03 agosto 2022 12:24

“Se giocate con il fuoco, finirete per bruciarvi”. Questo avvertimento, che il presidente cinese Xi Jinping ha lanciato al presidente degli Stati Uniti Joe Biden, esprime la retorica più bellicosa mai usata dalla Cina verso gli statunitensi negli ultimi decenni. Probabilmente da quando Washington e la Repubblica Popolare Cinese hanno stabilito delle relazioni diplomatiche, nel 1972.

Ma perché la Cina è tanto infuriata per la visita della presidente della camera statunitense Nancy Pelosi a Taiwan, per la quale tra l’altro non ha avuto l’esplicito sostegno dell’amministrazione Biden? La risposta si trova negli accordi diplomatici siglati tra i due paesi.

All’origine delle relazioni tra Cina e Stati Uniti
Le relazioni degli Stati Uniti con la Cina cominciano con il comunicato di Shanghai del 1972. Nel documento la Cina definisce la propria posizione su Taiwan: “Quella di Taiwan è la questione centrale che ostacola la normalizzazione delle relazioni tra Cina e Stati Uniti; il governo della Repubblica Popolare Cinese è l’unico governante legale della Cina; Taiwan è una provincia della Cina che da tempo è stata riannessa alla madrepatria; la liberazione di Taiwan è una questione interna della Cina, nessun altro paese ha il diritto d’interferire; tutte le truppe e gli impianti militari degli Stati Uniti a Taiwan devono essere ritirati. Il governo cinese si oppone a qualsiasi attività volta alla creazione di ‘una Cina, una Taiwan’, ‘una Cina, due governi’, ‘due Cine’, una ‘Taiwan indipendente’, o sostenga che ‘lo statuto di Taiwan deve ancora essere determinato’”.

Nello stesso documento gli Stati Uniti rispondono: “Gli Stati Uniti riconoscono che tutti i cinesi, da entrambi i lati dello stretto di Taiwan, ritengono che esista una sola Cina e che Taiwan sia parte della Cina. Il governo degli Stati Uniti non mette in discussione questa posizione e afferma il suo interesse in una risoluzione pacifica della questione di Taiwan da parte degli stessi cinesi”.

Una visita presidenziale costituisce sempre un riconoscimento di fatto della sovranità del paese di cui si è ospiti

Rivolgendosi in maniera confidenziale ad Asia Times, uno dei membri della delegazione dell’allora presidente statunitense Richard Nixon ha dichiarato che la visita di Pelosi “viola chiaramente lo spirito del comunicato di Shanghai”. Questo a causa del ruolo costituzionalmente riconosciuto che ricopre Pelosi.

Supponiamo, infatti, che il presidente o il vicepresidente degli Stati Uniti vada in visita a Taiwan: questo contravverrebbe il comunicato di Shanghai, perché una visita presidenziale costituisce un riconoscimento di fatto della sovranità del paese in cui si è ospiti. I capi di stato non vanno mai in visita da altri capi di stato di paesi che non riconoscono. Non a caso, proprio il riconoscimento diplomatico era l’obiettivo e il risultato della visita di Nixon in Cina del 1972. Un’eventuale visita del vicepresidente – il secondo del presidente, eletto nelle stesse votazioni in cui si sceglie il capo di stato – a Taiwan equivale al riconoscimento, perché una delle funzioni del vicepresidente è rappresentare il presidente quando lui non può essere presente.

Secondo il Presidential succession act, la legge sulla successione presidenziale del 1947, in termini di autorità il presidente della camera viene subito dopo il vicepresidente. È la terza carica istituzionale degli Stati Uniti, quindi. E se una visita a Taiwan del presidente o del vicepresidente oltrepassa la linea rossa tracciata dalla Cina, quella della presidente della camera ci si avvicina molto. L’amministrazione Biden, ribadendo più volte che Pelosi è in viaggio per iniziativa personale, non fa che peggiorare le cose.

In un’intervista del 2 agosto dell’ Observer il professor Wang Wen dell’Università Renmin ha commentato il tentativo dell’amministrazione Biden di prendere le distanze da Pelosi. Gli è stato chiesto se si tratta di una scelta politica “effettivamente stupida”, o se “gli Stati Uniti stanno fingendo di essere stupidi”. Ha risposto che “gli Stati Uniti si stanno comportando da stupidi, ed effettivamente lo sono. Fingendo di esserlo significa che sanno quali sono gli interessi della Cina sulla questione di Taiwan e la sua linea rossa. Ma, nonostante questo, la calpestano ripetutamente”.

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Se Biden fosse stato davvero contrario alla visita di Pelosi a Taiwan avrebbe potuto dissuaderla dal partire o, come minimo, le avrebbe potuto negare l’uso di un velivolo militare statunitense.

Così, dopo una serie di passi falsi e correzioni ufficiali – tra cui la scheda informativa del dipartimento di stato sulle relazioni degli Stati Uniti con Taiwan e l’improvvisata promessa di Biden in Giappone di difendere Taiwan da un eventuale attacco militare cinese – Pechino vede la visita di Pelosi come un tentativo di Washington di sfumare i contorni di quella linea rossa che per la Cina è la ragion d’essere dello stesso stato cinese. Tanto che il 2 agosto il ministro degli esteri cinese Wang Yi ha parlato di “perfidia” statunitense.

Non è chiaro, quindi, cos’abbia in mente l’amministrazione Biden. Ma che tutto questo sia successo per caso o per scelta, la Casa Bianca ha in ogni caso aperto una crisi molto grave.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato da Asia Times. Internazionale ha una newsletter settimanale che racconta cosa succede in Asia. Ci si iscrive qui.

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