23 giugno 2020 17:46

Il Tamigi è sempre stato uno specchio dei tempi, spiega Lara Maiklem. Maiklem passa le giornate setacciando le rive fangose del fiume alla ricerca di reperti storici, dal vasellame di epoca romana alle pipe di terracotta vittoriane. Ogni periodo dell’anno ha i suoi rifiuti caratteristici: bottiglie di champagne nella prima settimana di gennaio, palloni da calcio in estate. Il 2020 ha lasciato un segno particolare: da quando il covid-19 ha raggiunto il Regno Unito, il fango della riva del Tamigi ha prodotto un abbondante raccolto di guanti di latex.

A febbraio, dall’altra parte del mondo, Gary Stokes ha ormeggiato la sua barca nelle remote isole Soko, a Hong Kong. È su queste spiagge che OceansAsia, l’organizzazione ambientalista gestita da Stokes, registra i livelli di inquinamento da plastica. Stokes è abituato a trovare rifiuti caratteristici del mondo moderno, come le bottiglie di plastica e i sacchetti dei supermercati. Ma quel giorno di febbraio ha trovato qualcosa che ha attirato l’attenzione in tutta Hong Kong: settanta mascherine chirurgiche su una striscia di sabbia di cento metri. Stokes ha ripulito la spiaggia, ma quando è tornato quattro giorni dopo le mascherine erano ancora lì, come un’erbaccia ostinata.

Dal Tamigi alle spiagge deserte delle isole Soko, il pianeta è inondato di rifiuti di plastica legati alla pandemia. È difficile trovare dati precisi, ma secondo alcune stime il consumo di plastica monouso negli Stati Uniti potrebbe essere aumentato del 250-300 per cento, spiega Antonis Mavropoulos dell’International solid waste association (Iswa), che rappresenta le organizzazioni per il riciclaggio di 102 paesi. Gran parte di questo aumento è dovuto alla domanda di dispositivi di protezione, come mascherine, visiere e guanti. Secondo le previsioni della Grand view research il mercato delle mascherine usa e getta passerà dai circa 800 milioni di dollari del 2019 ai 166 miliardi nel 2020.

Problemi più urgenti
Sono numeri sconvolgenti, ma la protezione personale rappresenta solo una parte del problema. Le misure di isolamento hanno innescato un boom del commercio online. A marzo, quando buona parte degli esercizi commerciali di Europa e Stati Uniti ha interrotto l’attività, circa 2,5 miliardi di clienti hanno visitato il sito di Amazon, con un aumento del 65 per cento rispetto all’anno scorso. Secondo il Peterson institute for international economics, un centro studi di Washington, nel primo trimestre dell’anno i cinesi hanno acquistato online più del 25 per cento dei beni materiali.

Gran parte dei prodotti acquistati in rete è avvolta nella plastica, e del peggior tipo. Spesso le merci sono contenute in imballaggi composti da vari strati. Questo protegge la merce dagli urti durante il trasporto in aereo e nei furgoni, ma rende quasi impossibile il riciclo. Allo stesso tempo, le persone isolate in casa hanno fatto ampio ricorso alle consegne di cibi pronti a domicilio. Le vendite del primo trimestre di Uber Eats, una delle principali applicazioni per la consegna a domicilio negli Stati Uniti, sono aumentate del 54 per cento rispetto all’anno scorso. Ogni porzione di curry o salsa all’aglio in più comporta un incremento dei rifiuti di plastica.

Oltre che dal ricorso massiccio alla plastica monouso, gli ambientalisti sono preoccupati della minore inclinazione della gente a riciclare materiali che possono essere riutilizzati. Ad Atene, per esempio, c’è stato un aumento del 150 per cento della plastica tra i rifiuti indifferenziati, sottolinea Mavropoulos. Le prove raccolte dai membri dell’Iswa suggeriscono che sia una tendenza globale. La riluttanza a riciclare può essere spiegata dal fatto che le persone non vogliono uscire di casa più volte per depositare i rifiuti nei diversi bidoni. O forse la pandemia ha creato problemi più urgenti ai cittadini, rendendoli meno diligenti.

Il covid-19 ha moltiplicato i rifiuti di plastica anche in altri modi. Per esempio, ha fatto crollare il prezzo del petrolio. Dato che è il principale componente della maggior parte dei tipi di plastica, i costi di produzione sono scesi, sottolinea David Xi dell’università di Warwick. Questo ha disincentivato le aziende a usare plastica riciclata. Ma l’aumento dei rifiuti di plastica è dovuto soprattutto al fatto che molte amministrazioni comunali hanno ridotto la raccolta differenziata. Spesso il servizio di raccolta è stato limitato e gli impianti sono stati chiusi per evitare la diffusione del contagio. Molti lavoratori del settore hanno paura che i rifiuti possano essere infetti, dato che il virus può sopravvivere sulla plastica per circa 72 ore.

Proprio come il virus, anche l’inquinamento da plastica colpisce più duramente i poveri

Tutto questo significa che gran parte della plastica prodotta quest’anno finisce nelle discariche o negli inceneritori. Entrambe le cose creano problemi a lungo termine. Le discariche, specialmente nei paesi più poveri, spesso non sono altro che buche. Da lì proviene buona parte della plastica che finisce negli oceani, spiega Mavropoulos. Dato che pesa pochissimo, viene facilmente trascinato nei corsi d’acqua dalla pioggia o dal vento.

Gli inceneritori non sono molto meglio. Anche in questo caso, soprattutto nei paesi poveri in cui gli impianti sono meno efficienti, l’incenerimento non solo libera tossine, ma spesso non riesce a eliminare la plastica, lasciandone grandi quantità di nanoparticelle e microparticelle. Queste finiscono nell’aria (aumentando il rischio di cancro) o nelle falde acquifere e da lì negli oceani.

Non c’è consenso tra gli studiosi su quanto la plastica sia pericolosa per gli animali marini, una volta che viene scomposta in microparticelle dall’azione del sole e dell’acqua salata. I polimeri che la compongono sono chimicamente inerti, anche se alcuni additivi possono essere tossici. Ma considerando il gigantesco esperimento naturale che è in corso, presto i ricercatori potrebbero avere dati più precisi. “Abbiamo appena cominciato a comprendere il potenziale impatto delle nanoparticelle e il modo in cui possono penetrare nelle cellule degli organismi marini”, spiega Dan Parsons, direttore dell’Energy and Environment Institute dell’università di Hull. “Le nanoparticelle di plastica potrebbero essere l’amianto dei mari”.

Proprio come il virus, anche l’inquinamento da plastica nell’era della pandemia sta colpendo più duramente i poveri, sottolinea Inger Andersen, direttrice del Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite. Nei paesi a basso redito il 93 per cento dei rifiuti finisce nelle discariche a cielo aperto, spiega Andersen. Gli inceneritori, dove esistono, sono solitamente di bassa qualità. Anche nei paesi ricchi le persone più povere hanno maggiori probabilità di vivere nei pressi di strutture che smaltiscono i rifiuti.

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I motivi per cui il ricorso alla plastica è aumentato sono comprensibili, ammette Parsons. “La gente sa che la plastica aiuta a proteggersi”. Andersson aggiunge che è difficile criticare le aziende che producono dispositivi di protezione inquinanti (o le persone che li comprano), perché è in atto una corsa globale per accaparrarsi i materiali necessari per produrre le mascherine e le visiere che garantiscono la sicurezza degli operatori sanitari e di altri lavoratori.

Ma Parsons è preoccupato dalla possibilità di vedere cancellato il lungo lavoro per cambiare l’atteggiamento delle persone rispetto alla plastica monouso. I primi risultati delle ricerche effettuate dalla sua squadra indicano che i cittadini non si preoccupano più dei rifiuti di plastica. La pandemia ha già provocato la cancellazione di molte norme ambientali, come le tasse sui sacchetti di plastica monouso in alcuni stati americani o il bando delle cannucce di plastica nel Regno Unito. Il covid-19 ha sconvolto le famiglie e ha ridotto le fonti di reddito in tutto il mondo. Anche i suoi effetti sul pianeta dureranno a lungo, nelle discariche e negli oceani.

(Traduzione di Andrea Sparacino)