Il 3 settembre sul sito della Casa Bianca è comparsa una sezione chiamata Arcade, come le vecchie sale giochi. All’inizio ospitava cinque videogiochi in stile rétro, con una grafica che richiama i primi anni novanta. Sembrano passatempi innocui, finché non si leggono le istruzioni. In Build the wall, una variante di Tetris, il giocatore deve impilare i blocchi di un muro per “proteggere il confine dall’orda in arrivo”.

In Rio run, ispirato al classico Snake, un personaggio che ricorda Trump corre lungo il Rio Grande raccogliendo migranti, che si accodano indossando tute arancioni da detenuti. Quando entrano nella fila, racconta il sito canadese Cbc Kids News, sono contrassegnati come “deportati”.

Gli altri giochi sono meno espliciti. In Supply line il giocatore deve eliminare da un nastro trasportatore gli alimenti che non rispettano gli standard di Make America healthy again, la campagna dell’amministrazione Trump sull’alimentazione.

In Flappy Bill, una variante di Flappy Bird, un’aquila calva trasporta un disegno di legge sopra il National mall di Washington.

In Trump savings tycoon, invece, bisogna raccogliere banconote e lingotti d’oro per “riempire i Trump account dei vostri figli”. Si tratta dei conti d’investimento da mille dollari che il governo apre per ogni bambino nato durante il mandato di Trump, spiega l’Associated Press.

Secondo Kaelan Dorr, responsabile della strategia digitale della Casa Bianca, i videogiochi sono “un modo per far vivere le scelte politiche in prima persona”. In una dichiarazione inviata al Time, la presidenza ha spiegato che l’obiettivo è contrapporre “una cultura del divertimento e della vittoria” alla “cupa visione socialista dei democratici”.

Il silenzio delle aziende

Le critiche sono arrivate subito. “Giocano con la vita delle persone da anni, ora ne hanno fatto un videogioco”, ha detto all’Afp Amerika Garcia Grewal, attivista di Eagle Pass, in Texas, che si batte contro la militarizzazione del confine. I democratici hanno insistito sul tempismo.

Da mesi la guerra con l’Iran tiene chiuso lo stretto di Hormuz, e all’inizio di settembre il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti era arrivato a circa un dollaro al litro (molto alto per le abitudini statunitensi). “Il prezzo del gasolio è ai massimi storici, ma almeno possiamo giocare a fare Tom Homan”, ha scritto su X Matt Lesser, senatore statale del Connecticut, riferendosi al funzionario che coordina le politiche migratorie di Trump.

Il videogioco Rio run (The White House)

Il 4 settembre è intervenuta anche la Tetris Company, che detiene i diritti del gioco imitato da Build the wall. L’azienda ha precisato di non aver autorizzato la variante della Casa Bianca e ha ricordato che in Tetris l’obiettivo è completare le file di mattoncini per farle sparire, non per costruire un muro. Pochi giorni dopo Build the wall è stato rimosso dal sito della Casa Bianca.

Le altre aziende chiamate in causa sono rimaste in silenzio, anche se, come ricostruisce Forbes, il video promozionale era pieno di riferimenti ai loro marchi: il logo della Sega, storica azienda giapponese di videogiochi, trasformato nella scritta Maga, una musica simile a quella del primo livello di Sonic e imitazioni delle schermate d’avvio della Xbox e della PlayStation.

Secondo la rivista, le ragioni di questo silenzio sono due. La prima è legale: negli Stati Uniti il diritto d’autore non tutela le meccaniche di gioco, come impilare blocchi o toccare lo schermo per far volare un personaggio, e una causa contro il governo federale sarebbe lunga e costosa. La seconda riguarda i rapporti con il potere politico. Le grandi aziende del settore dipendono da Washington per molte questioni, dalle autorizzazioni antitrust ai dazi fino ai contratti pubblici. E sanno che l’amministrazione non ha esitato a colpire chi le si è messo contro, dagli studi legali alle università.

Keza MacDonald, che scrive di videogiochi per il Guardian, li ha provati tutti, “così non dovete farlo voi”. Secondo lei sono soprattutto provocazioni da guerra culturale, pensate più per irritare gli avversari che per conquistare nuovi sostenitori. Difficilmente, osserva, una partita a Rio run farà cambiare idea a chi non sta già con Trump.

Dietro una produzione che molti hanno giudicato approssimativa c’è però una strategia di comunicazione più ampia. Da tempo la Casa Bianca usa i videogiochi sui social media. L’anno scorso aveva rappresentato Trump come Master Chief, il protagonista di Halo, e aveva invitato i futuri agenti dell’Immigration and customs enforcement (Ice), l’agenzia federale che si occupa di immigrazione, ad “acchiapparli tutti”, riprendendo lo slogan dei Pokémon. Secondo i calcoli di George E. Osborn, che nel saggio Power play ha studiato come i governi usano i videogiochi per fare politica, su Instagram i post della Casa Bianca ispirati ai videogiochi raggiungono circa il doppio delle persone rispetto agli altri.

L’effetto sui più giovani

Per la psicologa canadese Rachel Kowert, che si occupa degli effetti dei videogiochi, il problema è che i più giovani fanno più fatica a riconoscere il messaggio, “ed è per questo che la propaganda funziona”, ha spiegato a Cbc Kids News.

Secondo Scott DeJong, ricercatore della Concordia university di Montréal, in Canada, una singola partita difficilmente fa cambiare idea a qualcuno. Col tempo, però, i videogiochi possono “spostare la bussola morale di una persona e normalizzare certe visioni del mondo”.

E c’è una differenza fondamentale rispetto a un manifesto o a un meme: chi gioca non si limita a guardare, partecipa. È il giocatore a raccogliere i migranti e a trasformarli in punti. Così una questione complessa come l’immigrazione diventa una partita in cui si vince o si perde.

I videogiochi politici non sono una novità. Da anni artisti e attivisti li usano per raccontare esperienze come la fuga da una guerra o l’attraversamento di una frontiera, ricorda MacDonald.

Questa volta però a farli è un governo. Tanner Mirrlees, docente di studi sui mezzi di comunicazione alla Ontario tech university, in Canada, propone ai ragazzi quattro domande da farsi prima di cominciare un partita: chi ha realizzato il gioco? Con quale obiettivo? Come è arrivato sul mio schermo? È chiaro chi lo finanzia e cosa vuole comunicare? Nel caso di Arcade, le risposte sono facili. ◆

Elsa Castelli

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it