Questo articolo è stato pubblicato il 10 aprile 2015 nel numero 1097 di Internazionale.
Duecento anni fa due giovani bibliotecari tedeschi, Jacob e Wilhelm Grimm, pubblicarono una raccolta di racconti che sarebbe diventata una delle opere più influenti sul folclore in Germania, poi in Europa e alla fine in tutto il mondo. Tra il 1812 e il 1857 furono pubblicate sette edizioni dei loro racconti, ognuna diversa da quella precedente, con l’ultima, la più conosciuta, appena lontanamente simile alla prima.
Le storie che i fratelli Grimm raccolsero inizialmente erano aspre, rudi, assurde, tragicomiche, non erano fiabe in senso stretto. I Grimm non pensavano che fossero storie per bambini. Erano storie di famiglie e di come reagivano alle difficili condizioni in cui vivevano. I Grimm pensavano che quelle storie e i loro insegnamenti morali fossero un’emanazione naturale del popolo tedesco e della sua tradizione orale, e volevano salvarle prima che andassero perdute. Nel raccogliere i racconti, i Grimm resero un contributo preziosissimo al folclore. Il loro Kinder- und Hausmärchen (in italiano Fiabe del focolare) venne incluso nel registro della Memoria del mondo dell’Unesco.
È soprattutto grazie alla loro prima edizione, pubblicata in due volumi nel 1812 e nel 1815, se gli studiosi di folclore in Europa e nel Regno Unito cominciarono a raccogliere racconti dalle rispettive tradizioni orali per conservarli come elementi del loro patrimonio culturale.
Nel processo che condusse alla pubblicazione di sette diverse edizioni in quarant’anni, i Grimm operarono profondi cambiamenti ai contenuti e allo stile. Le storie nella prima edizione erano più vicine alla tradizione orale rispetto a quelle dell’edizione finale, che può essere considerata piuttosto una raccolta letteraria, visto il continuo lavoro di limatura operato da Wilhelm, il più giovane dei due fratelli, per andare incontro ai gusti di un crescente pubblico di lettori.
Nei territori germanofoni la loro raccolta diventò il testo più popolare dopo la Bibbia. E nel novecento diventò la più famosa raccolta di racconti popolari e fiabe di tutto il mondo occidentale.
Cresciuti in fretta
Quando Jacob (nato nel 1785) e Wilhelm (nato nel 1786) cominciarono a mettere insieme racconti popolari e canzoni, all’inizio dell’ottocento, erano studenti dell’università di Marburgo, ancora adolescenti. Furono costretti a diventare adulti molto in fretta, per problemi di soldi e per la necessità di prendersi cura dei loro fratelli minori. Il padre era morto nel 1796 lasciando la famiglia, un tempo relativamente agiata, nella povertà. La loro situazione si aggravò ulteriormente con il dilagare delle guerre napoleoniche.
Nel 1807, con l’occupazione francese di Kassel, Jacob perse il suo lavoro alla commissione di guerra, ma fu assunto come bibliotecario per il nuovo re Girolamo, il fratello di Napoleone che regnava sulla Vestfalia. Nel 1808, in pieno caos, Jacob e Wilhelm persero anche la madre, sobbarcandosi così per intero la responsabilità dei tre fratelli minori.
Nonostante le difficoltà personali e le scarse risorse finanziarie, tra il 1805 e il 1812, si dimostrarono degli innovatori nel nuovo campo disciplinare della filologia germanica, pubblicando articoli e libri sulla letteratura medievale. Sarebbero molto sorpresi nel sapere che oggi sono famosi più per i loro racconti che per i loro eccellenti studi filologici, tra cui un’opera pionieristica sui mutamenti fonetici del tedesco e la fondazione del voluminoso Deutsches Wörterbuch nel 1854. Ma furono proprio la formazione di filologi e l’intransigenza di ricercatori a guidare la loro attività di raccolta e di edizione dei racconti.
Nel 1808 il poeta romantico Clemens Brentano, loro amico, gli chiese di raccogliere racconti popolari di ogni tipo per poterli usare in un suo libro di fiabe letterarie. Nel 1810 i Grimm gli inviarono 54 testi che per fortuna avevano copiato. Per fortuna, perché Brentano perse il manoscritto nel monastero di Ölenberg in Alsazia, e non usò mai quei testi. Quando capirono che Brentano non avrebbe inserito quelle storie nel suo libro, decisero, su suggerimento di un altro scrittore romantico e amico, Achim von Arnim, di farne una raccolta. E così i racconti, che erano diventati 86, furono pubblicati nel 1812. A questi se ne aggiunsero altri settanta nel 1815.
Ciò che spinse i Grimm a concentrarsi sugli antichi poemi epici, sui racconti e sulla letteratura della tradizione germanica, era la convinzione che le forme della cultura più naturali e pure, quelle che tenevano coesa una comunità, fossero linguistiche e fondate sulla storia. Secondo loro, la letteratura moderna, per quanto ricca, era artificiale e non poteva dunque esprimere l’essenza più genuina della cultura del Volk, che era generata direttamente dall’esperienza e legava le persone le une alle altre. Dedicarono dunque tutti i loro sforzi a scoprire storie del passato.
Archeologia linguistica
Nella loro prefazione, i Grimm spiegavano l’interesse nei confronti della cultura della gente comune e la loro intenzione di documentarla: “È forse giunta l’ora di annotare queste storie, poiché le persone che dovrebbero tramandarle stanno diventando sempre più rare. Ovunque le storie esistano ancora, continuano a vivere senza che nessuno si chieda se siano buone o cattive, poetiche o rozze. Le persone le conoscono e le amano perché le hanno semplicemente assorbite giorno dopo giorno. E ne traggono piacere senza una ragione precisa. È proprio per questo che l’usanza del narrare storie è così meravigliosa”. La prima raccolta dei Grimm aveva la forma di uno scavo archeologico e doveva essere un libro per adulti e studiosi. I loro racconti non avrebbero dovuto essere classificati come storie per bambini.
Anche se non avevano del tutto formalizzato il loro concetto di folclore mentre lavoravano alla pubblicazione della prima edizione, i Grimm mantennero fede al loro principio originale: mettere in salvo resti del passato. Era loro intenzione individuare e afferrare l’essenza dell’evoluzione culturale e dimostrare come la lingua naturale – emanazione dei bisogni, delle usanze e dei rituali delle persone comuni – creasse legami autentici e contribuisse a plasmare comunità civilizzate. Questa è una delle ragioni per cui definirono la loro raccolta di racconti un manuale educativo (Erziehungs-buch), perché attraverso l’arte della narrazione erano rievocati i valori fondamentali del popolo germanico. I fratelli Grimm volevano tramandare le storie orali del popolo tedesco, senza rendersi conto che quelle storie avrebbero assunto rilevanza in tutte le culture. Anche se possono essere considerate parte di un movimento nazionalista tedesco dell’ottocento, riecheggiavano i racconti di molte altre nazioni, e questi rapporti sono alla base del fascino internazionale che esercitano ancora oggi.
Leggendo i racconti della prima edizione, si potrebbe notare che molte delle storie, come La mano col coltello, Come certi bambini si misero a giocare al macellaio e Le bambine e la grande fame non hanno niente a che vedere con le fate o il lieto fine. Sono invece crudi racconti delle brutali condizioni di vita nell’ottocento. Le bambine e la grande fame, per esempio, comincia così: “C’era una volta una donna che aveva due figlie, ed era caduta in una miseria tale da non avere nemmeno un tozzo di pane da mettere sotto i denti. Quando i morsi della fame divennero insopportabili, la madre nella disperazione più nera, disse alla più grande: ‘Ora non posso fare a meno di ucciderti, così avremo qualcosa da mangiare’”. Questi racconti furono esclusi dall’ultima edizione. Altri, come Il gatto con gli stivali, Barbablù, Principessa Pel di topo e La famiglia Okerlo, furono esclusi perché considerati troppo francesi per far parte di una raccolta tedesca.
Anche se è impossibile chiarire del tutto perché alcuni racconti furono cancellati o collocati nelle note delle edizioni successive, sappiamo che La morte e il guardiano d’oche fu omessa a causa delle sue caratteristiche letterarie barocche, La suocera a causa della sua natura frammentaria e della sua crudeltà e Gli animali fedeli perché tratta dal Siddhi-Kür, una raccolta di racconti mongoli.
Il figlio segreto di Raperonzolo
Dalla prima edizione del 1812-1815 a quella finale del 1857, i Grimm ricevettero numerose versioni di racconti che avevano già incluso nella raccolta e altri nuovi da estranei, amici e colleghi, e spesso decisero di sostituire un racconto con un’altra versione, di cancellarne altri o di includere varianti nelle loro note. A differenza dell’edizione finale del 1857, la maggior parte dei racconti della prima edizione sono più brevi e scarni. Hanno una crudezza che poi sarebbe stata smussata.
Per esempio, Raperonzolo è stata abbelita nella versione finale. La prima comincia così: “C’erano una volta un marito e una moglie che per molti anni avevano desiderato un bambino, invano. Alla fine la donna rimase incinta. Nel retro della casa la coppia aveva una piccola finestra che dava sul giardino di una fata, con fiori e piante di ogni tipo. Nessuno però aveva mai osato entrarci”. Ecco invece l’inizio della fiaba nella settima edizione: “C’erano una volta un marito e una moglie che avevano desiderato per molto tempo un bambino, invano. Alla fine il buon dio diede alla moglie un segno di speranza che il loro desiderio si sarebbe avverato. Nel retro della casa la coppia aveva una piccola finestra che dava su uno splendido giardino pieno dei fiori e delle piante più belle. Il giardino però era circondato da un muro alto e nessuno osava entrarci perché apparteneva a una strega che era potente e temuta da tutti”.
Oltre ad aggiungere un motivo cristiano e a sostituire la fata con una strega, Wilhelm Grimm cancellò una scena successiva, presente nella prima edizione, in cui Raperonzolo svela di aver fatto sesso con il principe ed essere rimasta incinta.
Altre differenze tra le edizioni: nella prima è la madre di Biancaneve, non la matrigna, che vuole uccidere la ragazza per invidia. Il conciso racconto intitolato Il selvaggio, dove un misterioso e potentissimo re soccorre un ragazzo che lo aveva aiutato a fuggire da una gabbia, è abbellito e trasformato in un testo molto lungo ed elaborato, dal titolo Hans di ferro. Il selvaggio nella versione del 1812 è più gentile dell’Hans di ferro.
Allo stesso modo, Il diavolo con la giacca verde acquisisce un nuovo titolo, Pelle d’orso, oltre che un inizio e un significato completamente diversi. Nel racconto del 1812 i Grimm descrivono un giovane timido e perseguitato, abbandonato nel bosco dai suoi fratelli che accetta di indossare la giacca del diavolo. Tenendola addosso per sette anni non avrà problemi di soldi, ma dovrà smettere di radersi e di lavarsi. Nella versione più lunga del 1857 ci sono gli echi delle guerre napoleoniche: il protagonista è un soldato in congedo che, scacciato dalla famiglia, si rivolge al diavolo per sopravvivere.
Tutti i racconti della prima edizione mostrano l’impronta dei loro differenti cantastorie che credevano nella magia, nelle superstizioni e nelle trasformazioni miracolose dei racconti. Forse per noi può essere difficile capire il perché, ma per i cantastorie e gli scrittori queste storie contenevano verità sulle condizioni di vita del tempo in cui loro vivevano.
I racconti della prima edizione non furono raccolti da contadini, come spesso si crede, ma quasi sempre da persone colte che i Grimm conoscevano molto bene. Ci sono prove del fatto che queste persone avessero a loro volta ottenuto i racconti da informatori analfabeti o anonimi. Anche se i Grimm non li conoscevano, finirono per dare fiducia a chiunque avesse contribuito alla loro raccolta. È questa fiducia reciproca che rende i racconti qualcosa di davvero speciale conferendogli una certa umanità, quella che i tedeschi chiamano Menschlichkeit. Ed è questa fiducia reciproca tra gli studiosi di folclore che caratterizza l’ottocento come l’epoca d’oro dei racconti popolari e delle fiabe. Le storie presenti nella prima edizione della raccolta dei Grimm stabilirono determinati standard seguiti da quel momento in poi da chi cominciò a collezionare storie e leggende popolari.
Per quanto crude e rozze, le storie della prima edizione dei Grimm continuano ancora a dirci qualcosa, perché mostrano come possiamo trasformare noi stessi e la nostra condizione per vivere in un mondo migliore. In quanto filologi, collezionisti, traduttori, studiosi, redattori e intermediari, i fratelli Grimm lavorarono nella speranza che i loro racconti ci avrebbero aiutato in modi inimmaginabili. E in effetti è proprio questa speranza che si riesce ad avvertire, ancora oggi, quando si leggono e si ascoltano le loro storie.
(Traduzione di Giusy Muzzopappa)
Questo articolo è stato pubblicato il 10 aprile 2015 nel numero 1097 di Internazionale
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