Questo articolo è stato pubblicato l’8 dicembre 2016 nel numero 1183 di Internazionale.

Sono seduto in una grande sala di meditazione in un ex noviziato nel centro del Massachusetts. Sto prendendo il mio iPhone dalla tasca. Nelle prime file della sala una donna tiene baldanzosamente un cestino davanti a sé, radiosa e caritatevole, come un prete con il piattino per le offerte. Consegno ubbidiente il telefono, ma mentre torno al mio posto improvvisamente vengo preso dal panico. Se non mi stessero guardando tutti tornerei sui miei passi e chiederei di riaverlo indietro. Ma non lo faccio. So perché sono venuto qui.

Un anno fa, come molti tossicodipendenti, ho capito che stavo per crollare. Per quindici anni ero stato ossessionato dal web. Pubblicavo nuovi post sul mio blog diverse volte al giorno, sette giorni su sette, e avevo una squadra di collaboratori per aggiornare il sito ogni venti minuti nelle ore di punta. Ogni mattina facevo una full immersion nel flusso di coscienza e di notizie di internet, saltando da un sito all’altro, da un tweet all’altro, da un’ultim’ora a un’indiscrezione, scorrendo un’infinità di immagini e video senza perdermi un meme. Per tutta la giornata andavo in cerca di nuove rivelazioni, polemiche o battute su quello che stava accadendo. E a volte, mentre gli sviluppi erano ancora in corso, passavo settimane a racimolare i minimi dettagli su una storia per metterli insieme in tempo reale in una ricostruzione coerente. Tenevo un dialogo sempre aperto con i lettori che mi facevano le pulci, mi elogiavano, mi contestavano, mi correggevano. Il mio cervello non si era mai occupato pubblicamente e con tanta insistenza di tanti argomenti diversi per così tanto tempo.

Insomma, ero stato uno dei pionieri di quello che oggi potremmo chiamare “vivere sul web”. E con il passare degli anni mi ero accorto di non essere più solo. Facebook aveva dato praticamente a tutti un blog e un pubblico. Con la diffusione degli smartphone sempre più gente aveva cominciato ad accedere in tempo reale a una marea di contenuti frenetici, imparando a raccogliere, ad assorbire e ad assimilare il fiume incontenibile delle informazioni digitali come avevo fatto io. Twitter è diventato una sorta di blog per la pubblicazione istantanea di pensieri. Gli utenti sono diventati dipendenti dal feedback come me, e se possibile ancora più prolifici. Poi era arrivata una pioggia di app a inondare ciò che era rimasto del nostro tempo libero. Questo modo di vivere virtuale, questo non fermarsi mai, questo bisogno costante di aggiornamento era diventato onnipresente. Mi ricordo che quando nel 2007 decisi di alzare la posta e di aggiornare il mio blog circa ogni mezz’ora, il mio editor mi guardò come se fossi pazzo. Ma la pazzia ormai era banalità: i ritmi un tempo inimmaginabili del blogger professionale erano diventati la norma.

Ogni ora online era un’ora sottratta al mondo concreto. Ogni secondo perso dietro l’ennesima banalità era un secondo in meno per la riflessione, la calma o la spiritualità

“Se di internet si muore io sarò il primo a saperlo”, dicevo scherzando. A distanza di qualche anno la battuta non faceva più ridere. Nell’ultimo anno della mia vita da blogger avevo cominciato ad avere problemi di salute. Ho avuto quattro infezioni ai bronchi in dodici mesi. Le vacanze, se così potevano chiamarsi, erano diventate una semplice opportunità per recuperare il sonno perduto. I miei sogni erano costellati dai frammenti di codice che usavo ogni giorno per aggiornare il sito. Le mie amicizie si erano atrofizzate perché il mio tempo lontano dal web era diventato sempre più scarso. Il medico, dopo avermi prescritto l’ennesima cura di antibiotici, alla fine era sbottato: “Veramente sei sopravvissuto all’hiv per morire di internet?”.

Le soddisfazioni che mi dava il mio blog però erano tante: fino a centomila lettori al giorno; un’attività remunerativa nei new media; un flusso costante di informazioni che m’infastidivano, m’illuminavano la mente o mi mandavano su tutte le furie; una nicchia nel centro nevralgico di una conversazione globale in pieno boom; un modo di misurare il successo – meravigliosi e copiosi dati – che era un costante bagno di dopamina per l’ego. Se bisognava reinventarsi come scrittori nell’era di internet, mi dicevo, io ero in prima fila. Il problema era che non riuscivo a reinventarmi come essere umano.

Ho provato a leggere dei libri, ma mi sono accorto di non esserne più capace. Dopo un paio di pagine le mie dita scalpitavano in cerca di una tastiera. Avevo provato con la meditazione, ma la mia mente fremeva e ribolliva quando cercavo di calmarla. Facevo attività fisica regolarmente e per un’ora al giorno era l’unica cosa che mi dava un po’ di sollievo. Ma con il passare del tempo, nell’onnipresente mondo virtuale, il frastuono del web diventava sempre più forte. Ogni giorno passavo ore, da solo e in silenzio, attaccato a un portatile, ma mi sentivo come in mezzo a una folla cacofonica di parole e immagini, suoni e idee, emozioni e invettive, una galleria del vento assordante e soffocante. Ero consapevole che una buona parte di quel rumore era irresistibile. E anche che gran parte della tecnologia era irreversibile. Ma cominciavo ad aver paura che questo nuovo modo di vivere in realtà fosse diventato un modo di non vivere.

Negli ultimi mesi mi ero accorto che stavo negando la realtà, come capita a molti tossicodipendenti. Avevo sempre visto la mia vita online come un complemento della mia vita vera, un accessorio, per così dire. Sì, passavo ore a comunicare con gli altri come una voce senza corpo, ma la mia vera vita e il mio vero corpo erano ancora lì. Poi però, man mano che la mia salute e la mia felicità si deterioravano, avevo cominciato a rendermi conto che non potevo vivere sia una vita sia l’altra, ma o una o l’altra. Ogni ora online era un’ora sottratta al mondo concreto. Ogni minuto dedicato a un’interazione online era un minuto in meno dedicato a un incontro faccia a faccia. Ogni secondo perso dietro l’ennesima banalità era un secondo in meno per la riflessione, la calma o la spiritualità. Il multitasking era un’illusione. Era un gioco a somma zero. O vivevo come una voce online o vivevo come un essere umano nel mondo che gli umani hanno abitato fin dall’alba dei tempi.

E così, dopo quindici anni, ho deciso di vivere nella realtà.

Fin dall’invenzione della stampa, ogni nuova rivoluzione nel campo della tecnologia dell’informazione ha scatenato paure apocalittiche. Dalla paura che la lettura della Bibbia in volgare distruggesse l’ortodossia cristiana fino al rifiuto del mezzo barbaro della televisione negli anni cinquanta, ogni volta gli intellettuali si sono stracciati le vesti. Ogni passaggio rappresentava un’ulteriore frammentazione dell’attenzione, che è proseguita con il caleidoscopio un tempo inimmaginabile delle pay tv alla fine del novecento e oggi con gli spazi infiniti e in continua moltiplicazione di internet. Eppure la società è sempre riuscita ad adattarsi e a cambiare, senza danni evidenti e con qualche grande progresso. Ecco perché sotto certi aspetti è facile vedere in questa nuova era di distrazione di massa i presagi di sviluppi negativi.

Però c’è sicuramente stato un salto enorme, anche rispetto al passato più recente. I dati sono impressionanti. Ogni minuto, su YouTube vengono caricate 400 ore di video e su Tinder più di un milione di profili vengono scambiati. Ogni giorno si contano miliardi di “like” su Facebook. I giornali pubblicano online una quantità di materiale che non ha paragoni nel passato, sfornando articoli a ritmi forsennati, aggiungendo nuovi dettagli sulle notizie ogni pochi minuti. I blog, i feed di Facebook, gli account su Tumblr, Twitter e i siti di propaganda riciclano, prendono in prestito e aggiungono pepe alle stesse notizie.

Assimiliamo questi contenuti (come vengono chiamati oggi testi, video o fotografie) non più comprando una rivista o un quotidiano, ma aggiungendo un sito ai preferiti o scegliendo attivamente cosa leggere o guardare. A guidarci verso queste pillole d’informazione sono una miriade di microinterruzioni sui social network che ci piovono addosso con una precisione tagliata su misura per noi. Non pensate di poter decidere in piena autonomia su quali di queste tentazioni cliccare: i tecnici della Silicon valley e i loro algoritmi sempre più perfetti hanno scoperto l’esca in grado di farci abboccare come pesciolini. Nessuna tecnologia dell’informazione ha mai avuto una conoscenza così profonda dei suoi consumatori né una simile capacità d’intervenire sulle loro sinapsi per tenerli impegnati.

Ed è un impegno che non finisce mai. Non molto tempo fa andare in giro sul web, anche se dava dipendenza, era un’attività che si faceva da fermi. Alla scrivania quando eravamo al lavoro, o sul portatile da casa, scomparivamo in un labirinto di link e riapparivamo dopo minuti (oppure ore) per riabbracciare il mondo. Poi lo smartphone ha reso portatile quel labirinto, invitandoci a perderci nei suoi meandri in qualsiasi luogo, a qualsiasi ora, qualsiasi cosa stiamo facendo. L’informazione si è insinuata in ogni momento della nostra vita da svegli.

A sinistra: The scream, da L’urlo, di Edvard Munch (1893). A destra: Selfie, da Ritratto di Marie-Thérèse, di Pablo Picasso (1937). (Kim Dong-kyu, Art x smart project, 2013)

Tutto questo è accaduto a una velocità strabiliante. Fatichiamo a ricordare che dieci anni fa gli smartphone non esistevano e che ancora fino al 2011 negli Stati Uniti solo un terzo della popolazione ne possedeva uno. Adesso sono due terzi. La percentuale sale all’85 per cento se si considerano solo i giovani. L’anno scorso il 46 per cento degli statunitensi ha rivelato ai sondaggisti della Pew una cosa semplice ma importante: non potrebbero vivere senza uno smartphone. In meno di dieci anni questo apparecchio è diventato da sconosciuto a indispensabile. I luoghi dove è impossibile collegarsi – l’aereo, la metropolitana, il deserto – sono sempre di meno. Perfino gli zaini degli alpinisti adesso hanno il caricabatteria per lo smartphone. Forse l’unico spazio sicuro che ci è rimasto è la doccia.

Sto esagerando? Nel 2015 un breve studio piuttosto dettagliato ha rivelato che le persone usano il telefono per cinque ore al giorno, in 85 momenti diversi. Mediamente queste interazioni durano meno di 30 secondi, ma si sommano l’una all’altra. Altro particolare rivelatore: le persone non sono del tutto consapevoli della loro dipendenza. Pensano di guardare il telefono la metà delle volte rispetto a quanto succede in realtà. Ma non importa: che ne siano consapevoli o no, una nuova tecnologia si è impadronita di un terzo del tempo – da svegli – di questi giovani.

Naturalmente, il più delle volte queste interruzioni sono piacevoli, perché vengono dai nostri amici. Le distrazioni arrivano al nostro cervello collegate a persone che conosciamo (o pensiamo di conoscere), ed è questo l’aspetto geniale dei social network e delle reti peer to peer. Fin dagli albori dell’evoluzione l’uomo è stato insolitamente incline al pettegolezzo. Secondo alcuni, questa propensione sarebbe legata al bisogno di tenersi costantemente aggiornati con gli amici e i familiari man mano che le nostre reti sociali si allargano. L’informazione è diventata una dipendenza come quella dallo zucchero. E quando il consumo del gossip è a portata di mano come quello dello zucchero, anche l’impulso ad abusarne diventa incontrollabile. L’utente adolescente medio che usa Snapchat scambia con gli amici da un minimo di diecimila a un massimo di 400mila snap. Man mano che gli snap si accumulano generano punteggi visibili a tutti gli utenti, e conferiscono popolarità e status sociale. Questo, confermano gli psicologi evolutivi, è l’aspetto fatale. La possibilità di attingere attraverso i social network a un flusso incessante d’informazioni, notizie e pettegolezzi su di noi e sui nostri amici ci rende praticamente inermi.

Guardatevi intorno, guardate le persone che tengono costantemente gli occhi puntati sul telefono per strada, in macchina, mentre portano a spasso il cane o mentre giocano con i figli. Lo stesso fate anche voi: al bar, nelle pause dal lavoro, quando guidate, perfino quando andate in bagno. In aeroporto vi ritrovate in mezzo a un mare di colli piegati e sguardi spenti. Un tempo camminavamo a testa alta e ci guardavamo intorno, adesso abbiamo sempre gli occhi bassi.

Se un alieno fosse stato negli Stati Uniti solo cinque anni fa e tornasse oggi, non sarebbe questa la sua prima osservazione? Probabilmente lo noterebbe subito: la nostra specie ha sviluppato una nuova potentissima dipendenza e vive costantemente, dappertutto, alla sua mercé.

Sono arrivato al centro di meditazione pochi mesi dopo aver detto addio al web e aver gettato al vento la mia vita e la mia carriera. Pensavo che sarebbe stata la migliore forma di disintossicazione, e non mi sbagliavo. In genere, dopo qualche ora di silenzio ci aspettiamo che arrivi una distrazione, un diversivo che attiri la nostra attenzione. Ma qui non arriva mai. La quiete diventa uno stato permanente che ti avvolge. Nessuno parla, nessuno ti guarda nemmeno in faccia: alcuni buddisti lo chiamano “nobile silenzio”. Ogni minuto della giornata è programmato, e si passa quasi tutto il tempo a meditare in silenzio con gli occhi chiusi o a camminare lentamente sui sentieri segnati nel bosco o a mangiare tutti insieme, sempre senza parlare. Le uniche parole che leggo o sento pronunciare in dieci giorni sono durante i colloqui individuali (tre in tutto), le meditazioni guidate (due) e i discorsi serali sulla consapevolezza.

Già da nove mesi avevo cominciato ad affinare la mia pratica meditativa, ma in questo gruppo mi sento un novizio e un turista (tutti gli altri partecipanti sono iscritti a ritiri di sei settimane o tre mesi). Il silenzio, a quanto pare, è parte integrante della vita di queste persone, e i loro movimenti semplici ed essenziali, il modo in cui sembrano fluttuare mentre camminano, le espressioni aperte sui loro volti, tutto questo mi affascina. Cosa stanno sperimentando, a parte una noia da diventare matti?

E come è possibile che la calma aumenti quando sono in mezzo a loro? Di solito, più persone ci sono in una stanza, più aumenta il rumore. Qui invece sembra che sia il silenzio ad aumentare. Con il telefono ero bombardato dal rumore verbale e visivo, da una pioggia infinita di parole e immagini, eppure mi sentivo stranamente isolato. Tra queste persone che meditano sono solo, in silenzio e al buio, ma mi sento una cosa sola con loro. Il mio respiro rallenta. La mia mente si placa. Il mio corpo diventa molto più accessibile. Lo sento digerire e fiutare, prudere e pulsare. È come se il mio cervello si stesse distaccando da tutto ciò che è astratto e distante per avvicinarsi a tutto ciò che è tangibile e vicino.

Le cose che prima mi sfuggivano cominciano a incuriosirmi. Il secondo giorno, durante una passeggiata di meditazione camminata nel bosco, comincio a notare non solo la qualità della luce autunnale tra le chiome degli alberi, ma le chiazze variopinte delle foglie appena cadute, la consistenza dei licheni sui tronchi, il modo in cui le radici si aggrappano e si arrampicano sui vecchi muri di pietra. Il mio primo impulso – prendere il telefono e fare una foto – viene frustrato da una tasca vuota. Quindi mi limito a guardare. A un certo punto mi perdo e devo affidarmi al mio senso dell’orientamento per ritrovare la strada. Erano anni che non sentivo cinguettare gli uccelli. In realtà li ho sempre sentiti, ma era da tanto tempo che non ascoltavo.

Il mio obiettivo è rimettere i pensieri al loro posto. “Ricordati”, mi ha detto prima di partire il mio amico Sam Harris, un meditante ateo: “Se stai soffrendo, stai pensando”. Lo scopo non è tappare la bocca a tutto quello che c’è dentro il mio cervello malato, ma introdurlo alla quiete, alla distanza, agli spazi vuoti e incolti che un tempo frequentavo e dove la mente e l’anima si rigenerano.

Nel giro di poco tempo, il “mondo dell’informazione” e la furibonda campagna elettorale delle primarie spariscono dalla mia coscienza. La mia mente vaga, come alla deriva, e torna a un ipnotico documentario che ho visto anni fa, Il grande silenzio di Philip Gröning, che parla di un antico monastero cistercense sulle Alpi e di un ordine monastico votato al silenzio. C’è una scena in cui un novizio sta curando il suo pezzo di orto. Mentre passa da un’attività a quella successiva sembra quasi in un’altra dimensione: si sposta tra i vari solchi ma non sembra mai diretto da nessuna parte. Sembra che galleggi, o che scivoli consapevolmente, da un punto all’altro.

Sembra che sia sfuggito al tempo come lo intendiamo noi moderni. Non corre contro il tempo, non ha paura di sprecarlo, non cerca di evitare la noia che tanto ci fa orrore. E mentre osservo i miei compagni di meditazione che camminano, con gli occhi aperti ma a me inaccessibili, sento il rallentare del ticchettio dell’orologio e il collasso dei ritmi forsennati della modernità che ci spingono a correre sulla ruota fino alla morte. Sento un barlume di quella libertà che tutti gli uomini un tempo conoscevano e che la nostra cultura sembra determinata, alla rinfusa, a dimenticare.

Tutti conosciamo le gioie del nostro mondo sempre connesso: i rapporti incrociati, le conferme, le risate, la pornografia, le informazioni. Non voglio negare nessuna di queste cose. Solo ora, però, stiamo cominciando a valutarne i costi, ammesso che siamo disposti ad accettare che ce ne siano. Il richiamo sottile di questa nuova tecnologia, infatti, è che ci induce a credere che non ci siano svantaggi. È solo un tutto e di più. La vita online è vista come un semplice supplemento di quella offline. Possiamo darci appuntamento di persona e scambiarci dei messaggi prima di incontrarci. Possiamo mangiare insieme e intanto controllare la bacheca di Facebook. Possiamo trasformare la vita in quello che la scrittrice Sherry Turkle definisce life mix.

Ma come ho scoperto negli anni facendo il blogger, le famiglie che mangiano insieme mentre sono al telefono in realtà non sono affatto insieme. Sono, per dirla con Turkle, insieme ma sole. Siamo dov’è la nostra attenzione. Se guardo una partita di football con mio figlio e nel frattempo scrivo un messaggio a un amico non sto dedicando tutta l’attenzione a mio figlio, e lui lo sa. Stare davvero insieme a una persona vuol dire condividere un’esperienza, cogliere un’infinità di piccoli segnali dagli occhi e dalla voce, dal linguaggio del corpo e dal contesto, e reagire, spesso inconsciamente, a ogni sfumatura. Sono le nostre capacità sociali più profonde, che abbiamo sviluppato in millenni. Sono quelle che ci definiscono come esseri umani.

Hotel room, da Stanza d’albergo, di Edward Hopper (1931). (Kim Dong-kyu, Art x smart project, 2013)

Sostituendo la realtà con la realtà virtuale riduciamo la portata di questa interazione, pur moltiplicando il numero delle persone con cui interagiamo. Rimuoviamo o filtriamo drasticamente tutte le informazioni che potremmo avere stando insieme a qualcuno. Le riduciamo a semplici abbozzi – un’amicizia su Face-book, una foto su Instagram, un messaggio di testo – all’interno di un mondo controllato, chiuso in se stesso e in gran parte svincolato dalle eruzioni improvvise dell’interazione umana reale. Diventiamo gli uni contatti degli altri, efficaci ombre di noi stessi.

Basti pensare a quanto poco usiamo il telefono per parlare con le persone. Un messaggio è molto più facile, più veloce, meno impegnativo. Una telefonata può portare via tempo, costringendoci a confrontarci con le idiosincrasie, le divagazioni o i bisogni emotivi inattesi del prossimo. Vi ricordate di quando lasciavamo i messaggi nella segreteria telefonica e li ascoltavamo anche? Adesso bastano gli emoji. Pensate alla differenza che passa tra rimorchiare qualcuno al bar e sfogliare i profili su Tinder per trovare quello che vi piace di più. Il primo sistema è totalmente inefficiente e richiede di impiegare (e probabilmente sprecare) un bel po’ di tempo, il secondo trasforma decine e decine di esseri umani in un campionario sterminato.

Non c’è da stupirsi se preferiamo le app. Un intero universo di relazioni personali si riduce al gesto di scorrere un dito sullo schermo. Nascondiamo le nostre debolezze, correggendo sulle foto i nostri difetti e le nostre manie, proiettiamo le nostre fantasie sulle immagini che abbiamo davanti. Il rifiuto brucia sempre, ma brucia un po’ meno quando c’è un nuovo incontro virtuale a illuminare l’orizzonte. Abbiamo reso il sesso sicuro ancora più sicuro, spogliandolo di ogni casualità e rischio e spesso anche della fisicità. Il tempo che passiamo a rimorchiare supera di gran lunga quello che potremmo mai trascorrere con gli oggetti del nostro desiderio.

Le nostre capacità umane ancestrali si atrofizzano. Il gps, per esempio, è una salvezza per orientarsi in posti che non conosciamo. Ma, come ha osservato Nicholas Carr, ci ha portato a non vedere più, e tanto meno a ricordare, i particolari dell’ambiente che ci circonda, a non sviluppare i ricordi accumulati che ci danno il senso dell’orientamento e del controllo di quella che un tempo chiamavamo vita quotidiana. Lo scrittore Matthew Crawford ha osservato quanto l’automazione e il vivere online hanno fatto diminuire il numero delle persone che fanno fisicamente le cose, usando le mani, gli occhi e il corpo per fabbricare una sedia di legno, un abito o, in uno degli studi più interessanti di Crawford, un organo a canne. Ci siamo evoluti come specie perché abbiamo imparato a padroneggiare gli utensili, rendendoli un’estensione vivente e mutevole del nostro corpo e della nostra mente. Ciò che all’inizio sembra noioso e ripetitivo diventa un’abilità, ed è con questa abilità che la nostra specie ha sviluppato l’autostima e il rispetto reciproco.

Sì, la vita automatizzata è più efficiente, è più logica dal punto di vista economico, mette fine alla monotonia e al tempo “sprecato” nel raggiungimento degli obiettivi pratici. Ci nega però la soddisfazione profonda e l’orgoglio artigiano che derivano dal portare a termine le attività di tutti i giorni, una soddisfazione e un orgoglio negati soprattutto a quelli che su queste attività basano il loro sostentamento e la loro identità.

In realtà, l’umile capacità di affrontare la vita pratica è stata ciò che ci ha gratificato per migliaia di anni, finché la tecnologia e il capitalismo hanno deciso che era superflua. Se vogliamo capire perché la disperazione si è diffusa così velocemente nelle comunità che sono state lasciate indietro dallo sviluppo industriale, il fatto che l’interesse per le attività manuali (e il senso che davano alla vita delle persone) si sia atrofizzato mi sembra importante quanto gli indici economici.

Lo stesso vale per i legami che si creavano grazie alle nostre interazioni quotidiane: i cenni di saluto e le cortesie tra vicini di casa, il riconoscersi ogni giorno al supermercato o per la strada. Anche qui il richiamo dell’interazione virtuale ha contribuito a decimare lo spazio della comunità reale. Quando entriamo in un bar e tutti sono immersi nel loro mondo online privato, la nostra risposta è crearci anche noi un mondo. Quando qualcuno vicino a noi risponde al telefono e comincia a parlare a voce alta come se non esistessimo, ci accorgiamo che, nella sua zona privata, effettivamente non esistiamo. E pian piano, il concetto stesso di spazio pubblico – dove c’incontriamo, interagiamo e impariamo dai nostri concittadini – si dissolve. Turkle descrive una delle tante piccole conseguenze di questo fenomeno in una città americana: “Kara, che ha superato i cinquant’anni, ha la sensazione che a Portland, nel Maine, la città dov’è nata, la vita si sia svuotata: ‘A volte cammino per la strada e sono l’unica persona che non è collegata a qualcosa. Nessuno è veramente dov’è. Parlano con qualcuno a chilometri di distanza. Mi mancano’”.

La nostra dipendenza dalla dopamina, da quelle conferme che ci arrivano come scosse dopo un tweet ben confezionato o uno scambio su Snapchat, ci ha resi più felici? Ho il sospetto che ci abbia semplicemente reso meno infelici, o piuttosto meno consapevoli della nostra infelicità, e che i nostri telefoni siano solo dei nuovi e più potenti antidepressivi di tipo non farmaceutico. Recentemente, in un saggio sulla contemplazione, lo scrittore cristiano Alan Jacobs ha elogiato il comico Louis C.K. perché ha deciso di vietare l’uso degli smart-phone ai figli. Durante il programma televisivo di Conan O’Brian, C.K. ha spiegato perché: “Bisogna sviluppare la capacità di essere semplicemente se stessi e non essere impegnati a fare qualcosa. È questo che i telefoni ci stanno portando via”, ha detto. “Sotto la superficie della nostra vita c’è questa cosa, questo vuoto perpetuo, la consapevolezza che è tutto vano e che siamo soli. È per questo che scriviamo messaggi mentre guidiamo. Perché non vogliamo essere soli neanche per un secondo”.

Louis C.K. ha raccontato di una volta che era al volante e ha sentito una canzone di Bruce Springsteen alla radio. Ha avuto un improvviso, inatteso moto di tristezza. Istintivamente ha cercato il telefono per mandare dei messaggi ai suoi amici. Poi ha cambiato idea, ha lasciato il telefono dov’era, ha accostato e si è messo a piangere. Si è concesso per una volta di stare da solo con i suoi sentimenti, di farsene travolgere, di viverli senza distrazioni, senza sostegni digitali. Ed è riuscito a scoprire, in una forma ormai inafferrabile per molti, il sollievo di tirarsi fuori da solo dal buco della sofferenza. Perché se non c’è più una notte oscura dell’anima che non sia illuminata dal bagliore di uno schermo, allora non c’è più neanche il mattino della speranza. C.K. descrive così il mondo distratto in cui viviamo: “Non ci sentiamo mai completamente tristi o completamente felici, ci sentiamo, come dire, soddisfatti dei nostri prodotti. E poi moriamo. È per questo che non voglio dare il telefono ai miei figli”.

I primi giorni di ritiro passano. Finita la novità, mi rendo conto sempre di più che d’ora in poi le mie capacità di meditazione saranno messe duramente alla prova. Cominciano ad affiorare i pensieri, i ricordi offuscano il presente, le sedute in silenzio cominciano a essere contornate dall’ansia.

Poi, inaspettatamente, il terzo giorno, mentre cammino nel bosco, vengo travolto. Non capisco bene il motivo, ma probabilmente il verde, l’ombra e il silenzio, i ruscelli che scendono dalle colline e gli uccelli che fluttuano nell’aria umida risvegliano i miei ricordi d’infanzia. Da bambino passavo ore in mezzo alla natura e ai boschi del Sussex, in Inghilterra. Ci andavo spesso con gli amici, ma anche da solo, creando scenari immaginari nella mia mente, scovando piccole nicchie dove a volte mi fermavo a leggere, esplorando ogni sentiero nel bosco e facendo caso a tutti i fiori, le erbacce e i funghi su cui camminavo. Ma ci andavo anche per fuggire dalla casa in cui dopo la nascita di mio fratello mia madre era diventata bipolare senza più riprendersi. Per buona parte della mia giovinezza e adolescenza l’ho vista entrare e uscire dagli ospedali, e nelle sue condizioni non riusciva a nascondere la sofferenza a un figlio troppo sensibile.

Crescendo mi sono reso conto di aver assorbito molto del suo dolore. Sentivo le sue urla di frustrazione e tristezza durante i continui, terrificanti litigi con mio padre, e non sapevo come fermarli o intervenire. Mi ricordo di averla vista sciogliersi in lacrime in macchina quando veniva a prendermi alle scuole elementari, al pensiero di tornare in una casa che la terrorizzava. O di quando la abbracciavo mentre si sfogava con me, tra singhiozzi e sussurri, sulla sua vita senza uscita in un paesino dove dipendeva in tutto e per tutto dal marito. Nella mia infanzia mi è stata portata via tante volte, fin da quando avevo quattro anni, e ancora adesso mi ricordo i corridoi e le stanze degli ospedali dove l’andavo a trovare.

So che la cicatrice di questo trauma formativo è ancora nella mia anima. Sono stato vent’anni in terapia per cercare di tirarla fuori e analizzarla, scoprendo fino a che punto mi ha reso spaventosa l’intimità con gli altri, quanto ha acuizzato gli spasmi della mia depressione adolescenziale, quanto questo dolore proveniente dalla fonte di amore più pura della mia vita mi ha fatto diventare la persona profondamente fragile che sono. Ma da quando mi ha assalito per la prima volta, definendo la mia personalità, non l’ho mai avvertita in modo così nitido. È come se, dopo aver lentamente eliminato tutte le distrazioni dalla mia vita, mi ritrovassi faccia a faccia con la realtà da cui mi stavo distraendo. Mi fermo un attimo a riposare sul tronco di un albero e un attimo dopo sono piegato in due, nuovamente lacerato dal dolore, in lacrime.

Stavolta, anche se alla fine riesco a ritrovare la strada per la sala di meditazione, non c’è alcun sollievo. Non posso chiamare mio marito o un amico per parlarne. Non posso controllare l’email o fare refresh sul mio profilo Instagram o mandare un messaggio a qualcuno che possa condividere il mio dolore. Non posso chiedere ai miei compagni se gli è mai capitato qualcosa di simile. Spero che il mio umore migliori, ma invece peggiora. Le ore passano in silenzio mentre il mio cuore batte ansiosamente e la mia mente rimugina.

Decido di prendere un po’ le distanze provando a descrivere ciò che sento. Le due parole “sofferenza estrema” vincono il concorso per la definizione più azzeccata. E il giorno dopo, durante il colloquio di 15 minuti con l’insegnante che mi hanno assegnato, continuano a uscire fuori. Dopo la mia confessione, terrorizzata e angosciata, lui mi guarda con un sopracciglio alzato e un mezzo sorriso beato. “Oh, è perfettamente normale”, mi dice con aria impassibile, ma con calore. “Non si preoccupi. Sia paziente. Passerà da solo”. E dopo un po’ di tempo, effettivamente, passa. Il giorno dopo le emozioni cominciano a placarsi, la meditazione migliora, la tristezza si trasforma in una specie di calma e di tregua. Ritrovo altre cose della mia infanzia: la bellezza dei boschi, la gioia degli amici, il sostegno di mia sorella, l’affetto di mia nonna materna. Sì, prego, e prego per avere un po’ di sollievo. Ma quando finalmente il sollievo arriva non è per un intervento divino, né tanto meno perché mi sono sforzato, ma per una specie di processo naturale di rivisitazione, cura e guarigione. È come ricevere un dono antico, sepolto da anni.

Nel suo saggio sulla perdita della pratica religiosa in occidente, L’età secolare, il filosofo Charles Taylor usa un’espressione per descrivere il modo in cui concepiamo la società. Lo chiama “immaginario sociale”, una serie di credenze e prassi collegate tra loro che possono indebolire o emarginare in modo sottile altri tipi di credenze. Non siamo passati di punto in bianco dalla fede al secolarismo, spiega Taylor. Certe idee e certe prassi ne hanno rese altre non false, ma meno dinamiche o rilevanti. E così la modernità ha lentamente eroso la spiritualità, volutamente o accidentalmente, a favore del commercio. Ha svalutato il silenzio a favore del rumore e dell’azione costante. Se oggi viviamo in una cultura sempre più priva di fede non è perché la scienza ha in qualche modo confutato l’indimostrabile, ma perché il rumore bianco del secolarismo ha eliminato la quiete in cui la fede può conservarsi o rinascere.

La riforma anglicana era cominciata con un assalto ai monasteri, e il silenzio, che era sopravvissuto al bando dei protestanti, fu poi preso di mira dai filosofi dell’illuminismo. Il ruggito e la rottura della rivoluzione industriale spazzarono via la poca quiete rimasta, e oggi il capitalismo ha messo il business al centro della nostra cultura, rendendo la soddisfazione sempre più immediata dei bisogni e dei desideri il nostro obiettivo primario. La nostra è diventata la civiltà del fare, e lo sviluppo degli Stati Uniti, sotto molti aspetti, è la sua conquista principale. Nel mondo moderno, il silenzio è diventato, secolo dopo secolo, un anacronismo, addirittura un simbolo delle superstizioni che ci siamo lasciati alle spalle. La rivoluzione degli smartphone dell’ultimo decennio può essere in un certo senso la fase finale di questo processo, in cui le poche riserve superstiti di quiete – le piccole crepe di inattività nella nostra vita – vengono metodicamente riempite da altri stimoli e rumori.

Eppure il nostro bisogno di quiete non è mai sparito del tutto, perché le nostre conquiste materiali, per quanto spettacolari, non ci appagano mai completamente. Aprono sempre la porta a nuovi desideri e nuovi bisogni, richiedono sempre nuovi aggiornamenti e ritocchi, sono sempre insufficienti. La mania della vita online rivela questo: continuiamo a scorrere le dita sugli schermi perché non siamo mai soddisfatti. Il filosofo britannico Michael Oakeshott ha dato una definizione spietata di questa realtà: “L’implacabilità del fare”. Apparentemente non c’è fine a questo paradosso della vita pratica, e non c’è via d’uscita, solo una sequenza infinita di sforzi, tutti destinati a fallire.

A meno che, naturalmente, non si opti per una riconciliazione spirituale con questa futilità, per un superamento del ciclo infinito della transitorietà del successo umano. A meno che non si scelga di riconoscere che oltre al fare esiste anche l’essere, che alla fine della vita c’è il grande silenzio della morte con il quale tutti dovremo fare pace. La prima volta che entrai in chiesa da bambino capii che era un luogo diverso perché c’era un grande silenzio. La messa stessa era piena di silenzi, quelle pause liturgiche che non avrebbero mai funzionato a teatro, quei minuti di quiete dopo la comunione in cui eravamo chiamati a perderci nella preghiera, quegli spazi liturgici che sembravano sottolineare che non c’era fretta. Quel silenzio delimitava ciò che un tempo concepivamo come il sacro, caratterizzando uno spazio al di fuori del mondo secolare del rumore, degli affari e dello shopping.

L’unico luogo simile era la biblioteca, e anche lì il silenzio alludeva a qualcosa che andava oltre, all’apprendimento che si conquista con il tempo e la pazienza, alla ricerca della verità che si lascia alle spalle la vita pratica. Come il minuto di silenzio che a volte osserviamo dopo una tragedia, l’atto del non parlare è il segnale che stiamo rispondendo a qualcosa di più grande del quotidiano, di più profondo di ciò che può essere espresso a parole.

Molte civiltà, compresa la nostra, in passato lo hanno capito. Millenni fa, come ha osservato lo storico Diarmaid MacCulloch, il dio innominabile, imperscrutabile e silenzioso delle scritture ebraiche si fuse con il concetto platonico di una divinità talmente oltre l’umana comprensione e imperfezione che le parole non sono in grado di descriverlo compiutamente. Il dio celato delle scritture ebraiche e cristiane spesso parla senza parlare. E Gesù, così come il Budda, rivela con i suoi silenzi più di quanto faccia con le parole. È un predicatore che vaga per quaranta giorni nel deserto, un prigioniero che rifiuta di difendersi al suo processo.

Nella tradizione giudaico-cristiana c’è una distinzione, e una tensione critica, tra il rumore e il silenzio, tra arrivare a fine giornata e prendere in mano la propria vita. Lo Shabbat, la festività ebraica cooptata dal cristianesimo, era l’imposizione collettiva di un relativo silenzio, di un momento di calma per riflettere sulla nostra vita alla luce dell’eternità. Questa festività, una volta alla settimana, ha contribuito a definire buona parte della vita pubblica in occidente, per poi disperdersi, con scarso rimpianto, nella cacofonia commerciale degli ultimi vent’anni. Lo Shabbat era nato dal riflesso del convincimento che la maggioranza dei mortali non poteva avere una vita spirituale senza un rifugio dal rumore e dal lavoro che gli ricordasse chi sono veramente. Ma come l’illuminazione stradale moderna ha lentamente cancellato le stelle dal cielo, così le automobili, gli aeroplani, le fabbriche e il baluginio degli schermi digitali ci hanno derubato di un silenzio che in passato era considerato fondamentale per la salute dell’immaginazione umana.

Tutto questo ci cambia. Elimina lentamente – senza che nemmeno ce ne accorgiamo – tutti gli spazi in cui possiamo trovare un equilibrio che non sia ostaggio costante di pressioni, desideri o doveri. E lo smartphone li ha praticamente messi al bando.

Nel tempio temporaneo che viene costruito ogni anno al Burning Man, il festival annuale per l’élite tecnologica nel deserto del Nevada, quasi nessuno parla. Qualcuno gravita ai margini, altri si tengono per mano e piangono, alcuni attaccano biglietti a un muro della rimembranza. Tutti gli altri s’inginocchiano, meditano o se ne stanno seduti. La grande struttura in legno fa il paio con la figura imponente dell’uomo che viene poi bruciato, come il tempio stesso, quando il festival raggiunge l’apice e decine di migliaia di persone assistono all’inferno.

Vengono qui, questi architetti del nostro mondo online, per sfuggire a tutto ciò che hanno scatenato contro di noi. Vengono in un deserto impenetrabile a qualsiasi segnale del cellulare. Il telefono, inutile per pochi meravigliosi giorni, lo lasciano nella tenda. C’è un senso di totale autosufficienza (con quello che si riesce a portare nella grande città temporanea bisogna sopravvivere per sette giorni) e un tipo di convivenza basata sull’uguaglianza sociale. Si è costretti a interagire solo come esseri umani fisici con altri esseri umani fisici, senza gerarchie. Si balla e si sperimenta, si costruiscono comunità. Per molti è il momento più importante dell’anno, un mondo reso più bello dalle droghe che accrescono il senso di compassione, meraviglia e stupore.

Come un carnevale medievale, questa nuova forma di religione sovverte le convenzioni che normalmente regolano le nostre vite. Come una valvola di sicurezza, fa sfogare le pressioni represse della nostra cacofonia cablata. Cerca di raggiungere quello che un tempo la nostra cultura periodicamente ci dava, e rivela, forse, che in questa nuova era della distrazione non siamo completamente spacciati. Possiamo cominciare a cercare un equilibrio, a imparare un’altra volta ciò che abbiamo dimenticato, a gestire le nostre nevrosi per non farcene travolgere completamente.

I segnali di questa svolta in senso umano sono dappertutto. Secondo un sondaggio di Ipsos, per esempio, nel 2012 negli Stati Uniti c’erano circa venti milioni di praticanti di yoga. Nel 2016 il numero è quasi raddoppiato. Nel frattempo la parola mindfulness, consapevolezza, è diventata per molti l’ennesimo slogan aziendale e per altri una nuova forma di igiene mentale. È anche difficile spiegare, mi sembra, l’esplosione d’interesse e tolleranza per la cannabis degli ultimi dieci anni, senza tenere conto del peggioramento del mondo digitale. L’erba è una forma di automedicazione per un’epoca di distrazione, che apre una strada facile e veloce verso la contemplazione serafica in un mondo che l’ha uccisa sottraendole i suoi spazi e i suoi tempi.

Se le chiese riuscissero a capire che oggi la più grande minaccia per la fede non è l’edonismo ma la distrazione, forse riuscirebbero ad attirare a sé una generazione digitale stremata. Il misticismo della meditazione cattolica – del rosario o della semplice preghiera contemplativa – è una tradizione che andrebbe riscoperta. I monasteri, se si aprissero di più ai visitatori laici, potrebbero essere una risposta agli stessi bisogni a cui oggi risponde il movimento dello yoga.

Proviamo a immaginare se anche i luoghi secolari facessero lo stesso: ristoranti dove bisogna consegnare gli smartphone all’entrata, o bar che pubblicizzano i loro spazi non coperti dal wi-fi. Oppure, a livello più pratico, pranzi in cui tutti i partecipanti accettano di mettere via il telefono quando stanno insieme. O cene in cui il primo che usa il telefono paga il conto per tutti. Se vogliamo, possiamo ricreare uno Shabbat digitale ogni settimana, un giorno solo in cui per 24 ore nessuno controlla il telefono e disattiva tutte le notifiche. Alla lunga la nostra specie tende all’autoconservazione. Per ogni innovazione c’è una reazione, e anche l’analista più spietata di questa nostra nuova cultura, Sherry Turkle, intravede un potenziale per un riequilibrio della nostra esistenza.

Ma io ho i miei dubbi. Le tentazioni onnipresenti del vivere connessi creano un clima mentale che è ancora terribilmente difficile da gestire. Nei giorni, poi settimane, poi mesi dopo il ritiro, ho cominciato a saltare le mie sedute quotidiane di meditazione. C’era una campagna elettorale inquietante che reclamava la mia attenzione, con in prima fila Trump, uno Snapchat umano. Per un po’ mi sono limitato a seguire gli aggiornamenti quotidiani del New York Times; poi, poco a poco, mi sono rimesso a controllare i titoli delle infinite fonti di informazione che affollano lo schermo. E dopo un po’ sono tornato alle mie vecchie brutte abitudini, ad assorbire ogni minuzia della campagna elettorale, anche se sapevo benissimo che erano tutte insignificanti e non mi servivano per il lavoro.

In agguato c’erano anche altri tranelli: il richiamo del porno online che sta facendo saltare le difese degli adolescenti di tutto il mondo; la comodità di sostituire qualsiasi conversazione con uno scambio di messaggi; la consolazione di rifugiarsi per un po’ in un gioco online da cui sono esclusi tutti i pericoli dell’interazione umana reale; le nuove funzioni video su Instagram e nuovi amici da seguire. Pian piano, la mia calma meditativa si è sgretolata. Ho ridotto il mio silenzio quotidiano da un’ora a venticinque minuti e poi, dopo circa un anno, a una seduta ogni due giorni. Sapevo che sarebbe stato fatale, che la chiave per arrivare alla stabilità attraverso la meditazione è la meditazione quotidiana, sempre e comunque, anche se ci sembra che non funzioni. Come per la messa la domenica, è la routine che crea gradualmente lo spazio che permette alla nostra vita di respirare. Ma il mondo in cui sono tornato sembra cospirare per togliermi quello spazio. “Faccio le cose che odio”, come dice il figlio più anziano nell’inquietante L’albero della vita di Terrence Malick.

Non mi do per vinto, anche se ogni giorno, in diversi momenti, mi accorgo che sto cedendo. Ci sono libri da leggere, paesaggi da esplorare a piedi, amici con cui stare, una vita da vivere con pienezza. E mi rendo conto che questo, in un certo senso, è solo l’ennesimo capitolo del grande libro della fragilità umana. Ma questa nuova epidemia di distrazione è la debolezza specifica della nostra civiltà. È una minaccia non tanto per la nostra mente, che è in grado di adattarsi alle pressioni. È una minaccia per la nostra anima. Di questo passo, se il rumore non si placa, ci dimenticheremo di averne una.

(Traduzione di Fabrizio Saulini)

Questo articolo è stato pubblicato l’8 dicembre 2016 nel numero 1183 di Internazionale.

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