31 agosto 2020 17:27

L’Europa sudorientale è in un circolo vizioso. I problemi della regione spingono le persone giovani e di talento a emigrare, aggravando il divario economico con il resto d’Europa, mentre le popolazioni balcaniche si riducono e invecchiano, e se le cose non cambieranno l’emigrazione continuerà ad aumentare.

Fare calcoli demografici nei Balcani è difficile: esclusi quelli su nascite e morti, è difficile procurarsi dati. Un camionista che lascia Belgrado per accettare un posto di lavoro in Germania non deve comunicarlo alle autorità serbe. A causa della complicata storia della regione, milioni di suoi cittadini possono ottenere un passaporto da una vicina “madrepatria”, particolarmente allettante se questa fa parte dell’Unione europea, poiché una cittadinanza dell’Ue comporta il diritto a lavorare in un qualsiasi luogo dell’Unione.

Un quinto dei possessori di passaporto croato che lavorano all’estero proviene probabilmente dalla Bosnia, e quasi tutti i moldavi che lavorano in occidente detengono documenti romeni. Tutto questo rende difficile capire chi viva dove.

Tuttavia i dati disponibili rivelano un quadro chiaro. La popolazione di tutti i paesi balcanici si sta riducendo a causa dell’emigrazione e della bassa natalità. In passato le popolazioni riprendevano ad aumentare dopo ondate di emigrazione, dato che molte donne avevano sei figli. Adesso poche ne hanno più di uno.

La Serbia dal prossimo anno potrebbe avere più pensionati che persone in età di lavoro. Nel breve periodo i governi non sono contrari all’emigrazione, perché questa riduce la disoccupazione e aumenta le rimesse dall’estero. Ma a lungo termine, sostiene il demografo serbo Vladimir Nikitović, la cosa è “catastrofica”. Circa cinquantamila persone lasciano la Serbia ogni anno. Tra quanti ritornano, circa diecimila sono pensionati che hanno trascorso la loro vita lavorativa in occidente. I loro figli non li seguiranno.

Secondo le attuali proiezioni, nel 2050 la Bulgaria avrà una popolazione del 39 per cento inferiore a quella del 1990. La regione possiede uno dei tassi di fertilità più bassi al mondo. Le donne bosniache hanno in media 1,3 figli, quelle croate 1,4. Il Kosovo, con un’età media di 29 anni, possiede la popolazione più giovane della regione, ma il suo tasso di fertilità di 2,0 (appena inferiore al tasso di sostituzione) è in calo da anni. Altrove i tassi sono analoghi a quelli dei paesi d’Europa occidentale. Ma dal momento che i Balcani ospitano un numero irrilevante di immigrati che pagano le tasse, il denaro per i pensionati è molto limitato.

La combinazione di rapida emigrazione, bassa natalità e scarsa immigrazione produce il peggior risultato possibile

Gli effetti della riduzione della popolazione sono molto seri. Al picco della stagione estiva Rasnov, una graziosa città nelle colline della Transilvania romena, un tempo sede di un vivace mercato, è sinistramente deserta, con appena un caffè aperto. Una generazione fa la sua popolazione di etnia sassone, le cui origini affondano nel medioevo, è partita per la Germania. I suoi abitanti di etnia romena cercano lavoro altrove. Spediscono denaro a casa, ai genitori che invecchiano, ma pochi fanno ritorno qui, se non da pensionati. Perché lavorare in un caffè a Rasnov, quando puoi fare lo stesso lavoro ma guadagnando molto più denaro all’estero?

Alcune delle città della regione sono cresciute. Cluj, un’altra città della Transilvania, è in pieno boom. Anche la capitale dell’Albania, Tirana, sta attirando persone. Il suo sindaco, Erion Veliaj, sostiene che la città accoglie un flusso di 25mila persone all’anno. Ma queste sono eccezioni. La combinazione di rapida emigrazione, bassa natalità e scarsa immigrazione produce il peggior risultato possibile, sostiene il demografo croato Kresimir Ivanda. Grecia, Italia e Spagna hanno bassi tassi di natalità, ma attirano molti migranti. In Polonia più di un milione di ucraini ha colmato il vuoto lasciato sul mercato del lavoro dall’emigrazione.

Motore di cambiamento
Vladimir Nikitović ha lavorato per una commissione nazionale creata per risolvere la crisi demografica serba, ma il governo, dice, non ha recepito abbastanza le sue idee, producendo pochi risultati. Come in molti paesi balcanici i problemi sono moltissimi. Le donne sono scoraggiate dall’avere più figli per la mancanza di protezioni contro i licenziamenti quando rimangono incinte. Il basso costo dei viaggi aerei rende la ricerca di lavoro all’estero facile (o almeno così era prima della diffusione del covid-19). In tempi normali i badanti croati nel Regno Unito o i lavoratori romeni nei macelli tedeschi possono ottenere incarichi di lavoro di breve periodo. Questo aggrava la carenza di manodopera in patria, il che a sua volta fa aumentare i salari. Ivan Vejvoda, dell’Istituto per le scienze umane di Vienna, ritiene che per soddisfare i bisogni dell’Europa occidentale senza prosciugare i paesi balcanici delle loro popolazione serva un’azione coordinata dell’Ue e degli stati della regione.

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Naturalmente per i cittadini dei paesi balcanici ottenere degli stipendi più alti all’estero è una manna. Il demografo romeno Remus Gabriel Anghel sostiene che l’esperienza migratoria degli ultimi 15 anni sia stata anche un motore di cambiamento. Prima le persone volevano solo arrivare a fine mese. Adesso chi ha vissuto in Europa occidentale vuole scuole, ospedali e servizi migliori. Questa, secondo Anghel, è una cosa che i governi “ davvero non capiscono”.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito sul settimanale britannico The Economist.