Il ministro degli esteri Luigi Di Maio (al centro) festeggia insieme ad altri cinquestelle davanti a Montecitorio, a Roma, l’approvazione della riforma che taglia il numero dei parlamentari, l’8 ottobre 2019. (Massimo Percossi, Ansa)

La vera posta in gioco nella legge che taglia i parlamentari

Il ministro degli esteri Luigi Di Maio (al centro) festeggia insieme ad altri cinquestelle davanti a Montecitorio, a Roma, l’approvazione della riforma che taglia il numero dei parlamentari, l’8 ottobre 2019. (Massimo Percossi, Ansa)
09 ottobre 2019 11:15

Con 553 voti a favore, quattordici contrari e due astenuti, la camera dei deputati ha approvato il taglio di circa un terzo del numero dei parlamentari. Si scende da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori. Per il Movimento 5 stelle si trattava di un provvedimento bandiera. Il Partito democratico, invece, più che altro lo ha subìto, cambiando idea strada facendo. Il risparmio economico che la riforma permetterà è, tutto sommato, irrisorio. Dal punto di vista politico, invece, l’operazione ha grandi conseguenze e inciderà sulla qualità della democrazia italiana sia sul piano simbolico sia su quello pratico. Questo, sempre che la riforma entri effettivamente in vigore e non venga cancellata da un eventuale referendum confermativo.

Quella votata ieri è infatti una norma che modifica la costituzione. Come prevede la stessa carta, dall’approvazione definitiva del testo devono trascorrere tre mesi entro i quali un quinto dei parlamentari, cinque consigli regionali o cinquecentomila elettori possono richiedere che i cittadini si esprimano per confermare o smentire il lavoro del parlamento. Soltanto allora, se il referendum non venisse richiesto oppure confermasse l’esito del voto parlamentare, il taglio entrerebbe in vigore e avrebbe effetto a partire dalle successive elezioni. Ma, come si diceva, i riflessi politici di questo voto sono molti e riguardano già il presente.

Sono in tanti a ritenere che il taglio dei parlamentari possa allungare la vita del governo guidato da Giuseppe Conte. Con le due camere costrette a dimagrire, questa sarebbe l’ultima legislatura per molti parlamentari. I cinquestelle, come si è detto, a questo provvedimento tenevano moltissimo. Il Pd, invece, nelle tre precedenti votazioni, si era espresso contro. Insomma, il voto favorevole dei democratici è stato quasi una prova d’amore, conseguenza del patto siglato per consentire la nascita del secondo governo Conte. Nel M5s non si potrà non tenerne conto. Anche per questa strada, insomma, la vita del governo sembrerebbe potersi semplificare un po’, al netto delle fibrillazioni prodotte dall’area che fa capo a Matteo Renzi e dai malumori interni ai cinquestelle, sempre più forti.

D’altra parte, fare previsioni è sempre molto rischioso e oggi lo è più del solito. Le opposizioni di destra potrebbero infatti essere tentate dall’utilizzare l’eventuale referendum confermativo per provare a far cadere il governo. Sarebbe complicato da spiegare ai propri elettori, essendosi sempre espressi in favore del taglio dei parlamentari. Ma di questi tempi davvero nulla si può dare per scontato, neppure le ipotesi più fantasiose. Insomma, chi volesse esercitarsi nei retroscena ha materiale come non mai.

Un parlamento ancora più debole
Di certo c’è che il taglio dei parlamentari apre una fase di riforme grandi e piccole. In cambio del suo via libera, il Pd ha ottenuto l’assenso su un pacchetto di provvedimenti che secondo i democratici sarebbe in grado di sterilizzare alcuni effetti negativi che il solo taglio dei parlamentari avrebbe sul sistema. Alcuni di questi impegni sono stati messi nero su bianco dai capigruppo della maggioranza – Leu e Italia viva incluse – proprio alla vigilia del voto.

Tra questi va segnalato sicuramente l’impegno a “limitare in maniera strutturale il ricorso alla decretazione d’urgenza e alla questione di fiducia”, sebbene poi si specifichi che si dovrà intervenire anche “sulla disciplina del procedimento legislativo allo scopo di dare certezza di tempi alle iniziative del Governo”. Il che sembra vanificare ogni buon proposito sulla necessità di riportare per quanto possibile il potere legislativo nelle mani del parlamento.

C’è poi un passaggio secondo cui entro dicembre si avvierà un percorso di riforma costituzionale che interesserà anche la “struttura del rapporto fiduciario tra le camere e il governo”. Di cosa si tratta esattamente lo si vedrà, ma è noto che si sta prendendo in considerazione la possibilità di introdurre l’istituto della sfiducia costruttiva che sarebbe votata dalle camere in seduta comune.

Mentre si esalta la democrazia, si continua a modificare l’unico organo che rappresenta il popolo

Naturalmente, ciascuno di questi interventi è di per sé legittimo. Nessuno di essi sembra però in grado di far recuperare al parlamento quel ruolo funzionale e politico eroso in questi ultimi vent’anni e che il taglio appena votato ha ulteriormente mortificato. Anzi, in un contesto come quello attuale, e soprattutto come quello che si prepara, alcuni di essi finirebbero per rendere ancora più deboli camera e senato nei confronti dell’esecutivo.

Per questo, quell’indicazione su eventuali interventi sulla struttura del rapporto fiduciario tra camere e governo appare francamente inquietante. E ci sarebbe da chiedersi come mai, mentre si esalta la democrazia, poi si continua a modificare l’unico organo dello stato che rappresenta direttamente il popolo. Ma, al di là delle circostanze che operano sul piano simbolico, si devono considerare alcuni riflessi molto concreti che il dimagrimento del parlamento e alcune delle riforme annunciate a corollario avranno nella vita politica.

Conseguenze
Basti considerare che sarà molto più facile per le segreterie dei partiti controllare militarmente i propri parlamentari ancor più di quanto accade oggi. Contemporaneamente, sarà sempre più difficile che possa esprimersi compiutamente e serenamente una dissidenza interna su singole leggi. In un paese nel quale a molti non dispiacerebbe l’irruzione nell’ordinamento del vincolo di mandato, un fatto del genere dovrebbe suggerire una qualche preoccupazione. Non siamo certamente al vincolo di mandato – e anzi siamo fortunatamente ancora piuttosto lontani – ma, insomma, si dovrebbe fare attenzione a come si maneggia il luogo nel quale si incarna più che altrove la democrazia.

Infine, c’è la questione della legge elettorale, tema del quale da molto tempo si discute. Sostiene la maggioranza che la diminuzione di deputati e senatori avrebbe effetti sul funzionamento delle leggi elettorali di camera e senato tali da compromettere la rappresentanza territoriale. Alcune regioni avrebbero una rappresentanza parlamentare non proporzionata al numero degli elettori. Rischi ci sarebbero anche per la rappresentanza delle minoranze. Per questo, entro dicembre dovrebbe essere presentato un progetto di nuova legge elettorale. E si dovrà procedere anche all’inevitabile ridefinizione dei collegi elettorali. Infine, già entro ottobre – secondo quanto annunciato – si provvederà a rendere omogenee le norme su elettorato attivo e passivo per camera e senato, che oggi prevedono età diverse per essere eletti e per poter votare.

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Com’è evidente, al di là di questo, ci sono anche motivazioni di convenienza politica non dichiarate. E queste motivazioni sono quelle che riempiranno di contenuto certe affermazioni di principio. Così, la maggioranza sembrerebbe orientata verso un sistema proporzionale con sbarramento mentre Matteo Salvini è senz’altro schierato per il maggioritario.

Nei prossimi mesi si vedrà se il percorso cominciato con il taglio dei parlamentari avrà anche una conclusione e, soprattutto, quale sarà. Di sicuro c’è che si rende esplicito ciò che già era noto: la posta prevista dall’accordo tra Pd e M5s, che aveva come obiettivo tenere la destra all’opposizione, è addirittura il cambiamento della costituzione. Il parlamento, insomma, è nuovamente mortificato mentre il populismo fa segnare una nuova vittoria, almeno per il momento.

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