08 agosto 2022 09:58

In termini strettamente geografici, con il cambiamento del sistema sociale in Ungheria non è cambiato nulla: il paese si estende ancora su una superficie di 93mila chilometri quadrati. D’altra parte, però, oggi l’ex Repubblica Popolare d’Ungheria (come si è chiamata dal 1949 al 1989, sotto il comunismo) confina con cinque nuovi paesi nati proprio dalla dissoluzione di entità più grandi e multietniche. A nord, l’ex Repubblica Socialista Cecoslovacca è stata sostituita dalla Repubblica Slovacca e dall’Ucraina, all’epoca parte dell’Unione Sovietica e oggi indipendente. A sud, il crollo dell’ex Jugoslavia ha portato alla nascita di tre nuovi stati: Serbia, Croazia e Slovenia.

Ciò che lega la maggior parte di queste realtà all’Ungheria e ai suoi vecchi vicini, come la Croazia, la Romania e l’Austria, è l’adesione all’Unione europea. La Serbia è in lista d’attesa, mentre l’Ucraina è considerata un candidato auspicabile da Bruxelles. Due degli stati nati dall’ex blocco orientale, la Slovacchia e la Slovenia, hanno adottato l’euro come valuta. Serbia e Croazia, invece, hanno una propria moneta nazionale.

Un popolo disperso
Negli anni novanta questi paesi sono diventati delle democrazie parlamentari dove le rivalità tra i gruppi di potere si manifestano pubblicamente e, non di rado, in maniera violenta. Ogni trasformazione sociale e conflitto in corso al loro interno tocca gli interessi dell’Ungheria a causa del numero di ungheresi che risiedono lì: 1,5 milioni in Romania, 500mila in Slovacchia, 150mila in Ucraina, 300mila in Serbia, 16mila in Croazia e 15mila in Slovenia.

Queste minoranze sono un’eredità di diversi accordi del primo e del secondo dopoguerra che hanno comportato perdite territoriali per l’Ungheria, come il trattato del Trianon del 1920 e i trattati di Parigi del 1947. E i problemi degli ungheresi all’estero, siano essi legati ai diritti linguistici o all’istituzione scolastica, hanno delle conseguenze anche sulla politica interna. Ostilità secolari vengono spesso riesumate e strumentalizzate. Certo, a volte anche alcuni vicini dell’Ungheria adottano atteggiamenti simili, ma finora tutti questi conflitti si sono comunque mantenuti entro dei confini pacifici, e hanno avuto solo un impatto indiretto sulla sicurezza dell’Ungheria.

Le guerre jugoslave tra il 1991 e il 2001, però, hanno dimostrato quanto sia fragile la stabilità su cui poggia l’intera regione, e cosa accade quando le superpotenze mondiali s’intromettono nelle dispute nazionali.

Dal punto di vista politico la guerra solleva questioni scomode: le relazioni dell’Ungheria con Russia e Ucraina sono tutt’altro che equilibrate

Il 24 febbraio 2022 entrerà negli annali della storia europea, e quindi anche di quella ungherese. La guerra non dichiarata della Russia contro l’Ucraina ha cambiato le relazioni tra est e ovest prevalse dopo il crollo dell’Unione Sovietica, gettando un’ombra quasi apocalittica sulla politica mondiale. È difficile prevedere quando e come finirà il conflitto, ma è certo che ci vorrà molto tempo prima che venga stabilito un nuovo equilibrio per garantire la pace. Come minimo, ora i paesi dell’Unione europea e della Nato devono fare i conti con una potenza ostile che confina con loro e prepararsi a una nuova fase della guerra fredda.

Per quanto riguarda il modo in cui la devastante “operazione militare speciale” in corso in Ucraina può aver influenzato le elezioni ungheresi dello scorso 3 aprile (che hanno riconfermato nettamente il partito Fidesz di Viktor Orbán, in coalizione con il partito popolare cristiano democratico), è logico supporre che, dato l’attuale clima di paura, gli elettori hanno preferito mantenere Fidesz al potere piuttosto che affidarsi a una traballante coalizione di sei partiti.

Questo presupposto è anche alla base di quanto ha apertamente dichiarato lo stesso Orbán, ovvero di voler “esonerare” l’Ungheria dal conflitto. Questa posizione è stata pesantemente criticata dall’opposizione e condannata come un tradimento degli alleati occidentali dell’Ungheria, ma in realtà si concretizza solo in due ambiti: nel rifiuto di Budapest a far transitare sul territorio ungherese le armi destinate a Kiev, e in quello a estendere al settore energetico le sanzioni previste dall’Unione europea contro la Russia. In particolare, questa seconda decisione consentirebbe al già controverso progetto russo-ungherese per l’ampliamento dell’unica centrale nucleare del paese, a pochi chilometri dalla cittadina di Paks, di procedere inalterato. Ma per quanto ci siano anche degli specifici interessi politici da prendere in considerazione, questa richiesta di “esonero” va oltre.

L’ambiguità di Orbán
L’Ungheria, infatti, confina per 136 chilometri con l’Ucraina (ovvero l’ex confine con l’Unione Sovietica), dove, in Transcarpazia, vivono circa 150mila persone di etnia ungherese, molte delle quali sposate con ucraini. Di conseguenza, finora quasi 200mila rifugiati – ungheresi, ucraini e cittadini di altri paesi residenti in Ucraina – sono entrati in Ungheria attraverso i sei valichi di frontiera. E per quanto gran parte di loro non intende rimanere in Ungheria, i dispiegamenti logistici necessari per accoglierli avranno un impatto enorme e imprevedibile sulle finanze nazionali. Senza l’assistenza disinteressata di organizzazioni non governative e privati cittadini, nonché il sostegno dell’Unione europea, sarebbe difficile affrontare quest’emergenza.

Anche dal punto di vista politico la guerra solleva questioni scomode, perché le relazioni dell’Ungheria con Russia e Ucraina sono tutt’altro che equilibrate. Nel 1991 il governo di József Antall aveva firmato un trattato di amicizia con l’Ucraina che, tra l’altro, garantiva l’eliminazione del visto per chi viaggiava tra i due paesi. Poi i rapporti si sono raffreddati soprattutto a causa delle politiche linguistiche restrittive di Kiev, che influenzano negativamente sia la minoranza ungherese sia quella (ben più cospicua) russa in Ucraina. Nel frattempo, con l’arrivo al governo di Orbán si sono sviluppati legami con la Russia di Putin, grazie soprattutto alle affinità tra i due politici, che condividono l’atteggiamento autoritario e pongono l’illiberalismo alla base della concezione dello stato.

La loro vicinanza, resa evidente dalla visita del premier ungherese a Mosca alla fine di gennaio 2022 e sbandierata come una “missione di pace”, non è un vezzo ma parte integrante della “via speciale” tra est e ovest che Orbán cerca di percorrere. Le dichiarazioni di facciata sui valori fondamentali dell’Europa e la firma di documenti congiunti contro l’invasione russa, infatti, non cancellano l’impressione che l’Ungheria stia sempre più scivolando verso lo status di membro irrilevante dell’Unione europea.

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Così, mentre le raccapriccianti immagini della guerra sconvolgono l’opinione pubblica e la fine del conflitto, con le sue devastanti conseguenze economiche, potrebbe non essere lontana, il primo ministro ungherese predica “calma strategica”. Qualunque sia l’idea che i cittadini possano farsene, questo concetto piuttosto nebuloso potrebbe dissimulare il disagio delle élite di Fidesz. Nel tredicesimo anno dell’era di Orbán, infatti, il sistema sta affrontando difficoltà sempre maggiori figlie delle sue stesse politiche economiche e sociali. La moneta nazionale continua a perdere valore (oggi un euro è pari a circa 400 fiorini, nel 2010 ad appena 285) e il costo dei beni alimentari cresce.

Il governo ha imposto un blocco temporaneo dei prezzi, colpendo soprattutto le imprese piccole e piccolissime, e che nel caso della benzina ha portato molte stazioni di servizio al fallimento. Orbán ha indicato una sola causa dietro l’elevato tasso d’inflazione del 10,7: “Siamo riusciti a rimanere fuori dalla guerra, ma non saremo risparmiati dalle sue conseguenze. I prezzi vengono spinti al rialzo in parte dal conflitto e in parte dalle sanzioni imposte dall’occidente”.

È evidente che il premier ungherese sta predicando una “calma strategica” per se stesso, scaricando la responsabilità della crisi finanziaria sull’“occidente”. Resta solo da capire per quanto ancora un piccolo paese come l’Ungheria, con scarse risorse energetiche e poche materie prime, potrà continuare a stare con le mani in mano.

(Traduzione di Davide Musso)

Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Voxeurop. Fa parte della serie La guerra alle porte.

Errata corrige, 19 agosto 2022. In una versione precedente era scritto che la Croazia è in lista d’attesa per entrare nell’Unione europea.