Jihadisti nel centro di Gaza, 2014.

I giovani jihadisti raccontati dai romanzi arabi

Jihadisti nel centro di Gaza, 2014.
16 marzo 2017 12:29

Dal settembre del 2001 i romanzieri arabi hanno più volte tentato di raccontare la “guerra santa” globale dichiarata dai terroristi fondamentalisti contro l’occidente e i nemici dell’islam. È quello che nella dottrina islamica si chiama “piccolo jihad”, una lotta rivolta all’esterno per difendere e diffondere l’islam, in contrapposizione al “grande jihad”, lo sforzo interiore del fedele musulmano per migliorare se stesso e avvicinarsi a dio.

Secondo David Cook, docente di studi religiosi alla Rice University di Houston, che all’argomento ha dedicato il saggio Storia del jihad, si parla per la prima volta di jihad globale in occasione dell’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979: i combattenti musulmani, in maggioranza arabi, arrivarono da tutto il mondo in Afghanistan per liberare il paese dalla presenza straniera. È in quel momento che si forma un islam radicale globale, che poi si rafforza negli anni novanta con figure come Osama bin Laden e il pensatore ultraradicale Abdallah Azzam. Oggi il jihad viene invocato dai terroristi del gruppo Stato Islamico, da Boko haram, da Al Qaeda e dai cani sciolti che compiono attentati in occidente, in Africa, nella regione araba e nel sudest asiatico.

Negli ultimi quindici anni il termine jihad ha finito per intessere il quotidiano della comunità internazionale. Nella letteratura è diventato un tema narrativo da esplorare per gli scrittori arabi e musulmani, che per primi hanno visto e subìto l’esplosione del fenomeno. A scriverne sono uomini e donne, cristiani, musulmani o non credenti, arabi o di origine araba, che vivono nella regione o nella diaspora in occidente. Autori che scrivono in arabo, inglese, francese o nelle altre lingue straniere in cui si esprime oggi la letteratura araba.

Questi scrittori hanno interpretato il jihad come il riflesso di una crisi strutturale delle grandi ideologie del passato

Nelle loro opere hanno provato a raccontare la tematica del jihad e a rappresentare la figura del jihadista attraverso una varietà sorprendente di tecniche e stili narrativi, spaziando tra romanzi storici o di ambientazione contemporanea, improntati al realismo sociale o al genere fantastico. Questo movimento letterario spontaneo non si è costituito ancora in una vera e propria corrente, ma è piuttosto frammentato e spesso inconsapevole della propria esistenza.

Questi scrittori non si sono limitati a descrivere meccanicamente il jihad, dipingendolo come un mero atto di morte, ma lo hanno interpretato come il riflesso di una crisi strutturale delle grandi ideologie del passato: il nazionalismo, il secolarismo, il comunismo, la religione, il patriarcato. I loro jihadisti non sono mai bidimensionali, ma presentano numerose sfaccettature nel tentativo di capire cosa si nasconda dietro la scelta di aderire a quella ideologia di morte. A una lettura critica, il martire jihadista sembra configurarsi quindi come l’emblema della crisi dell’individuo arabo e delle società arabe in generale, frutto di decenni di politiche di esclusione del singolo dallo sviluppo del proprio paese, di repressione e censura ai danni della creatività artistica e culturale e di soffocamento delle più basilari libertà personali.

Una rivolta nichilista e generazionale
Come ha scritto Olivier Roy, politologo e accademico francese tra i principali esperti di jihad, il fanatismo dei jihadisti si configura più come una rivolta nichilista di una generazione abbandonata, che come l’espressione di una tensione naturale verso la morte che sarebbe insita nella cultura araba o musulmana. Nei romanzi arabi su questo tema i protagonisti sono spesso giovani uomini e donne alienati che vivono in contesti urbani o sociali claustrofobici, da cui non riescono a intravedere alcuna possibilità di reale uscita.

Nel libro Il grande salto l’artista e scrittore marocchino Mahi Binebine racconta, dal punto di vista di un attentatore suicida, gli attentati di Casablanca del 2003. Il giovane aspirante martire vive in una squallida periferia della città marocchina, nata sul fianco di una discarica. È lui il terribile io narrante che ci fa entrare nel suo abisso, fatto di voglia di riscatto, emarginazione sociale e lavaggio del cervello da parte di imam fasulli e criminali.

In un altro quartiere difficile e disagiato, questa volta a Tripoli, in Libano, il giovane protagonista irrequieto del romanzo Il quartiere americano (Dar al Adab 2014), del libanese Jabbour Douahiy, si fa irretire dal radicalismo islamico e decide di partire per l’Iraq, alla ricerca di una propria realizzazione personale da raggiungere attraverso il martirio, che però poi si rifiuta di compiere. Nel romanzo Specchi rotti del libanese Elias Khoury, il fallimento dell’ideologia comunista, nella Tripoli libanese degli anni novanta, apre la strada all’islamismo militante che attira nelle sue spire i giovani ex combattenti comunisti. Il mujaheddin del romanzo L’arco e la farfalla, del marocchino Muhammad al Ashari, che muore combattendo in Afghanistan, è il figlio del fallimento delle istanze modernizzatrici della sinistra marocchina di cui è portavoce il padre, io narrante del libro. In Fuori di qui, della anglopalestinese Selma Dabbagh, ambientato in quella prigione a cielo aperto che è la Striscia di Gaza, l’ingresso nelle file degli estremisti islamici sembra prospettarsi come l’unica soluzione per Iman, giovane protagonista del romanzo. Nel celebre Palazzo Yacoubian, bestseller del romanziere egiziano Alaa al Aswani (Feltrinelli 2012), l’islam radicale riempie il vuoto lasciato dal sogno nazionalista, diventando così un mezzo alternativo per la realizzazione personale.

Molti di questi romanzi (La donna infedele dell’iracheno Ali Bader, Elogio dell’odio del siriano Khaled Khalifa, Hurma dello yemenita Ali al Muqri) hanno come protagonista delle jihadiste o delle donne finite loro malgrado nelle reti del jihadismo, a testimonianza della consapevolezza del ruolo sempre più rilevante delle donne nelle operazioni suicide. In Elogio dell’odio, ambientato nella Siria degli anni ottanta, la giovane protagonista si avvicina al fanatismo religioso come reazione per negare il proprio sé e il proprio corpo di cui si vergogna, e troverà il riscatto personale e la liberazione solo nel carcere, dove riuscirà a recuperare la propria individualità di donna, sorella e madre.

La letteratura araba restituisce quindi un’immagine articolata del jihad e del jihadista moderno, in contrasto con molte narrazioni politiche e giornalistiche, soprattutto occidentali ed europee: la scelta di morte del jihadista viene decostruita, contestata, criticata. Il ricorso al martirio diventa motivo di scontri e di rotture affettive, che porta sempre all’emarginazione del singolo dall’ambito familiare. La allucinante traiettoria del jihad viene sempre presentata, letteralmente, come un punto morto e mai di arrivo.

Gli scrittori arabi non giustificano mai, in alcun modo, le scelte di morte dei loro protagonisti. Tentano di coglierne i moventi, di decostruirne le azioni e i sentimenti, per capirne le cause profonde e aiutare così i propri lettori e le proprie società ad andare oltre la cultura della morte per creare una collettività basata sui princìpi della convivenza, dell’umanesimo, della libertà individuale e della giustizia.

pubblicità

Articolo successivo

Quando i volontari sono dei lavoratori non pagati
Christian Raimo