18 maggio 2012 10:58

Nel 1989 avevo appena cominciato a lavorare al settimanale New Republic, quando si cominciò a parlare di “coppie di fatto” omosessuali, come le chiamavano all’epoca. Le aveva proposte la città di New York. Io ero l’unico gay in redazione, e dissi solo: “Perché non tagliare la testa al toro e non permettere ai gay di sposarsi? Non è la scelta più conservatrice che si possa fare?”.

Avrei dovuto tacere, ma il mio direttore liberal capì subito che quest’idea avrebbe irritato i repubblicani e mi chiese di scriverci un articolo. Esitai, in parte perché non l’avevo ancora detto chiaramente alla mia famiglia e al resto del mondo. Ma il ragionamento mi sembrava logico e l’articolo si scrisse quasi da solo. Finì in copertina, con la foto di una torta nuziale con due uomini in cima.

La mia vita cambiò. La prima reazione all’articolo fu di incredulità. La destra era sconcertata. La sinistra era furiosa. Negli Stati Uniti, come in Gran Bretagna, buona parte del movimento per i diritti dei gay non voleva sentir parlare di matrimonio. Dissero che ero patriarcale, reazionario e misogino, che cercavo di far rientrare nelle norme borghesi una libertà per cui avevano tanto combattuto.

Quando l’articolo divenne un libro, Virtually normal, un gruppo di Vendicatrici lesbiche picchettò una libreria. A Londra, in un’affollata riunione pubblica, il veterano delle lotte per i diritti dei gay, Peter Tatchell, si alzò e disse che i gay rifiutavano il matrimonio per principio, accolto da un grande applauso.

Ero un ragazzino e un conservatore (era il 1995), e per un attimo impallidii. “Con tutto il rispetto”, dissi, ” ti sbagli, Peter. Non puoi ‘rifiutare’ il matrimonio perché non ti è mai stato offerto. Non ti permettono neanche di rifiutarlo. Io sto lottando per il mio diritto di sceglierlo e per il tuo di rifiutarlo”.

Per un decennio le cose andarono avanti così. Poi, quando George W. Bush dichiarò il suo appoggio a un emendamento della costituzione federale che vietava per sempre il matrimonio tra persone dello stesso sesso, tutto cambiò di nuovo. Improvvisamente il matrimonio gay diventò l’idea più di sinistra, radicale, atea e sovversiva di cui i repubblicani avessero mai sentito parlare. I progressisti e i leader del movimento per i diritti dei gay si unirono contro Bush.

Se lui era contro, loro erano a favore. Poi il tribunale dello stato del Massachusetts dichiarò che vietare i matrimoni gay era una violazione del principio di uguaglianza davanti alla legge. Avevamo la possibilità di vincere in uno stato. E vincemmo. Oggi la parità matrimoniale è riconosciuta in sei stati e a Washington D.C. Altri stati voteranno sui matrimoni gay entro la fine dell’anno. Ma l’8 maggio il North Carolina ha vietato nella sua costituzione il riconoscimento delle coppie gay.

Il 9 maggio, nella depressione della sconfitta, ho sentito dire che il presidente Obama avrebbe rilasciato un’intervista sul tema. La sua posizione sulla parità matrimoniale è stata a lungo incoerente. Ha sempre detto di essere a favore dell’uguaglianza per le coppie gay ma non del matrimonio. Ma non importa, mi sono detto. Il presidente non può legiferare su questo, possono farlo solo gli stati e il congresso.

E poi Obama ha spiegato con calma di aver cambiato idea, vedendo la devozione dei genitori gay nella scuola delle sue figlie e ascoltando il personale gay della Casa Bianca. Va anche detto che Obama ha un disperato bisogno di raccogliere fondi. I contributi dei gay sono fondamentali per lui, e nei 90 minuti successivi alla notizia ha ottenuto un milione di dollari di donazioni per la sua campagna elettorale. Come sempre la sua decisione è stata frutto di una combinazione di freddo calcolo e sincerità. Mentre lo sentivo dire quelle parole ho pianto.

Ho pensato a tutti i ragazzi gay che ora sanno che il presidente è dalla loro parte. Ho pensato ai secoli in cui gli omosessuali non potevano aspirare al riconoscimento delle loro famiglie, schiacciati dalla pressione sociale e religiosa. Ho pensato a quelli che negli “anni della peste” dell’aids venivano cacciati dagli ospedali e dalle case, diseredati, trattati come spazzatura, perché amavano un altro essere umano. Ho pensato ai genitori gay che ora sentono che il presidente capisce il loro amore per i loro figli.

La più alta carica dello stato ha detto una cosa molto semplice: noi gay siamo come lui. In pochi giorni tutti i leader del Partito democratico hanno seguito il suo esempio. E per la prima volta, visto che l’opinione pubblica si è spostata raggiungendo il 50 per cento di sostegno al matrimonio gay, i democratici sono partiti all’attacco. Solo il 22 per cento dei repubblicani è favorevole alla parità matrimoniale, mentre lo è il 65 per cento dei democratici e il 57 per cento degli indipendenti, soprattutto le donne. Il tema del matrimonio gay divide ancora, ma non per Obama.

“Se vivremo abbastanza a lungo…”, si diceva un tempo. Molti non ce l’hanno fatta. Con una diagnosi di sieropositività nel 1993, non avrei dovuto neanch’io. Ma la prossima estate festeggerò il mio quinto anniversario di matrimonio. Mai smettere di sperare.