25 maggio 2020 14:56

Nel 1957 Hafez al Assad, un giovane ufficiale dell’aeronautica siriana originario degli altopiani, sposò una ragazza della Siria costiera, Anisa Makhlouf. La loro era una coppia ben assortita: Assad era ambizioso e i Makhlouf erano potenti. E infatti, dopo che Assad prese il potere con la forza nel 1970, i due clan hanno amministrato il paese come un’azienda a conduzione familiare, garantendo un posto di primo piano agli alawiti, i seguaci di una versione esoterica dell’islam, professata da entrambe le famiglie .

Mezzo secolo dopo quell’alleanza sembra in crisi. In una serie di video su Facebook Rami Makhlouf, l’imprenditore più ricco del paese, ha accusato il cugino Bashar al Assad, figlio di Hafez e attuale presidente siriano, di aver sequestrato i suoi beni. Makhlouf si è addirittura lamentato del fatto che le forze di sicurezza, le stesse da lui finanziate per anni, hanno trattato i suoi dipendenti “in modo disumano”, “aggredendo le libertà delle persone”.

Per Makhlouf le cose vanno male già da un po’. La morte di Anisa, nel 2016, ha tolto alla sua famiglia la protezione di cui godeva. Maher al Assad, fratello del presidente e comandante della guardia repubblicana, ha messo gli occhi sull’impero dei Makhlouf. La moglie di Assad, Asma, vuole rafforzare la posizione della sua cricca e migliorare le prospettive di carriera di suo figlio di 19 anni, Hafez. In un post recente Makhlouf sembra incolpare Asma per il rovescio di fortuna.

Il vero motivo
Tuttavia la ragione principale dietro la caduta di Makhlouf è che Assad ha bisogno di denaro dopo nove anni di guerra civile che hanno devastato l’economia. A dicembre il governo ha cominciato a sequestrare i beni dell’imprenditore per presunte “violazioni doganali”. L’offensiva ha raggiunto l’apice ad aprile, con un raid nella sede di Syriatel, principale operatore telefonico del paese di proprietà di Makhlouf. I dirigenti della società sono stati arrestati e il governo pretende il pagamento di sanzioni per 170 milioni di dollari. Il presidente Assad ha presentato l’operazione come parte di una campagna contro la corruzione.

Sappiamo che il regime siriano è solito mettere le pistole in bocca ai suoi nemici e poi dire che è stato un suicidio. Ma il caso di Makhlouf non è come tutti gli altri. Il suo clan è più ampio di quello di Assad e fa parte della potente tribù Haddadin, di cui Makhlouf ha cercato l’appoggio durante tutta la guerra. Nel 2012 l’imprenditore ha creato Bustan, un’associazione benefica con un braccio armato incaricato di proteggere i componenti del clan. L’associazione garantiva pasti, assistenza sanitaria e posti di lavoro, fino a quando l’anno scorso Assad ne ha limitato le attività.

Gli alawiti più radicali hanno accolto con sgomento la caduta di Makhlouf, che considerano come un protettore. Alcuni hanno accusato Assad di averli abbandonati per favorire i commercianti, in gran parte sunniti, vicini alla moglie Asma, anche lei sunnita. Molti alawiti hanno perso dei familiari in guerra, e non accettano che il presidente consegni il bottino ai sunniti, che in passato si sono ribellati alla sua autorità. “Gli alawiti si sentono minacciati e si schiereranno con Rami”, conferma un socio d’affari di Makhlouf. “Se le forze di sicurezza gli daranno la caccia, rischiano di destabilizzare lo stato”.

La Russia, altro alleato di Assad, potrebbe apprezzare l’uscita di scena degli iraniani

L’Iran, alleato del governo di Damasco, osserva la situazione in Siria con preoccupazione. Makhlouf “è sempre stato vicino all’Iran”, sottolinea il socio dell’imprenditore, “e mette tutte le sue uova nel cesto iraniano”. Tuttavia Teheran ha problemi più seri a cui pensare. La crisi economica galoppante e l’uccisione a gennaio di Qassem Suleimani, il comandante delle operazioni militari all’estero, hanno reso difficile per l’Iran mantenere salda la propria posizione in Siria. Israele, nel frattempo, ha moltiplicato gli attacchi aerei contro le basi iraniane nel paese e sostiene che le forze di Teheran si stiano ritirando.

La Russia, altro alleato di Assad, potrebbe apprezzare l’uscita di scena degli iraniani. Mosca, infatti, vorrebbe che le sue aziende ottenessero i contratti per la ricostruzione in Siria. Il sistema antiaereo S-300 sembra non funzionare contro i missili israeliani, e alcuni analisti sostengono che la Russia stia permettendo (se non addirittura facilitando) gli attacchi contro le postazioni iraniane. Mosca ha inviato i suoi uomini in aree su cui l’Iran aveva messo gli occhi e ha tagliato fuori Teheran dai negoziati sul nord della Siria, dove i ribelli sostenuti dalla Turchia continuano a controllare alcuni territori e i curdi hanno creato una sorta di protostato.

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Considerando il caos all’interno del regime, c’è chi pensa che Assad possa essere disposto a negoziare una soluzione politica con i ribelli. La Russia spinge per un accordo, in modo da convincere le potenze occidentali a finanziare la ricostruzione. In uno scenario ottimista Assad potrebbe accettare una nuova costituzione che affidi il potere a un primo ministro più moderato in vista delle presidenziali dell’anno prossimo.

Ma al momento questa prospettiva sembra lontana. Assad, infatti, appare più ostinato che mai. I diplomatici russi lo descrivono come un cliente bizzoso, mentre i mezzi d’informazione russi lo criticano sempre più spesso. Alcuni giornalisti hanno addirittura prospettato l’idea che Putin potrebbe preferire un cambio ai vertici. Finora, però, non è emersa alcuna alternativa. Anche se Assad continuerà ad alienarsi il favore degli alleati e del suo popolo, a quanto pare la Siria è condannata ad averlo come leader.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è uscito sul settimanale britannico The Economist.