10 settembre 2016 12:22

Negli ultimi anni abbiamo letto molti articoli e molti libri sulla fine della musica come la conoscevamo. Ci siamo raccontati la storia della dissoluzione dell’industria discografica, quella dell’avanzare della pirateria, delle piattaforme di streaming e della fine della musica come merce. Ci hanno descritto un presente apparentemente frammentario ma fondamentalmente nostalgico e retromaniaco. Ci siamo anche raccontati la favola della buonanotte del ritorno al vinile.

Il libro Uproot. Travels in 21st century music and digital culture di Jace Clayton (Farrar, Straus and Giraux) ci racconta tutta un’altra storia. Anziché descriverci il presente come una lenta ricostruzione dopo il crollo di un impero glorioso, ci parla di un mondo vibrante e innovativo che, proprio grazie alle tecnologie digitali, sta sfidando la nostra idea un po’ troppo occidentale di cosa significhi fare (e ascoltare) la musica oggi.

Jace Clayton, in arte DJ/rupture, oltre a fare musica come dj e produttore, è sempre stato uno scrittore prolifico, sia sul suo blog che su varie riviste. Proprio la sua esperienza di dj gli ha dato un approccio interdisciplinare alla musica e lo ha portato a farsi domande su come interagiscano tra loro suono, spazio, persone e culture.

Dal Messico al Marocco
In Uproot, Clayton prova a tracciare una mappa delle infinite possibilità che il propagarsi della cultura digitale in tutto il mondo sta offrendo alla musica. In un ecosistema in cui la musica è sempre più difficilmente monetizzabile, Clayton ci suggerisce di guardare al bicchiere mezzo pieno: le voci che corrono, i file che girano, i campionamenti, i mashup, i remix anonimi, tutta questa massa di musica informale, semilegale o illegale, semilavorata, abbozzata, non finita, è un potentissimo fertilizzante della creatività. E, cosa più importante, è un flusso di suoni, di pratiche, di idee, che demolisce la nostra idea anglocentrica o eurocentrica della pop music. L’impollinazione ormai avviene ovunque.

Uproot ci porta dagli studi di registrazione in cui incidono le star del pop marocchino ai party sfrenati dei teenager messicani, dai negozi di vinili specializzati di Tokyo alle periferie delle megalopoli di Congo e Nigeria, da una casa di Beirut piena di vecchi dischi di celluloide a un rave di Tel Aviv. Il filo che segue Clayton è sempre quello di un suono, di una suggestione, di un’idea che, nata sul computer di un ragazzino messicano impallinato di reggaeton, diventa una hit planetaria.

Il capitolo in cui Clayton segue l’uso di Autotune, quasi casuale ma memorabile in Believe di Cher, fino agli ultimi successi del pop berbero, è un tour de force magistrale. Autotune è un software nato nel 1997 per correggere l’intonazione della voce umana registrata in un disco. Se l’artista stona, l’algoritmo di Autotune riconosce l’errore e riporta la voce all’intonazione giusta.

Nel bridge di Believe, la voce di Cher viene pesantemente manomessa dal software che la fa sembrare robotica, immateriale. Era un errore dei produttori, ma a Cher è piaciuta così e ha insistito che uscisse con la sua voce così camuffata, contro il parere dei suoi discografici. D’altra parte se c’è un’artista al mondo che non ha paura dei travestimenti, è proprio lei. In questo modo una buona canzone pop è diventata non solo un grande successo commerciale, ma anche una scintilla creativa. Clayton conosce bene l’utilizzo di Autotune nel pop e nell’hip hop occidentale, ma scopre che i berberi in Marocco ne fanno un uso larghissimo.

Perché? Per capirlo parte per Casablanca e si mette in contatto con artisti e produttori locali. Scopre presto che Autotune dai berberi è usato non tanto per correggere l’intonazione quanto per dare alle voci, soprattutto quelle femminili, un suono ultraterreno. La musica popolare del Nordafrica è essenzialmente basata sul melisma, sull’arricchire cioè di abbellimenti ogni nota, un po’ come fa Whitney Houston, è proprio questo l’esempio che fa Clayton, con quelle interminabili e inafferrabili note del ritornello di I will always love you.

I piccoli imprevisti, quelli che in gergo tecnico si chiamano glitch, sono usati dagli artisti in modo creativo

Autotune però è tarato per una tipica canzone pop rock occidentale (e bianca), con una linea melodica del canto molto nitida senza troppi abbellimenti. Applicato alla ricchissima vocalità berbera, il software fa una specie di salto: non capendo quale sia l’intonazione giusta modula l’intera linea vocale e la trasforma in modo imprevedibile.

Questo succede quando un software occidentale incontra una musica non occidentale. I piccoli imprevisti, quelli che in gergo tecnico si chiamano glitch, sono usati dagli artisti in modo creativo. Anzi, diventano una nuova prassi. E cambiano il gusto e le mode, in questo caso, dell’intero Maghreb.

Un punto di vista non occidentale
Clayton è rimasto molto colpito da queste interazioni casuali e involontarie e ha deciso di creare un software musicale chiamato Sufi Plug Ins (in realtà un’app per Abelton Live, Cubase e Fruity Loops, programmi già usatissimi in tutto il mondo) e dedica un intero capitolo alla genesi di questo strumento gratuito che, volutamente, non ha istruzioni in nessuna lingua.

È un software musicale per chi vuole comporre musica partendo da un punto di vista non occidentale. I comandi sono in lingua berbera (amazigh) in omaggio agli artisti marocchini che lo hanno ispirato e Clayton non ha nessuna intenzione di tradurli in inglese: sono comandi intuitivi e l’invito è: smanettate e vedete cosa viene fuori.

Uproot è anzitutto un libro contro il concetto vecchio, e tutto sommato vagamente colonialista, di world music. Le musiche del mondo, ci dice ogni pagina, non sono vie di fuga esotiche dalla “normalità” occidentale e neanche curiosità da frequentare per noia o per vezzo terzomondista. Sono parte di una rete di suoni, di arte e di cultura che, grazie alla velocità delle autostrade digitali, sta avvolgendo tutto il mondo.