Negli ultimi cinquant’anni almeno 23 milioni di persone nate in America Latina sono emigrate negli Stati Uniti. È stato il più grande flusso migratorio del mondo verso un singolo paese, cresciuto dopo la pandemia. I governi e gli abitanti si erano ormai abituati a questa tendenza e ai soldi che i nuovi residenti negli Stati Uniti inviavano a casa. Le cose sono cambiate con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.
Da gennaio a luglio 2026 la Customs and border protection degli Stati Uniti, l’agenzia federale che si occupa del controllo delle frontiere, ha registrato 137mila contatti tra i suoi agenti e i migranti al confine meridionale, un calo del 94 per cento rispetto allo stesso periodo del 2024 (2,4 milioni di contatti). Nel Tapón del Darién (Tappo del Darién), la giungla attraversata dalle persone migranti per passare dalla Colombia a Panamá, è successo qualcosa di simile: gli attraversamenti si sono ridotti del 99,9 per cento nello stesso periodo. In Costa Rica il numero di persone dirette a nord è crollato fino quasi ad azzerarsi, mentre il totale delle persone impegnate nel percorso inverso è aumentato sensibilmente. All’improvviso il corridoio migratorio più trafficato del mondo è diventato tranquillo.
Parte dell’aumento registrato negli anni dopo il covid – l’unico altro momento nell’ultimo decennio in cui la migrazione ha subìto un rallentamento – era destinato comunque a rallentare. Ma il cambiamento è quasi interamente opera di Trump. Le persone migranti hanno reagito alla decisione del presidente statunitense di bloccare l’accesso legale all’asilo, contrastare gli ingressi e accelerare le espulsioni. Il messaggio inviato a tutti loro è stato chiaro: negli Stati Uniti non siete benvenuti.
In passato il Messico era sia una tappa nella rotta verso gli Stati Uniti sia il paese di partenza della maggior parte delle persone migranti. Oggi è diventato la destinazione di altri costretti a lasciare le loro case, spiega Luciana Gandini dell’università autonoma di Città del Messico. A Casa Tochan, un centro di accoglienza della capitale messicana, molte persone sono arrivate più di un anno fa. I cubani, che prima attraversavano il Messico per raggiungere gli Stati Uniti, ora decidono di restare: le richieste d’asilo presentate in Messico sono passate da 17.884 nel 2024 a 34.662 nel 2025.
Anche le altre grandi economie della regione hanno registrato un aumento di migranti. Le domande d’asilo degli haitiani in Canada sono passate da 8.124 nel 2024 a 18.027 nel 2025, quelle dei cubani in Brasile da 22mila a 42mila. Alcuni paesi più piccoli stanno registrando aumenti in proporzione ancora più consistenti. Nel 2025 l’Uruguay ha accolto un numero record di cubani: 15mila, il triplo rispetto all’anno precedente.
Molti governi dell’America Latina stanno rafforzando i controlli alle frontiere. Abelardo de la Espriella, il presidente di estrema destra della Colombia, ha ordinato una serie di operazioni per espellere gli immigrati senza documenti (nel paese vivono almeno 500mila venezuelani). A marzo, subito dopo il suo insediamento, il presidente cileno di estrema destra José Antonio Kast ha viaggiato nel nord del paese e ha tenuto un discorso mentre alle sue spalle veniva scavata una trincea lungo il confine con il Perù.
La maggior parte di chi voleva trasferirsi negli Stati Uniti ora si limita a restare dove si trova, a casa o in qualsiasi paese si sia fermato lungo il percorso: la prospettiva di guadagnare di più negli Stati Uniti non bilancia la possibilità concreta di essere respinti al confine o espulsi. Luis Alvarado, 41 anni, ha lasciato il Venezuela perché voleva lavorare negli Stati Uniti per qualche anno. Ma quando è arrivato a Panamá e ha scoperto che il confine era stato chiuso, ha deciso “di non rischiare”, racconta. “Con Trump è in carica, mi è sembrata una pessima idea andare avanti”, spiega Carlos, un colombiano che è arrivato fino a Monterrey, in Messico, e poi ha fatto marcia indietro.
Anche il flusso di denaro è importante. Secondo l’Inter-american dialogue (Iad), un gruppo di ricerca con sede a Washington, ogni anno dagli Stati Uniti verso l’America Latina vengono inviate rimesse per un valore di poco inferiore ai 150 miliardi di dollari. Finora il flusso non si è fermato. Anzi, nel 2025 le rimesse verso l’America Centrale sono aumentate di un quinto, raggiungendo i 55,4 miliardi di dollari. Il solo Honduras ha ricevuto quasi sei miliardi di dollari nella prima metà del 2026, con un aumento del 14 per cento rispetto all’anno precedente. Tuttavia Manuel Orozco, dell’Iad, crede che l’incremento sia dovuto al fatto che le persone migranti inviano a casa più soldi del solito perché temono di essere espulsi.
Questa situazione non durerà per sempre. Le rimesse si stanno avvicinando a una “soglia”, afferma Orozco. Infatti il numero di transazioni sta già calando. E il Messico, che conta più persone residenti negli Stati Uniti di qualsiasi altro paese, ha registrato una diminuzione del valore delle rimesse: nel 2025 i messicani hanno mandato a casa 61,8 miliardi di dollari, il 4,6 per cento in meno rispetto al 2024. Si tratta del primo calo annuale dal 2013 e della flessione più forte degli ultimi 16 anni. Se questa tendenza si allargasse a tutta la regione, le conseguenze sarebbero gravi. Secondo la Banca mondiale, le rimesse rappresentano il 19 per cento del pil in Guatemala, il 28 per cento nel Salvador e più del 30 per cento in Honduras.
Conseguenze politiche
Il quadro economico non è del tutto negativo. Alcuni paesi vogliono trattenere la maggioranza dei propri cittadini e accoglierne altri. Nel complesso l’America Latina sta invecchiando rapidamente, con un tasso di fertilità troppo basso per mantenere stabile la sua popolazione. Se lavorano, i migranti e i residenti che tornano possono alleviare la carenza di manodopera e aiutare le finanze pubbliche. Ma l’integrazione non sempre è facile: molte persone hanno bisogno di aiuto con le pratiche burocratiche, l’alloggio e il sostegno psicologico.
Il rallentamento della spinta migratoria potrebbe avere conseguenze politiche. Gli abbondanti flussi di persone in uscita hanno funzionato da valvola di sfogo in paesi con governi autoritari come Cuba, Nicaragua e Venezuela. Chi se ne va di solito è giovane, energico e in alcuni casi relativamente benestante, il tipo di persone in grado di sfidare efficacemente il governo attraverso le proteste. “Se non c’è migrazione, ci sarà qualche forma di protesta sociale”, conferma Orozco.
Il calo causato dalle politiche di Trump potrebbe essere passeggero. “È una situazione temporanea”, afferma un funzionario delle Nazioni Unite nella regione, convinto che le persone migranti faranno di nuovo rotta verso gli Stati Uniti appena possibile. Fa l’esempio di una comunità di haitiani arrivati a Tijuana, in Messico, tra il 2014 e il 2016, che si erano ben integrati; i loro figli erano messicani. Eppure se ne sono andati quasi dall’oggi al domani quando, nel 2021, il presidente statunitense Joe Biden ha rinnovato lo status di protezione degli haitiani. Gli Stati Uniti continuano a offrire opportunità economiche che nessun altro paese può garantire, afferma Marcus González, un salvadoregno che è a Città del Messico dopo essere stato espulso dagli Stati Uniti a dicembre.
In generale chi è partito è piuttosto ostili all’idea di tornare a casa. Il Venezuela ne è un chiaro esempio. Dall’inizio di gennaio, quando il presidente Nicolás Maduro è stato catturato in un raid delle forze speciali statunitensi, pochi venezuelani sono tornati nel paese. Un sondaggio condotto tra febbraio e marzo ha rilevato che tra i venezuelani all’estero solo il 45 per cento valuterebbe la possibilità di tornare. “Ci vorranno anni prima che la situazione migliori”, spiega Alexander, 59 anni, un venezuelano che vive a Città del Messico.
Da maggio il numero di persone dirette negli Stati Uniti è in aumento. Di recente sono aumentati anche gli ospiti di Casa Tochan, soprattutto honduregni che vogliono andare verso nord. Orozco prevede che quest’anno circa 415mila persone entreranno negli Stati Uniti, il 2 per cento in più rispetto al 2025 ma molto al di sotto dei 750mila del 2019. Secondo lui il numero si assesterà intorno alle 600mila, anche se una crisi potrebbe provocare un’impennata improvvisa.
Una ripresa del genere non avrebbe nulla a che vedere con il boom migratorio registrato tra il 2021 e il 2023, quando le forze di frontiera fermavano due milioni di persone all’anno al confine meridionale. Gandini sottolinea che la migrazione non è un fenomeno unico. Alcune persone che si sono stabilite in Messico, hanno trovato lavoro e formato una famiglia probabilmente resteranno lì qualunque cosa succeda. Altri invece, a cominciare da chi ha parenti negli Stati Uniti, se ne andranno appena potranno. Trump ha bloccato un’importante rotta migratoria, ma le forze che spingono gli esseri umani ad attraversare i confini sopravviveranno al suo mandato.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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