09 settembre 2004 16:42

In Russia è in corso una guerra: sono ormai cinque anni che va avanti, e per lunghezza batte già la seconda guerra mondiale. Eppure, la campagna elettorale per la duma (il parlamento russo) alla fine del 2003 non ha mai affrontato questa domanda: perché la guerra non è ancora finita?

Nessun dibattito pubblico, nessuna protesta o promessa: silenzio assoluto, anche se decine di migliaia di persone hanno già perso la vita; la fine di questa vicenda non s’intravede neanche, e ogni giorno aumentano i morti. Perché si è arrivati a questa mostruosità? Dove sono andati a finire i germogli di democrazia a cui c’eravamo aggrappati fino all’avvento di Putin al potere?

Per i russi, ormai, la Cecenia è una cancrena, un vicolo cieco; ma è anche un punto di riferimento nella Russia di Putin. Con la guerra è stato facile tornare al passato e mettere a dura prova la trasformazione del paese in uno stato non sovietico: la proprietà privata è stata accompagnata da un’unica ideologia dominante, dall’affermazione di una leadership personale incontrollata, dal disprezzo dei diritti umani e dall’idea, diffusa con la propaganda, che è necessario subordinare gli interessi individuali a quelli dello stato.

Putin è stato eletto presidente nel marzo del 2000. Poco prima dell’inizio della seconda guerra in Cecenia, nel 1999, era solo un colonnello semisconosciuto a cui era stata affidata la direzione dell’Fsb (il nuovo nome del Kgb). Ma è riuscito a bruciare le tappe della sua carriera, diventando il successore designato alla presidenza e primo ministro per volontà di Boris Eltsin – all’epoca affetto da continui problemi di salute – e della sua famiglia (la cerchia di persone più vicine al trono del Cremlino).

Nonostante il suo salto di carriera, però, Putin era un personaggio anonimo in Russia. La famiglia Eltsin decise allora che una guerra era il modo migliore per far crescere rapidamente la fama del successore alla presidenza che aveva promesso di tutelare il suo patrimonio. Così Putin ha dichiarato guerra alla Cecenia, approfittando della possibilità di farsi conoscere che gli offriva l’attualità: degli attentati a Mosca e a Volgodonsk avevano distrutto diversi edifici, e le bande di Basaev e Khattab stavano attaccando il Dagestan.

La guerra è stata chiamata ufficialmente “operazione antiterrorista nel Caucaso del nord” – in altre parole, lotta contro il terrorismo – mentre tutti i ceceni, per volontà del Cremlino, sono stati dichiarati indistintamente banditi e terroristi e obbligati ad addossarsi collettivamente la responsabilità delle azioni criminali di alcuni loro concittadini. Allo stesso tempo, è stato deciso che chiunque si dichiara contrario alla guerra deve essere considerato un “nemico”, “complice dei ceceni” e “antipatriottico”. I russi hanno subìto un lavaggio del cervello radicale da parte di una speciale sottodivisione dell’amministrazione presidenziale. E il lavaggio del cervello ha funzionato.

Soldati orfani

La società civile, che si trascina nell’inerzia fin dai tempi di Eltsin, si è ribellata timidamente alle operazioni militari spacciate per lotta contro i gruppi terroristici; fondamentalmente, a protestare sono stati solo i soldati che non volevano andare a combattere in Cecenia, le loro madri e un ristretto gruppo di intellettuali della capitale e di San Pietroburgo.

Il Cremlino ha risposto con uno stratagemma tipico del Kgb: ha cominciato ad arruolare per la Cecenia dei soldati scelti tra chi aveva passato l’infanzia in un orfanotrofio. Soldati orfani: nessuno si preoccupa per loro, non ci sono madri che ne piangono la scomparsa, che chiedono risarcimenti per la loro morte, che gridano, organizzano manifestazioni o addirittura parlano con la stampa. Oggi gli orfani sono la categoria di soldato più diffusa.

Inoltre, il Cremlino ha assunto sempre più spesso dei mercenari, combattenti a contratto, scelti solo perché disposti ad arruolarsi per denaro. In poco tempo sono arrivate in Cecenia unità militari composte da ogni classe di criminali e pseudocriminali: membri di associazioni a delinquere che non vedono l’ora di premere il grilletto; ex carcerati senza lavoro; disoccupati arrabbiati con il mondo – da noi ce ne sono centinaia di migliaia; e ovviamente fascisti dichiarati e militanti di gruppi nazionalisti russi che sognano di fare fuori tutti i negri (è così che in Russia sono chiamati gli abitanti del Caucaso).

Tutto è cominciato così: il controllo dei documenti d’identità nei villaggi ceceni si è trasformato in un’atroce operazione punitiva. I cadaveri sfigurati di persone cadute nelle grinfie dei federali sono diventati una tragedia quotidiana. Molte persone sono scomparse senza lasciare traccia, catturate dai militari. A poco a poco le esecuzioni sommarie e i rapimenti sono diventati il biglietto da visita dell’operazione “antiterrorismo” e delle azioni militari sul territorio ceceno.

Il terrorismo di stato è diventato più crudele di quello che doveva combattere. In Cecenia si sono accampati anche gli squadroni della morte – si fanno chiamare “unità di pulizia dei boschi” – che uccidono a loro discrezione, senza preoccuparsi di avere le prove che le vittime appartengano alle file della resistenza, la appoggino in qualche modo o siano degli estremisti religiosi. Bastano delle voci per emettere una condanna a morte.

Ma chi la esegue? Dei boia con il distintivo da federali, pagati dallo stato e forti della sua tacita benedizione. Uccidono in Cecenia e poi tornano nelle loro case e nelle loro città in Russia. Oggi più di un milione di combattenti che hanno partecipato alla seconda guerra cecena vivono tra noi, e hanno dimenticato che un conflitto si può risolvere anche senza fare a pugni o senza un kalashnikov.

Ermeticamente chiusa

Chi ne è al corrente? E chi se ne preoccupa? Sfortunatamente, un numero di persone molto ridotto. Il Cremlino ha tagliato fuori dalla Cecenia senza tanti complimenti tutti i testimoni superflui. In primo luogo ha escluso i rappresentanti delle organizzazioni internazionali, che potevano lavorare nella regione solo sotto lo stretto controllo dei militari, parlando esclusivamente con le persone a cui era permesso di avvicinarsi. In secondo luogo, ha proibito ai mezzi di comunicazione l’accesso alla regione.

I giornalisti dispongono esclusivamente delle informazioni filtrate dal servizio stampa militare ed è proibito verificarle direttamente nei villaggi ceceni. I giornalisti non hanno il diritto di abbandonare le posizioni delle unità di combattimento, e chi lo fa viene espulso dalla Cecenia: è così che giorno dopo giorno è stato tessuto l’inganno informativo. E nessuno ha fatto uno sforzo per sottrarsi a quest’inganno. I mezzi di comunicazione che hanno cercato di offrire un’informazione indipendente hanno chiuso i battenti.

Ovviamente non come risultato diretto delle pressioni dell’amministrazione presidenziale, ma con i pretesti più vari – anche se sono in pochi ad avere dei dubbi sui veri motivi. Putin è intervenuto con discrezione per liquidare tutti i mezzi di comunicazione che hanno criticato la politica suicida grazie a cui è diventato presidente.

La Cecenia è lo strumento con cui Putin ha conquistato il Cremlino e che lo ha spinto a cercare di soffocare la società civile e la libertà di espressione. Il 99 per cento dei mezzi di comunicazione russi, a causa della manipolazione di Putin sulla questione cecena, trasmettono dalla zona dell‘“operazione antiterrorista” solo le informazioni che piacciono al governo centrale. Si tratta di due tipi d’informazioni: il primo riguarda l’eroismo delle unità federali, che eseguono il loro dovere in modo brillante e nel rispetto più totale della legge; il secondo è costituito dalle cronache sulla crudeltà dei ceceni e di chi dovrebbe governarli.

I russi hanno finito per crederci.

E così dalla seconda guerra cecena è nata la nuova Russia del dopo Eltsin, postdemocratica e non sovietica, dove l’importante – come ai tempi del comunismo – non è ciò che succede in realtà, ma come fare il lavaggio del cervello alla gente. Nel caso della Cecenia, il potere ha adottato una tattica tipicamente sovietica: nascondere la verità dietro una montagna di menzogne.

La Russia sta perdendo la capacità di mettere a fuoco i fatti, a volte senza neanche rendersene conto. Nel paese si è imposto il totalitarismo e i cittadini lo hanno accolto con favore, come “l’avvento dell’ordine”, prima in Cecenia, poi in tutta la Russia. La morte di persone in guerra è considerata un male necessario: sono vittime giustificate dall’avvento dell’ordine. Volavamo verso l’inferno.

E ci siamo arrivati. Alla fine del 2001 una ragazza di 18 anni si è avvicinata al generale Gadzhiev, comandante militare della regione di Urus-Martan in Cecenia. Il fratello e il marito della giovane erano scomparsi per mano dei federali senza lasciare traccia. Per lei Gadzhiev, che aveva la fama di essere uno dei più crudeli boia della Cecenia e un organizzatore degli squadroni della morte, era il colpevole di quello che era successo ai suoi cari. La ragazza gli si è avvicinata il più possibile e si è fatta saltare in aria.

Aveva addosso una bomba fatta in casa, che aveva preparato da sola. Non era un’estremista religiosa o una fanatica della resistenza. Era semplicemente una cecena che viveva durante la seconda guerra nella regione.

Essere una persona in Cecenia non ha lo stesso significato che in occidente. Una persona in Cecenia è un soggetto biologico privo di qualsiasi diritto e della possibilità di contare sulle strutture dello stato. Perciò una giovane di Urus-Martan, metà vedova e metà sposa, ha deciso di farsi giustizia da sola.

I mezzi di comunicazione russi hanno usato toni patetici per parlare dell’omicidio del generale Gadzhiev: lui era un “eroe caduto”, mentre la sua assassina era una “squilibrata” e una “nemica”. Ancora una volta la società russa ha preferito chiudere gli occhi davanti alla verità. Putin non ha voluto neanche sentir parlare di una soluzione pacifica in Cecenia, considerandola quasi un’offesa personale. L’Europa – con i suoi leader, il Consiglio europeo, la Nato, il Parlamento europeo – si è lasciata imbrigliare da Putin, e gli ha lasciato fare quello che voleva. Schröder, Blair e Berlusconi hanno dimostrato un grande affetto nei confronti del presidente russo. I ceceni non hanno avuto considerazione da nessuno, e perciò si sono convinti di poter fare affidamento solo su se stessi.

Come in Palestina

È così che è cominciata la palestinizzazione della crisi. La colpa è dei metodi adottati nei confronti della popolazione durante la seconda guerra cecena. Nel 2002 le forze della resistenza hanno subìto una radicalizzazione forzata, e le donne cecene hanno cominciato a desiderare di ripercorrere il cammino dell’eroina di Urus-Martan. Le soluzioni più drastiche sono improvvisamente apparse degli atti eroici.

Cos’è successo nel resto della Russia? Si è continuato a ignorare l’accaduto. Per essere più esatti, si è preferito ignorarlo. Il colpevole non è stato più solo il Cremlino, che ha continuato la sua politica cieca nel Caucaso settentrionale, ma tutta la società che gli ha dato il suo consenso. Il silenzio, la rinascita del razzismo e gli sforzi assolutamente insufficienti di intellettuali e giornalisti hanno inasprito la radicalizzazione dei ceceni.

Gli intellettuali si sono rassegnati al prolungamento della guerra. Nessuno ha chiamato più le cose con il loro nome: uccisioni le uccisioni, sequestri i sequestri. Ascoltare le vittime della guerra è diventato un atteggiamento poco intellettuale; meglio il silenzio.

Il 23 ottobre 2002, a meno di un anno dalla morte del generale Gadzhiev, un gruppo di combattenti ceceni, accompagnati da alcune donne e decisi a morire per fermare la guerra, è andato a Mosca e ha preso in ostaggio 916 persone, gli spettatori e gli attori del musical Nord-Ost, in scena al teatro Dubrovka di Mosca. Il mondo si è commosso. La Russia è rimasta di ghiaccio. Il potere sembrava paralizzato, e la cosa più umana a cui è riuscito a pensare è stato avvelenare con un’arma chimica segreta tutti quelli che erano nel teatro.

È successo di mattina presto, il 26 ottobre, 57 ore dopo l’inizio del sequestro. I terroristi sono stati sterminati, senza lasciare testimoni che potessero spiegare come avevano fatto ad arrivare fino al centro della capitale. Con loro sono morti per il gas 130 ostaggi.

Questa terribile tragedia ha insegnato qualcosa alla società russa? Sono forse sorti dei dubbi sulla linea politica del Cremlino in Cecenia, che rende praticamente inevitabile lo sviluppo del terrorismo? Se dei dubbi ci sono stati, non sono durati a lungo. A manifestare il loro sdegno sono state solo le famiglie delle vittime del teatro Dubrovka. Con Putin la Russia sta recuperando i peggiori valori sovietici, come il brutale fondamentalismo stalinista. Stalin diceva: “Non si può fare una frittata senza rompere le uova”.

Alludeva alle persone che dovevano perdere la vita per il futuro radioso della società, almeno secondo la sua visione. In altre parole, qualcuno doveva farsi schiacciare dal treno della storia perché gli altri potessero vivere meglio. Ancora una volta in Cecenia è stata applicata quest’idea stalinista pericolosa e medievale. Ci sono state esecuzioni sommarie, torture e sequestri di persona.

È vero, ci hanno spiegato le autorità, la lotta contro il terrorismo internazionale produce delle vittime, e a volte a pagare sono gli innocenti. Ma anche questo è un pretesto, perché il Cremlino ha stabilito semplicemente che chiunque si trovi nel territorio dell‘“operazione antiterrorista” si dovrà assumere la responsabilità collettiva dei crimini commessi da qualcun altro.

Manipolazione

Lo stesso metodo è stato adottato in tutta la Russia dopo l’attentato del Nord-Ost. “Qualcuno deve morire”, hanno gridato Putin e i politici-burattini alla televisione. Alla fine del 2002 la Russia era cambiata. Il potere ha manipolato le persone e le menzogne hanno smesso di sorprendere la maggioranza. La società civile si è sottomessa e ha scelto il silenzio: ai tempi dell’Unione Sovietica si chiamava emigrazione interna.

La Russia è stata informata che in Cecenia sarebbe cominciato “un processo di regolamentazione politico e pacifico”, che si sarebbe concluso con un referendum per l’approvazione di una nuova costituzione ed elezioni per la presidenza della repubblica.

Ma in Cecenia non c’erano cambiamenti sostanziali. Tutto era come prima: retate, mutilazioni, sequestri, torture.

L’unica vera novità in questa situazione è stato Kadyrov, un ulteriore fattore di destabilizzazione. Akmad Kadyrov, ex capo religioso ceceno nonché eterno bandito, aveva dichiarato il jihad contro la Russia e aveva lanciato un appello a uccidere quanti più russi possibile. Poi nel 2000 aveva lasciato il leader ceceno Aslan Maskhadov per passare dalla parte dei federali e giurargli fedeltà, guadagnandosi la nomina a leader dell’amministrazione ad interim della repubblica. L’unica attività di Kadyrov da allora sono state le rappresaglie contro i suoi nemici personali.

Più di una volta ha affermato che il suo ideale di politica era “il 1937”, l’anno simbolo delle repressioni staliniane, quando milioni di persone sparirono senza lasciare tracce in campi e prigioni, solo perché erano stati dichiarati “nemici del popolo”.

Nel periodo successivo all’attentato di Mosca il Cremlino ha puntato proprio su Kadyrov, una persona che nella stessa Cecenia tutti consideravano un traditore. L’amministrazione del presidente Putin aveva scritto apposta per lui la “nuova costituzione della Repubblica cecena”. Una volta pronti gli articoli, la costituzione è stata approvata con un “referendum nazionale” che si è tenuto il 23 marzo del 2003 ed è stato annunciato ufficialmente come “l’ingresso volontario della Cecenia nella Federazione russa”

Adesso la Cecenia ha due costituzioni: quella del 1992 e quella del 2003. Una parte della popolazione segue la prima, un’altra la seconda. Il 5 ottobre 2003, sotto la vigilanza di un contingente militare di 80mila soldati, si sono tenute le “elezioni del primo presidente della repubblica cecena”, secondo la dicitura ufficiale. Ovviamente Kadyrov è stato eletto al primo turno con una maggioranza schiacciante. A quell’epoca, grazie all’aiuto della Federazione russa, aveva creato un esercito privato di circa cinquemila soldati. In Cecenia è cominciata una violenta guerra civile , magistralmente complicata dagli intrighi del Cremlino.

Migliaia di rifugiati

Dove sono i famigerati “leader dei terroristi ceceni”? Forse si nascondono con bin Laden. Comunque sono vivi, e a quanto pare non si danno per vinti. Per questo è evidente che la sanguinosa politica del Cremlino, basata sulle menzogne e controproducente per il paese, è stata miope, insensata e ha puntato su soluzioni a breve termine. E questo sia che la si chiami politica (pensata per conservare il potere a tutti i costi) o gioco mortale di Putin (il cui risultato è stato imbrogliare definitivamente le carte in tavola).

Adesso la Cecenia è un labirinto pieno di sangue. Il 5 ottobre si sono tenute le elezioni per scegliere il “primo presidente”; ma la Cecenia ne aveva scelto uno almeno altre due volte prima del 5 ottobre. Visti i risultati, i giovani del paese, in mancanza di alternative, sono andati ancora una volta a combattere con i gruppi della resistenza. Adesso li chiamano “la quinta colonna del 5 ottobre”: quelli che sono andati sulle montagne in segno di protesta contro delle elezioni truccate e contro l’arrivo al potere di un personaggio come Kadyrov, bugiardo, sanguinario e mediocre (Akmad Kadyrov è morto in un attentato a Grozny il 9 maggio 2004).

Ecco cosa abbiamo ottenuto con Putin. Che cos’è cambiato nel territorio dell‘“operazione antiterrorista”? In concreto, niente. L’economia è a zero, ci sono migliaia di rifugiati, le strutture sociali sono inesistenti. Se c’è qualcuno che lavora per rendere più tollerabile la vita dei ceceni, sono le organizzazioni umanitarie internazionali che riescono a superare l’opposizione del potere. L’Fsb ha annunciato ufficialmente alla fine del 2003 che prima del nuovo anno avrebbe verificato minuziosamente le attività di queste organizzazioni, perché sospettava che molti rappresentanti internazionali facessero attività di spionaggio. Le torture non sono finite; tutto è rimasto uguale.

Zeinap, del villaggio di Komsomol, a volte dava da mangiare ai combattenti. Non perché li idolatrasse, ma perché è la cosa giusta da fare in un paese caucasico: dare da mangiare a chi bussa alla tua porta chiedendoti del pane. Alla fine ha pagato per il suo gesto. L’hanno portata in un internato nella regione di Urus-Martan. In quell’edificio si trovava la residenza del generale Gadzhiev. Oggi è occupato dalla direzione regionale dell’Fsb dell’Urus-Martan, una delle più feroci in Cecenia. È la base di uno degli squadroni della morte che si trovano sul territorio della repubblica.

“Ho passato due giorni nell’internato”, racconta Zeinap. “Sono stati dei russi a torturarmi, non dei ceceni. Ma i ceceni guardavano e ascoltavano. Erano uomini di Kadyrov. Quando mi hanno portato nell’internato, mi hanno detto che ero responsabile dell’assassinio di quattro poliziotti nel villaggio di Komsomol. Mi hanno detto che mi bastava segnalare una persona qualsiasi con il dito, se volevo liberarmi. All’inizio mi hanno torturato con la corrente elettrica. Mi hanno tappato la bocca con il nastro adesivo; con delle corde, forse fili di ferro o cavi elettrici, mi hanno legato per le dita e mi hanno tenuto in piedi.

Quando hanno dato la corrente, mi è sembrato che mi tagliassero le dita. Poi mi hanno fatto sedere su una sedia e mi hanno legato le mani e le gambe in modo molto stretto. Le scosse elettriche mi facevano tremare da capo a piedi, come se facessi dei piccoli salti. Ma non potevo muovermi, perché ero legata. Ho perso conoscenza per il dolore, mi hanno fatto riprendere dandomi dell’acqua. Poi mi hanno dato dei calci con degli stivali pesanti, nello stomaco e nelle reni. Non mi lasciavano riposare o dormire. Credo che si dessero il cambio per torturarmi. Poi mi hanno spogliato e mi hanno stuprato. Mi hanno violentato a lungo, con delle bottiglie, davanti e dietro”.

Zeinap è sopravvissuta per miracolo, solo perché a un certo punto è diventata necessaria: avevano deciso di processarla, perché era cominciata la lotta contro le terroriste suicide e il potere voleva una condanna esemplare. Zeinap è stata accusata di avere delle armi in casa. Il processo era presieduto dal giudice del tribunale di un comune di Urus-Martan, Yandarov. L’avvocato assegnato dall’Fsb ha consigliato alla donna di dichiararsi colpevole, “altrimenti sarà anche peggio”. Il testo della sentenza sembra un capitolo di un romanzo fantasy o un giallo; ma non ha nessun legame con il diritto, visto che è impossibile emettere una sentenza senza neanche una prova.

“Mi sparerei”

“L’imputata ha ricevuto da una donna non identificata una valigia con dei manuali per la trasmissione d’informazioni, due videocassette con la registrazione di riunioni di leader di gruppi armati illegali e due batterie per la radio. Da un membro non identificato di una formazione armata illegale chiamata Islam ha ricevuto una granata F-1, che teneva in casa nascosta in una cassa di patate. L’imputata ha riconosciuto appieno la sua colpevolezza”.

Zeinap ha 35 anni. L’hanno condannata a quattro anni. Ci siamo conosciute per caso, e adesso quando ci vediamo parliamo del futuro della Cecenia. Zeinap non vede vie d’uscita per la Cecenia, e neanche per lei. “Mi sparerei, se avessi un’arma. Mi sparerei anche adesso”, dice, con lo sguardo invecchiato di colpo.

La campagna della Russia in Caucaso nel ventunesimo secolo è diventata ancora una volta un conflitto cronico, che non offre prospettive. Adesso non si parla neanche più di accordi di pace o di altro tipo. È tutto fermo. Maskhadov sta perdendo l’appoggio dei suoi sostenitori; il radicale Basaev guadagna consensi, soprattutto tra i giovani. La corruzione dei militari non lascia speranze per un ritiro delle truppe. La Russia sta per precipitare in un abisso, scavato da Putin e dalla sua miopia politica.

Internazionale, numero 556, 9 settembre 2004