La sicurezza delle donne nei campus è tornata al centro del dibattito negli Stati Uniti. A riaccendere le proteste è stata una denuncia di stupro all’università Cornell di Ithaca, nello stato di New York, e il modo in cui è stata affrontata dall’ateneo e dalla procura.

Per quasi due anni il racconto di una studente che accusava sette uomini di averla drogata e violentata non aveva portato a un procedimento penale. A settembre del 2026 la ragazza ha fatto causa agli uomini e all’ateneo, trasformando la vicenda in un caso nazionale.

All’epoca dei fatti la ragazza, indicata negli atti con il nome di fantasia Jane Doe per proteggerne l’identità, aveva vent’anni. La sera del 19 ottobre 2024 aveva raggiunto un amico nella sede della Chi Phi, una confraternita della Cornell, università tra le più prestigiose del paese. Queste associazioni organizzano feste e altre attività nei campus. Secondo il suo racconto, alcuni iscritti alla confraternita le avevano fatto bere alcol e fumare marijuana. L’avevano anche spinta ad assumere ketamina, un anestetico usato come droga, e l’avevano violentata per ore.

Dagli atti è emerso un elemento che ha suscitato particolare indignazione: un messaggio inviato quella notte nella chat Snapchat della confraternita in cui uno degli uomini invitava gli altri a salire nella stanza perché c’era “figa gratis”. I sette accusati hanno respinto le accuse. Alcuni hanno sostenuto che i rapporti fossero consensuali, altri hanno negato di aver partecipato.

Tre settimane dopo Jane Doe si era rivolta alla polizia universitaria. Matthew Van Houten, il procuratore distrettuale, aveva deciso che non c’erano abbastanza elementi per procedere penalmente. L’università aveva invece aperto un’indagine interna. Due uomini erano stati espulsi, due sospesi e a un altro, già laureato, era stato vietato l’accesso al campus. Altri due avevano ricevuto sanzioni più leggere. La confraternita Chi Phi era stata chiusa definitivamente.

I documenti esaminati dal New York Times hanno sollevato dubbi sulle prime indagini. Il colloquio di Jane Doe con gli investigatori era stato riassunto in sei pagine trasmesse alla procura. Mancava la frase in cui lei affermava con certezza di essere stata stuprata. Van Houten si è difeso sostenendo che il riassunto della polizia descriveva l’uso di droghe e i rapporti come volontari e consensuali.

Il 28 settembre Van Houten ha annunciato la riapertura del caso, ma il 1 ottobre Kathy Hochul, la governatrice dello stato di New York, ha affidato le indagini alla procuratrice generale Letitia James, dichiarando di aver perso fiducia nella procura distrettuale. L’università ha accettato una verifica esterna sulla sua gestione del caso.

Nel frattempo tante altre donne, usando l’hashtag #IamJaneDoe, hanno cominciato a condividere le loro esperienze di violenza e a raccontare quanto fosse stato difficile riconoscerle e denunciarle. L’attrice britannica Florence Pugh ha accusato scuole e università di insegnare ai ragazzi che possono fare del male alle donne senza pagarne il prezzo.

Molte donne si sono riconosciute anche in ciò che Jane Doe aveva vissuto dopo la notte alla confraternita. La donna aveva inizialmente minimizzato quello che era successo, preoccupata delle voci che circolavano sulla sua vita sessuale. Aveva mantenuto rapporti amichevoli con alcuni di quegli uomini e solo gradualmente, anche parlando con le coinquiline, era arrivata alla conclusione di aver subìto una violenza. Nella prima testimonianza aveva distinto alcuni rapporti iniziali, descritti come consensuali, da quelli successivi; nella causa ha invece sostenuto di non essere stata in grado di esprimere il proprio consenso neanche durante i primi rapporti, a causa del forte stato di alterazione.

Norme indebolite

Intervistata da Npr, la scrittrice britannica Olivia Petter ha ricordato le molestie subite a scuola, quando a lei e alle sue compagne mancavano perfino le parole per definirle. I messaggi della Chi Phi le hanno ricordato i ragazzi che valutavano i corpi delle studenti o le chiamavano “carne fresca”.

Sull’Atlantic Sophie Gilbert ha collegato la chat della confraternita a una cultura in cui l’umiliazione delle donne rafforza i legami tra uomini. Nei messaggi allegati alla causa, ha osservato, nessuno si era opposto all’invito a raggiungere il gruppo per violentare la ragazza. Uno aveva scritto: “Cazzo, quanto amo la Chi Phi”. Già nel 1990, ricorda Gilbert, l’antropologa Peggy Reeves Sanday aveva descritto gli stupri di gruppo nelle confraternite come rituali di solidarietà e dominio maschile.

In un sondaggio condotto alla Cornell nel 2025, il 35 per cento delle studenti dei corsi di laurea di primo livello aveva riferito di aver subìto contatti sessuali non consensuali durante gli anni all’università, con l’uso della forza o in condizioni che impedivano di dare il consenso.

La filosofa Kate Manne, che insegna alla Cornell, ha scritto su The Cut di aver ascoltato molte studenti raccontare di molestie e aggressioni. Alcune non avevano neanche tentato di denunciarle. Per chi lo aveva fatto, raramente c’erano stati sviluppi positivi. Manne ha confrontato le sanzioni per le violenze sessuali con la severità usata dall’università verso gli studenti che hanno protestato contro la guerra nella Striscia di Gaza. Secondo lei, l’università trascura l’obbligo di garantire alle donne la possibilità di studiare in sicurezza.

A tutelare questo diritto è il Title IX, una norma del 1972 che vieta le discriminazioni basate sul sesso nei programmi educativi che ricevono fondi federali. Le tutele valgono anche per molestie e violenze sessuali. Le università possono sanzionare chi infrange le loro regole anche senza un processo penale, e il governo federale può indagare su come gli atenei hanno risposto alle denunce e imporre misure correttive.

Ma questa pressione si sta indebolendo. Secondo il New York Times, nei primi venti mesi del secondo mandato di Trump c’è stato un solo accordo federale per imporre misure contro molestie e violenze sessuali nelle scuole e nelle università. Nello stesso periodo del primo mandato erano stati più di 150. Il dipartimento dell’istruzione sostiene di aver risolto decine di procedimenti sulla gestione delle denunce di molestie e violenze sessuali nelle scuole e nelle università, ma non ha fornito al New York Times documenti che permettessero di verificarlo.

L’amministrazione Trump ha invece usato il Title IX soprattutto per limitare le tutele delle persone transgender, anche escludendole dalle squadre sportive femminili. Secondo gli ex funzionari intervistati dal New York Times, questo cambio di priorità indebolisce i controlli federali su come le università affrontano le denunce di violenza sessuale.

Intanto la Cornell ha respinto l’accusa di aver sottovalutato la gravità del caso di Jane Doe. Ha fatto discutere anche la scelta di chiedere ad alcuni degli accusati di scrivere un testo in cui riflettere sul proprio comportamento. L’università ha precisato che erano state prese anche altre misure. Il presidente Michael Kotlikoff ha promesso più trasparenza e maggiori responsabilità per le confraternite.

Manne sottolinea che solo due dei sette uomini erano stati espulsi. Jane Doe aveva invece lasciato l’università dopo la denuncia della violenza. Secondo il suo avvocato, aveva chiesto il rimborso delle tasse universitarie per poter continuare gli studi in un altro ateneo, ma la Cornell aveva respinto la richiesta.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it