16 novembre 2020 14:03

Se seguite la newsletter Musicale di Internazionale curata ogni settimana da Giovanni Ansaldo lo saprete già: i Grammy Awards hanno recentemente eliminato la categoria world music dai loro premi. Da diversi anni c’è una discussione in merito al termine world music, nato negli anni ottanta per indicare molto genericamente qualunque tipo di musica arrivasse da un paese non occidentale. In molti vedono in questa genericità un atteggiamento vagamente paternalistico, se non addirittura colonialista, soprattutto in un’epoca in cui la musica occidentale sembra essersi parcellizzata in milioni di microgeneri, ognuno con la sua specificità puntigliosamente rivendicata. Gli ascoltatori, i critici e i discografici occidentali distinguono con zelo l’hip hop creato in zone diverse di Los Angeles, ma buttano in uno stesso calderone il complesso rock tuareg e il virtuoso di gamelan classico malese. Dell’argomento abbiamo parlato anche qualche anno fa a Internazionale a Ferrara con Jace Clayton (DJ/rupture), che sul melting pot digitale delle musiche del mondo ha scritto un libro illuminante.

L’ultima artista ad aver vinto un Grammy nella categoria World music è stata la diva beninese Angélique Kidjo nel 2019. In questo c’è qualcosa di simbolico, perché Angélique Kidjo nel 2018 ha anche realizzato l’album che ha minato alle fondamenta il concetto stesso di world music facendolo saltare per aria. Kidjo infatti ha deciso di prendere un classico della new wave, Remain in light dei Talking Heads (1980), quello che era stato descritto come “l’album africano” della band art-rock newyorchese, e ha deciso di farne sul serio un album di afropop, capovolgendone le premesse.

Remain in light, quello dei Talking Heads, aveva avuto una genesi lunga e complicata. La sezione ritmica della band (la bassista Tina Weymouth e il batterista Chris Frantz) ha considerato certe scelte un colpo di mano del leader David Byrne e del produttore Brian Eno, allora interessantissimo all’afrobeat di Fela Kuti e alle poliritmie dell’Africa occidentale. Non che Weymouth e Frantz non fossero interessati a quei suoni, anzi molte idee partivano proprio da loro, semplicemente trovavano troppo invadente la presenza di Eno. Nonostante le liti anche violente (le racconta la biografia ufficiale di Brian Eno, di David Sheppard) Remain in light è stato, giustamente, salutato come un capolavoro.


Angélique Kidjo, quarant’anni dopo, riparte da quel capolavoro ma ne capovolge il senso: lo trasforma da disco new wave con influenze afropop in un trionfale disco afropop con influenze new wave. La sua reinvenzione di Remain in light è un festoso atto di riappropriazione. Kidjo coinvolge veterani dell’afrobeat come Tony Allen e musicisti simbolo del meticciato pop contemporaneo come Ezra Koenig dei Vampire Weekend e Blood Orange.

Ho avuto il piacere di vedere Angélique Kidjo rifare dal vivo molte di queste canzoni al Romaeuropa Festival e più che un concerto è stata una festa. Pezzi come Crosseyed and painless, Once in a lifetime e Burn under punches si mimetizzavano perfettamente nel suo repertorio, anzi Kidjo lo faceva quasi apposta, per esempio facendo seguire The great curve dei Talking Heads da una cover di Pata pata di Miriam Makeba. Ricordo che in sala c’era Nanni Moretti, che forse aspettava di sentire quella Batonga che lui aveva reso famosa in Italia inserendola in una scena di Caro diario. Purtroppo quella sera niente Batonga: da vera diva, Angélique Kidjo ha preferito chiudere il concerto con Burning down the house, un’altra torrenziale canzone dei Talking Heads.

Angélique Kidjo
Remain in light
Kravenworks Records, 2018