Una donna fuori della sua casa nella periferia di Pechino, il 18 settembre 2014. (Kevin Frayer, Getty Images)

La Cina è paralizzata dalle sue campagne anticorruzione

Una donna fuori della sua casa nella periferia di Pechino, il 18 settembre 2014. (Kevin Frayer, Getty Images)
26 ottobre 2016 13:39

Ci sono due Pechino in questi giorni: c’è quella riunita a porte chiuse nell’hotel Jingxi per il plenum del comitato centrale del Partito comunista – quattrocento delegati arrivati da tutta la Cina per approvare due documenti, calati dall’alto per rendere il partito più efficiente e meno inviso alla popolazione – e la Pechino di tutti i giorni, che vive negli hutong – i vicoli – o nei quartieri di casermoni del terzo, quarto, quinto anello delle circonvallazioni.

Cos’hanno in comune oggi queste due città che non si toccano e probabilmente si ignorano?

Parola chiave: il governo della legge, che in cinese è yifa zhiguo, cioè rule by law. Per capirci, le autorità cinesi intendono usare il diritto come strumento di governo senza minimamente pensare di sottoporvisi. L’imperatore usa la legge per ordinare tutto ciò che si muove sotto il cielo, non per tutelare i diritti individuali.

Così, all’hotel Jingxi si discutono un codice di condotta per i quadri di partito e una modifica delle regole per la supervisione del partito stesso. Da anni, questo gigante da 85 milioni di iscritti è più un comitato d’affari che un’organizzazione politica. Molti si iscrivono per trarne benefici personali, fare affari, mentre l’ideologia è andata in soffitta con la morte di Mao Zedong.

Fu allora, alla fine degli anni settanta, che Deng Xiaoping lanciò lo slogan “arricchirsi è glorioso” (anche se non è sicuro che sia proprio sua), aggiungendo poi sottovoce “e qualcuno si arricchirà prima di altri”.

Il messaggio fu colto al volo da migliaia di funzionari che si misero a trafficare con un occhio al pil della loro zona di competenza e un altro al portafoglio. A Deng, stimolare l’interesse personale serviva per trasformare la generazione di quadri scelti per “meriti ideologici” in epoca maoista in funzionari-manager che marciassero come un sol uomo verso il boom economico.

Ci riuscì, ma oggi il modello non funziona più: troppa corruzione, troppa ricchezza e arroganza sbattute in faccia a chi è rimasto indietro, troppe risorse sprecate. C’è il rischio di destabilizzare l’intero sistema.

Bisogna attirare nella capitale eccellenze e attività consone alla sua vocazione di città-mondo, espellere ciò che non rientra in questo disegno

Così, negli ultimi anni, il presidente Xi Jinping ha lanciato una grande campagna anticorruzione “contro le tigri e le mosche” (i grandi e i piccoli funzionari) che, se ha portato centinaia di migliaia di corrotti nelle grinfie della commissione disciplinare guidata dal fedelissimo Wang Qishan, ha però paralizzato i funzionari che – si dice – non prendono più nessuna iniziativa per paura di sbagliare e finire nei guai. Così, la macchina che rischiava di andare fuori giri per troppa corruzione, adesso potrebbe grippare per mancanza d’iniziativa. Ed ecco le nuove norme di cui si discute in questi giorni, così tutti sapranno cosa si può e cosa no.

Nel frattempo, i vicoli di Pechino assistono a un’altra applicazione del “diritto secondo caratteristiche cinesi”: lo smantellamento delle costruzioni abusive. Detta così suona bene, ma anche in questo caso c’è dietro un’operazione di ingegneria sociale, come quella che vorrebbe mettere in riga i funzionari corrotti.

Le autorità di Pechino hanno infatti deciso di contenere la popolazione di 23 milioni di abitanti con un progetto che durerà fino al 2020 (i piani quinquennali non esistono solo al livello nazionale): bisogna attirare nella capitale eccellenze e attività consone alla sua vocazione di città-mondo, espellere ciò che non rientra in questo disegno. Si dice che ben otto milioni di pechinesi saranno spinti verso le periferie o addirittura in città di secondo-terzo livello. Deportati? No, basta la mano amministrativa.

Ecco dunque il rinnovamento di quegli “slum” (favelas senza la violenza delle favelas) che sono gli hutong. Lo scorso marzo, la municipalità ha annunciato la ristrutturazione di circa 35mila abitazioni di ben 16 quartieri. Di queste, 30mila sono in centro, il resto in periferia. Sono i cosiddetti pingfang, costruzioni di qualsiasi forma e dimensioni che nei burrascosi decenni successivi alla fondazione della Repubblica Popolare (1949) sono stati letteralmente ritagliati all’interno dei vecchi siheyuan (le tradizionali case a corte) dalla popolazione urbana sempre più numerosa.

Il sesto anello
Vicino a dove abitavo viveva un signore che sul tetto della sua casa a un piano aveva piazzato una voliera per i piccioni, uno dei passatempi più amati della vecchia Pechino. Nel giro di un paio di anni, l’ha sostituita con una specie di prefabbricato e quello è diventato il secondo piano della sua personalissima villetta a schiera. La bolla immobiliare rende ogni metro quadro prezioso, così probabilmente conviene rinunciare ai piccioni e piazzare negli stessi volumi qualche expat alla ricerca del sapore magico degli hutong. Così, l’hutong cresce verticalmente e orizzontalmente.

In agosto le autorità pechinesi hanno cominciato a distruggere più di duecento costruzioni non autorizzate in 17 hutong dalle parti di Beixinqiao, una delle zone più tipiche e centrali della capitale. Ultimamente, squadre di funzionari stanno demolendo tutti gli ampliamenti abusivi che bar, locali e negozi hanno via via rosicchiato alla strada.

Per chi ha vissuto e si è innamorato del “caos ordinato” di quella Pechino, quanto sapore, quanti rapporti scompaiono con questa operazione. Un’amica cinese manda un sms preoccupata, un’altra amica, questa francese, è scandalizzata. Sì, cara amica, ma il vostro barone Haussmann non fece forse lo stesso nella Parigi dell’ottocento?

Alla fine, stiamo assistendo all’ennesimo processo di gentrificazione, quello che abbiamo già visto sui Navigli a Milano e a Trastevere a Roma. I turisti si mettono in posa nei nuovi hutong, bevono lo spritz, e otto milioni di pechinesi prendono la strada del sesto anello, venti chilometri più in là.

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