Prima ancora della sua uscita in sala per tre giorni – il 28, 29 e 30 settembre – Naza è stato capace di rompere una barriera di silenzio, in Israele e nel mondo, che non si credeva più possibile rompere dopo tre anni di genocidio a Gaza.
Presentato in anteprima alla mostra di Venezia, il film dei due registi israeliani premi Oscar Yuval Abraham e Rachel Szor è stato applaudito per 25 minuti. Ma già il trailer, di meno di due minuti, aveva scatenato minacce di morte contro di loro, e la possibilità annunciata direttamente dal primo ministro Benjamin Netanyahu di revocargli la cittadinanza. Ha anche fatto nascere una polemica all’interno della società israeliana che, secondo Eli Kowacz su Haaretz, dimostra come la maggior parte degli abitanti del paese sia “totalmente disinteressata al dibattito internazionale su Gaza”. Secondo il sito Jewish Currents, “Naza cambierà il modo in cui gli statunitensi vedono Israele”.
È importante però ascoltare anche la stampa palestinese. Quasi tutti salutano con favore il documentario, ma sottolineano che gli omicidi compiuti dall’esercito israeliano sono già stati documentati da molti giornalisti senza ricevere questa attenzione, basti pensare al lavoro di Al Jazeera, Forensic Architecture e +972 magazine. Ayat Abou Shmeiss sul sito di +972 rifiuta di diventare “lo specchio” della crisi morale della società israeliana, Mohamed Adib su Al-Araby sottolinea che non basta dire la verità, ma conta anche capire a chi è affidata l’autorità per dirla, e che questa autorità è sempre assegnata all’occidente, con i palestinesi che sono “il sottofondo di un lavoro giornalistico serio e occidentale”.
Naza, nezek agavi in ebraico, è un acronimo usato per indicare i danni collaterali. Ma è anche la parola chiave del processo di disumanizzazione attuato dall’esercito israeliano. Dei naza fanno parte anche le persone uccise dai militari, ma nessuno, come confermano le interviste del documentario, associa i naza a degli esseri umani assassinati. I militari si trovano dietro degli schermi, da remoto, e per loro sono numeri, obiettivi che devono essere eliminati, naza.
Il lavoro di preparazione del film è stato realizzato dal giornalista investigativo israeliano Yuval Abraham e pubblicato prima del film dal sito israelo-palestinese +972 magazine e da Local Call. Da anni Abraham prova ad aprire gli occhi dei suoi connazionali su quello che succede ai palestinesi. Ha cominciato nel 2018 con il progetto Across the wall, oltre il muro, sviluppato con il fondatore palestinese dell’associazione letteraria We are not numbers Ahmed Alnaouq, per tradurre in ebraico storie palestinesi.
Nelle sue precedenti inchieste per il Guardian e The Nation ha dato prova del suo rigore giornalistico, e lo aveva fatto anche prima di raggiungere il pubblico mondiale con il premio Oscar per No other land, realizzato insieme ai palestinesi Hamdan Ballal e Basel Adra, oltre che a Rachel Szor.
Naza è prodotto dal quotidiano britannico The Guardian, una fonte seria per il giornalismo investigativo, che permette di dare ulteriore credito alle testimonianze concesse in forma anonima. L’inchiesta, tra l’altro, è notevole anche perché è interamente realizzata in un paese che nella classifica per la libertà di stampa elaborata dall’organizzazione non governativa Reporter senza frontiere è al 116º posto, su 180.
Un riferimento importante
La coregista Rachel Szor trae ispirazione dai film storici sull’olocausto per cercare di svegliare la coscienza israeliana. Il capolavoro del 1985 di Claude Lanzmann, Shoah, è citato direttamente come punto di riferimento. Nella cartella stampa che accompagnava il film a Venezia gli autori scrivevano: “Ci siamo trovati a porci le stesse domande della generazione dei nostri nonni e di tutto il novecento: come può un gruppo di persone permettere la totale disumanizzazione di un altro? Come funziona dall’interno un sistema del genere?”.
Nelle interviste Abraham ricorda molto Lanzmann: ascolta, chiede precisazioni, non condanna, non commenta. Nel frattempo, la camera di Szor, quasi alla maniera del film La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock, è volutamente voyeurista e inquadra persone e interni dei grattacieli di Tel Aviv. Questa piccola violazione dell’intimità provoca disagio. Intanto, i militari spiegano come funziona il sistema di spionaggio chiamato daddy’s home, che gli permette di entrare negli appartamenti di Gaza. Con questo software controllano ogni telefono, ogni rumore negli appartamenti. Il pianto di un neonato è la prova che la famiglia è in casa. Ascoltando una bambina al telefono, quando sente la parola “papà” associata alla parola “casa”, il software considera che è il momento giusto per bombardare, uccidendo anche la bambina, sua sorella, sua madre, chiunque fosse nel palazzo. Secondo Save the children dal 7 ottobre 2023 sono stati uccisi 21mila bambini nella Striscia.
Dopo le uccisioni da remoto, i soldati vanno a fumare sul balcone, tornano a casa, escono con gli amici. Un militare spiega che “è meglio che sceglie l’intelligenza artificiale, così non siamo responsabili”, mentre in tv si vede Netanyahu parlare alla nazione. Un altro racconta di quando l’esercito sparava alle persone che, morendo di fame, andavano a prendere gli aiuti. Ma ricorda che non era facile, perché certi “andavano troppo veloce”. Queste uccisioni sono al centro delle inchieste della Corte penale internazionale.
E poi la camera di Szor si sposta sulle spiagge di Tel Aviv, dove si fa sport, jogging e, proprio come il film La zona d’interesse di Jonathan Glazer, produttore esecutivo del film, ci ricorda che queste spiagge sono lontane solo 60 chilometri da quelle di Gaza. Due mondi vicini separati da un’infinità di schermi, e dalla banalità del male.
Sicuramente una delle constatazioni più terrificanti del film è sentire uomini e donne, poco importa la loro religione o nazionalità, confessare chiaramente di aver commesso gravissimi crimini di guerra, senza problematizzarli né esprimere alcun rimorso: “Ho seguito gli ordini… Ci si sente come dio… È come nei videogiochi”. Il tutto, definendosi come un’élite urbana, liberale.
Tuttavia, Yuval Abraham è stato molto chiaro alla conferenza stampa di Venezia: i protagonisti del film non sono coloro che commettono crimini di guerra, ma sempre e solo Gaza e le 73mila vittime della guerra. I problemi di coscienza di chi uccide arrivano dopo la sofferenza dei civili assassinati, come deve essere.
Dopo i tre giorni nelle sale, i registi hanno annunciato che a novembre il film sarà disponibile in streaming gratuitamente.
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