio di autobotti, e quindi lavarsi spesso le mani è un miraggio. “Una volta ogni due o tre giorni viene un’autobotte a darci due taniche di acqua a container. Come fai a lavarti, a cucinare, a fare la doccia e a bere con così poca acqua? Tutti sanno come stiamo qua e nessuno fa niente”, si sfoga N., una rom di 23 anni che abita a Castel Romano, un enorme insediamento con più di cinquecento abitanti a sud di Roma.

“Non c’è acqua potabile. La situazione è critica e molto a rischio”, conferma P., un uomo di 25 anni. “Qui le condizioni fanno schifo da sempre, come puoi essere pulito in un campo?”, dice anche S., un abitante di via Candoni. Con più di ottocento abitanti, questo è uno dei più grandi insediamenti d’Italia. Ospita persone arrivate da altri campi, per lo più irregolari, smantellati negli ultimi vent’anni per ordine delle giunte capitoline di vario colore politico.

Autorità assenti
Poiché i cinque campi esaminati dallo studio sono di fatto istituzionalizzati, gli ingressi sono spesso controllati dai vigili urbani. Come conferma Carlo Stasolla dell’Associazione 21 luglio, in questi giorni le autorità municipali non sono intervenute per dare informazioni agli abitanti o per spiegare le misure di prevenzione contro il contagio: si sono limitate a invitarli a non uscire e, nel caso, a non affollare le auto.

Le informazioni arrivano, confuse, solo attraverso la televisione. “Nessuno è venuto. Niente, niente, niente… Seguiamo sul tg tutte le indicazioni”, dice M., che abita nell’insediamento di via Cesare Lombroso, nella zona nord di Roma, dove vivono circa duecento persone.”Mi sono fatto un foulard e mi metto quello per fare la spesa. Ho comprato i guanti, ma i ragazzini me li hanno buttati”, dice V.

Nell’insediamento di via Candoni, Roma, 28 marzo 2020. (Simona Pampallona per Internazionale)

“Vorremmo avere delle mascherine ma non le abbiamo trovate”, aggiunge E., un uomo di 38 anni che vive insieme ad altre 260 persone nel villaggio della solidarietà in via dei Gordiani (zona est della capitale). “Nessuno ha le mascherine, non si trovano”, conferma D., una donna di 65 anni. Allora c’è chi ha cominciato a prodursele da solo, cucendo della stoffa.

In via Cesare Lombroso “i vigili fuori dal campo ci fanno uscire soltanto per la spesa. Subito ci chiedono dove andiamo, e ci dicono: ‘Lo sapete come funziona?’. Noi se dobbiamo fare la spesa ci mettiamo la sciarpa intorno alla faccia e usciamo”, racconta M., una donna di 35 anni.

“Io non riesco a uscire a fare la spesa. Non ho la macchina e ogni volta provo a chiedere a qualcuno se mi può accompagnare. Ma quando salgo in auto vengono i vigili e ci dicono che bisogna uscire uno alla volta. Uno per ogni macchina. Ma così come faccio a uscire? Come faccio a fare la spesa?”, chiede R., che abita in via di Salone. L’insediamento è a più di tre chilometri di distanza dal primo negozio di alimentari e la strada non ha marciapiedi, e non è illuminata.

“Ci hanno detto che per fare la spesa non possiamo uscire più di una volta al giorno e non ci lasciano uscire con la macchina per farla. Spesso è mia moglie che va a piedi, così i vigili fanno meno storie. Alla fine mangiamo di meno e risparmiamo”, prova a scherzare D., un uomo di 47 anni di via Candoni. “Con noi vive anche mio figlio, che non lavora. Sua moglie chiedeva l’elemosina, ma ora non può più farl0”.

Senza più lavoro
L’isolamento forzato previsto dai decreti governativi per l’emergenza Covid-19 ha un impatto economico anche per chi vive negli insediamenti. V. ha quattro figli: “Sto fermo, come faccio a lavorare? In giro non c’è nessuno. Prima facevo la giornata, adesso nulla proprio, non so nemmeno quanto durerà… Prima riuscivo a fare quaranta euro al giorno pulendo qualche cantina, vendendo ferro, ora non c’è modo”. Ancora più preoccupata è M., anche lei madre di quattro bambini: “Mio marito faceva il mercatino dell’usato, traslochi… Ora stiamo fermi. Nessuno lavora. Abbiamo anche paura di andare in mezzo alle persone”.

“Non lavoriamo più con il metallo, il mercatino e l’elemosina. Qualcuno ha un po’ di soldi da parte e con quelli fa fronte all’emergenza. Ma le risorse a disposizione mica sono infinite!”, dice sconsolato E. di via dei Gordiani.

“Io raccolgo il ferro. Ho pure fatto tutti i documenti per andare in giro a raccoglierlo. Ma adesso siamo bloccati e non si va avanti. Chi ha qualcosa da parte, va bene. Ma chi vive alla giornata, come fa?”, si chiede R. di via di Salone.

Emergenze nell’emergenza
Nei cosiddetti villaggi della solidarietà, come nel resto del paese, ci sono poi due emergenze nell’emergenza: l’interruzione dell’attività scolastica e l’isolamento degli anziani. La situazione più che precaria dei campi (mancanza di energia elettrica, di computer, di collegamenti a internet ma anche, banalmente, di una stanza per sé, con tavolo e sedie) condanna i bambini che ci abitano a restare drasticamente indietro rispetto ai loro coetanei e compagni di classe.

Gli anziani, dopo il decreto #IoRestoaCasa, sono ancora più isolati. Se fino all’inizio dell’emergenza potevano contare sull’aiuto degli altri abitanti del campo, le cose stanno cambiando, spiega Stasolla. Il prolungamento dell’emergenza fa aumentare le difficoltà delle famiglie e anche le paure, lasciando gli anziani sempre più soli.

Davanti all’insediamento in via di Salone, Roma, 28 marzo 2020. (Simona Pampallona per Internazionale)

Lo racconta una donna di 65 anni di via dei Gordiani, che non può uscire dalla propria abitazione perché ha diverse patologie. Di solito aveva qualcuno che si prendeva cura di lei, le faceva la spesa, la aiutava, ma ultimamente gli aiuti si sono ridotti. “Siamo abbandonati, nessuno ci dice niente, non sappiamo come fare. Tutti gli anziani del campo stanno così!”, racconta.

S., un uomo di 55 anni di Castel Romano, sintetizza la situazione: “Siamo esseri umani, eppure siamo abbandonati e nessuno ci aiuta”.

Un appello alle istituzioni
Il rapporto dell’Associazione 21 luglio fotografa una realtà già drammatica. Ma la situazione sta peggiorando, sia dal punto di vista sanitario, lasciando esposte al contagio migliaia di persone, sia dal punto di vista sociale, isolando ancora di più una fetta di popolazione già emarginata.

Per questo l’associazione ha lanciato un appello online rivolto alla sindaca Virginia Raggi e alla prefetta di Roma Gerarda Pantalone. Chiede che siano garantite condizioni igienico-sanitarie adeguate, prima di tutto l’accesso all’acqua potabile; di assicurare all’interno degli insediamenti la presenza di operatori sanitari e di mediatori culturali per informare bene le persone; di predisporre per tempo, in caso qualcuno fosse trovato positivo al Covid-19, un adeguato e tempestivo piano di intervento sanitario.

“Mai come in questi giorni difficili Roma deve mostrare il suo volto di città solidale, afferma Carlo Stasolla. “Oltre alle seimila persone che vivono nelle baraccopoli romane, non dimentichiamo i 7.700 senza dimora. Un esercito di uomini, donne, bambini in condizioni estreme, ai quali deve essere garantito il diritto alla salute a vantaggio loro e a tutela dell’intera collettività”.

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