È la testimonianza rara di una fonte militare che ha deciso di descrivere una delle fasi della battaglia dell’informazione: in che modo, quando interviene il sospetto di un crimine di guerra, l’esercito israeliano si organizza per reagire e ridurre il più possibile l’impatto delle immagini o delle informazioni pubblicate? A condizione di rimanere assolutamente anonimo, questo soldato ha descritto alla ong israeliana Breaking the silence e a diversi mezzi di informazione, tra cui Le Monde, il metodo usato regolarmente dall’esercito, e ha fatto l’esempio di un episodio che ha segnato la guerra a Gaza.
La mattina del 25 agosto 2025, poco dopo le dieci, un attacco dell’esercito israeliano colpisce un edificio dell’ospedale Nasser a Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza. Pochi minuti dopo il complesso ospedaliero viene colpito una seconda volta.
In totale le persone uccise sono ventidue e quelle ferite cinquanta. Tra loro ci sono dei pazienti e cinque giornalisti, compresi alcuni corrispondenti delle agenzie Associated Press e Reuters. Una telecamera collocata all’esterno filma il secondo attacco, che colpisce i soccorritori e i giornalisti nel momento in cui arrivano per prestare soccorso alle vittime della prima esplosione.
L’attacco provoca una forte emozione internazionale. La nostra fonte descrive il metodo messo in campo da Israele per cercare di circoscrivere le conseguenze nell’opinione pubblica.
Prima di tutto l’esercito fa sapere che l’obiettivo preso di mira sul tetto dell’ospedale era una telecamera usata da Hamas per seguire gli spostamenti dei soldati israeliani, un’affermazione falsa, come ha dimostrato un’inchiesta della Reuters. Soprattutto, l’esercito avvia un’azione di “riformulazione retrospettiva”: fa di tutto per collegare le vittime di quel doppio attacco a Hamas, l’organizzazione responsabile degli attentati terroristici del 7 ottobre 2023.
La fonte racconta come funziona: “Dopo un attacco come questo il portavoce dello Tsahal (l’esercito israeliano) cerca di collegare le persone uccise o ferite a Hamas. Cerca di farlo da subito, perché se si può dire che le persone uccise erano dei terroristi di Hamas, ci mostriamo sotto una luce migliore agli occhi del mondo. Questo processo viene definito incriminazione retrospettiva”, spiega il militare.
L’obiettivo è rimandare la responsabilità nel campo del nemico e diluire l’impatto delle immagini. “Se esiste la minima informazione, perfino un legame molto debole con Hamas, possiamo dire che si tratta di un terrorista di Hamas”, ribadisce.
Un metodo che si ripete
Le prove possono essere minime o inesistenti. È andata così nel caso della telecamera dell’ospedale Nasser: “Non abbiamo potuto far passare il giornalista con la sua videocamera per un terrorista e non abbiamo potuto collegarlo a un’organizzazione terroristica”, ammette la fonte. Quell’episodio l’ha convinto a testimoniare: “Ho deciso di rompere il silenzio dopo quell’attacco, perché ho capito che lo Tsahal prendeva di mira i giornalisti. Li definiscono una minaccia tattica, obiettivi militari, ma in fin dei conti sono giornalisti”.
Cosa succede con un’incriminazione a posteriori: dopo gli attacchi l’esercito annuncia che sei delle vittime dei colpi erano “terroristi di Hamas”, anche se l’attacco, per com’era stato pianificato dalla brigata Golani e successivamente approvato dal comando sud (la regione attorno a Gaza), aveva come obiettivo solo una telecamera.
In parallelo lo stato maggiore giustifica la decisione accusando Hamas: “Il nemico raccoglie in modo esteso e clandestino informazioni video sfruttando con cinismo luoghi sensibili e infrastrutture civili, come l’ospedale Nasser, per svolgere attività terroristiche contro le truppe israeliane”, si legge nel comunicato ufficiale.
Come fanno in modo pressoché sistematico in situazioni simili, le autorità militari annunciano inoltre un’inchiesta, anche se in realtà è molto raro che i soldati finiscano sotto accusa. Dodici mesi dopo l’inchiesta interna è ancora aperta, come ha riferito a Le Monde il portavoce dell’esercito israeliano lunedì 24 agosto. “Le forze armate non faranno alcun commento in questa fase sui dettagli dell’incidente, che fanno parte dell’inchiesta in corso”, ha aggiunto l’esercito, rifiutando nello specifico di rispondere sul ricorso ai doppi attacchi, particolarmente pericolosi per i soccorritori e i giornalisti.
La testimonianza sulle bugie dell’ospedale Nasser mette in luce un metodo che usato tutte le volte che civili, pazienti, soccorritori o giornalisti sono stati uccisi dall’esercito.
“Le regole di ingaggio imprudenti delle forze armate israeliane, combinate con le procedure d’incriminazione retroattiva, sono usate dall’esercito come giustificazione quasi automatica per ogni proiettile, ogni granata o missile lanciato, e come uno strumento per non fare delle vere inchieste”, accusa Nadav Weiman, direttore esecutivo di Breaking silence, l’ong che da vent’anni raccoglie e verifica le testimonianze dei soldati. “Gli eventi che sono costati la vita al personale della stampa all’ospedale Nasser derivano interamente da queste scelte e non bisogna farsi ingannare dai tentativi di presentarli come un incidente isolato o un comportamento non conforme ai protocolli dell’esercito”, sottolinea.
Giustificazioni a posteriori
“Queste politiche ingiustificabili sono al cuore del modo in cui l’esercito israeliano sceglie di combattere a Gaza”, sottolinea il direttore dell’ong. In effetti dall’inizio della guerra a Gaza ci sono stati numerosi esempi di queste giustificazioni a posteriori. A marzo del 2025 quindici soccorritori palestinesi sono spariti per poi essere ritrovati morti nei pressi di Rafah. Dopo averli uccisi, i soldati israeliani li avevano seppelliti con le ruspe. Un video trovato addosso a uno dei cadaveri e successivamente un’inchiesta del New York Times hanno dimostrato che i soldati avevano mentito. Finalmente ad agosto l’esercito israeliano ha avviato un’indagine penale.
È successa la stessa cosa quando a finire direttamente nel mirino sono state squadre umanitarie, come quelle di World central kitchen ad aprile del 2024. O in occasione dei ripetuti bombardamenti di scuole e ospedali che hanno provocato un gran numero di morti, soprattutto donne e bambini.
Non è un sistema nuovo. Rientra in una strategia formulata esplicitamente più di dieci anni fa dall’esercito israeliano, che nella sua dottrina mette in cima ai suoi obiettivi la difesa della “legittimità” delle sue operazioni. Questo metodo di gestione delle crisi ha tuttavia assunto una portata inedita per l’intensità della guerra condotta a Gaza dopo il 7 ottobre del 2023, che ha fatto più di 73mila morti secondo le autorità locali, cifra che Israele contesta da tempo.
Una guerra dell’informazione che il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu definisce spesso “ottavo fronte”, oltre a quelli di Gaza, Libano, Iran, Siria, Yemen, Cisgiordania e Iraq. “Israele combatte contemporaneamente sul fronte del territorio, della sicurezza, della legittimità e della credibilità”, ha spiegato di recente su X l’ex portavoce internazionale dell’esercito israeliano Peter Lerner.
La questione della presenza dei mezzi d’informazione è decisiva. “Quando c’è un video, quando viene pubblicato ed è accessibile a tutti, il mondo intero può vederlo. A quel punto diventa molto più difficile controllare la narrazione”, osserva la fonte di Breaking the silence. Dall’inizio del conflitto più di duecento giornalisti palestinesi sono stati uccisi dai soldati israeliani, secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti. Un numero mai visto nella storia recente.
Al tempo stesso, da due anni e dieci mesi Israele continua a vietare ai giornalisti internazionali di entrare a Gaza. “Una situazione senza precedenti nella guerra moderna”, hanno denunciato a giugno del 2025 più di 130 direttori e direttrici di giornali, senza però ottenere alcun risultato. Sono stati presentati dei ricorsi alla corte suprema israeliana, che li ha respinti.
Questa interdizione riduce anche la capacità dei mezzi d’informazione di indagare su Hamas, sui suoi dirigenti e i suoi combattenti, in un momento in cui l’organizzazione islamista è messa in discussione a causa di esecuzioni extragiudiziali e atti di tortura, oltre che per l’attacco del 7 ottobre.
Censura militare
La guerra dell’informazione è anche una guerra contro l’informazione. L’esercito dispone di un altro strumento antico, meno conosciuto ma particolarmente efficace: la censura militare. L’uso che ne fa è esploso dopo il 7 ottobre 2023. L’ong israeliana Movimento per la libertà d’informazione e il sito di inchiesta +972 hanno ottenuto, grazie a ricorsi in tribunale, le statistiche su vari anni. Nel 2024 le censure parziali hanno riguardato 6.265 articoli, i divieti totali 1.635. Sono numeri record, anche se nel 2025 si sono ridotte di poco.
L’esercito esige che i tagli non siano visibili. “È vietato stampare degli omissis al posto del testo la cui pubblicazione non è stata approvata dal censore” avverte il brigadiere generale e comandante in capo della censura in una nota ufficiale. “Se il censore interviene, ai mezzi di comunicazione è vietato indicare l’avvenuta censura, e questo vuol dire che la maggior parte della sua attività rimane nascosta al pubblico. Nessun’altra entità che si definisce ‘democrazia occidentale’ possiede un’istituzione simile”, ha commentato Haggai Matar, direttore del sito di inchiesta +972.
In questo contesto i mezzi di informazione israeliani che fanno inchieste sono spaventati. La censura non gli ha impedito di pubblicare delle informazioni sensibili, come quelle che riguardano le violenze commesse sui detenuti in carcere, le kill zone (zone di uccisione) intorno ai centri di distribuzione di generi alimentari, il ricorso all’intelligenza artificiale per individuare gli obiettivi o l’uso di scudi umani palestinesi per proteggere i soldati. Ma la pressione è forte.
A metà luglio l’Associazione per la difesa dei diritti civili in Israele (Acri) ha scritto al direttore dello shin bet, il servizio di intelligence interna, per esprimere preoccupazione sullo sviluppo della sorveglianza dei giornalisti attraverso i telefoni, dopo la diffusione di un’inchiesta sull’argomento.
Quanto ai mezzi d’informazione internazionali, una legge votata alla fine di dicembre del 2025 dal parlamento prevede la possibilità di sequestrare le attrezzature, chiudere gli uffici e vietare le pubblicazioni se il governo ritiene che siano una minaccia alla sicurezza nazionale. Era già successo nel 2024 al canale qatariota Al Jazeera.
Il metodo è simile a quello usato all’inizio del 2026 per impedire alle ong internazionali ritenute scomode di entrare a Gaza. Significa che queste organizzazioni non sono più nell’enclave palestinese per testimoniare la situazione in modo indipendente. E che quindi ci sono meno fonti su cui contare per i giornalisti all’estero.
“Le prove, la documentazione e le testimonianza sono esattamente le cose che Israele cerca di cancellare con le minacce, la censura e l’assassinio di giornalisti. Tenendo alla larga i giornalisti Israele guadagna tempo”, riassume la giornalista palestinese Taghrid el Khodary in un editoriale pubblicato il 10 agosto dal quotidiano Haaretz.
La propaganda
La situazione si è deteriorata anche in Cisgiordania, occupata dal 1967. I sindacati dei giornalisti palestinesi segnalano continue violazioni alla libertà di stampa dal 2023. A decine sono stati arrestati e in alcuni casi torturati. Secondo Reporters sans frontières (Rsf), oggi diciannove giornalisti della Cisgiordania sono detenuti. “In un contesto documentato di violenze dei coloni ebrei estremisti contro la popolazione palestinese nella Cisgiordania occupata, i soldati israeliani prendono di mira i giornalisti e impediscono che le informazioni escano dal territorio, sempre più tagliato fuori dal mondo”, ha avvertito Rsf il 24 agosto in un comunicato.
Questa strategia di controllo dell’informazione, che si integra nella hasbara (la propaganda israeliana), è efficace? Sull’opinione pubblica nazionale sì. Sull’opinione pubblica mondiale i risultati sono meno positivi. Un sondaggio del Pew research center pubblicato a giugno ha evidenziato un deterioramento significativo dell’immagine dello stato ebraico. “In diciotto paesi su trenta più del 67 per cento degli adulti ha un’opinione sfavorevole di Israele, mentre il 25 per cento ne ha una favorevole”, evidenzia l’istituto statunitense.
Eppure le risorse impiegate sono notevoli. Il governo ha aumentato in modo consistente il bilancio della hasbara. A settembre del 2025 Le Monde aveva raccontato il modo in cui l’esercito israeliano aveva fatto entrare degli influencer a Gaza per rilanciare la sua narrazione sull’assenza di una carestia.
Le modalità di questa guerra poi si evolvono molto rapidamente. Israele oggi scommette sull’intelligenza artificiale. Un’inchiesta del centro studi statunitense Quincy institute ha rilevato alla fine di luglio che il governo di Tel Aviv aveva finanziato la redazione di decine di resoconti per influenzare le intelligenze artificiali e, attraverso queste, influire sulle risposte alle domande dei cittadini statunitensi. Tra gli argomenti trattati, presenti nei documenti trasmessi all’amministrazione statunitense e consultati da Le Monde, c’era questa domanda: l’esercito israeliano è il più morale del mondo?
(Traduzione di Giusy Muzzopappa)
Dopo la pubblicazione dell’inchiesta l’esercito israeliano ha inviato una risposta a Le Monde
“L’incidente all’ospedale Nasser è attualmente oggetto di indagine da parte del meccanismo d’inchiesta e valutazione dello stato maggiore generale. L’esercito israeliano respinge fermamente l’affermazione secondo cui condurrebbe attacchi illegali e cercherebbe di giustificarli solo a posteriori. L’esercito prende di mira obiettivi militari e agenti militari. Come tutti gli eserciti del mondo, a seguito di un attacco, procede a una valutazione dei danni di combattimento per valutare il successo dell’attacco e il suo impatto sul nemico.
È possibile che, oltre all’obiettivo iniziale dell’attacco – per esempio, un comandante militare o un centro di comando e controllo di Hamas –, siano uccisi anche altri agenti militari presenti sul luogo dell’obiettivo o nelle vicinanze, senza che l’esercito disponesse di informazioni preventive sulla loro presenza. Come qualsiasi altro esercito al mondo, si cercherà di valutare questa circostanza. (…)
Va sottolineato che la valutazione post-attacco non sostituisce in alcun caso l’obbligo che un attacco sia giustificato in anticipo. Questo è il difetto fondamentale dell’articolo e delle affermazioni in esso contenute. L’esercito israeliano concorda pienamente sul fatto che la legalità di un attacco alla luce delle leggi sui conflitti armati sia valutata sulla base dell’analisi del comandante militare prima dell’attacco, e non a posteriori. È proprio per questo motivo che i casi eccezionali in cui si è verificato un errore nell’identificazione del bersaglio o nella valutazione dei potenziali danni civili prima dell’attacco non rendono retroattivamente illegale l’attacco se – sulla base delle informazioni a disposizione dei comandanti in quel momento – era ragionevole ritenere che l’attacco mirasse a un obiettivo militare e fosse conforme al diritto applicabile.
Per quanto riguarda l’affermazione secondo cui l’esercito israeliano considererebbe automaticamente ogni persona uccisa a Gaza come un ‘terrorista’, si tratta di un’affermazione falsa che può essere facilmente confutata esaminando le centinaia di dichiarazioni pubbliche rilasciate dall’esercito nel corso della guerra e che fanno riferimento alle vittime civili. (…)
L’esercito israeliano riconosce e deplora le vittime civili causate durante i combattimenti a Gaza, nonostante i propri sforzi per prevenirle”.
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