14 dicembre 2020 14:12

Può un disco molto, ma molto brutto essere un disco da salvare? Sì, se si parte dall’assunto che un album è come un libro che ci racconta una storia e non sempre i libri sono belli, ben scritti o edificanti. Quindi oggi m’imbarco nella missione impossibile di salvare quello che forse è il disco più brutto della storia.

Florence Foster Jenkins (1868-1944) era una ricca ereditiera statunitense, discreta pianista, che intorno ai quarant’anni decise di diventare una cantante lirica. S’inventò di essere una grande diva e si esibiva con costumi sfarzosi di sua invenzione lanciandosi nel più impegnativo repertorio dei soprani di coloratura del primo novecento. Cantava Mozart, Delibes, Gounod e tutte quelle trascrizioni di canzoni più o meno popolari o esotiche piene di trilli e di variazioni che deliziavano il pubblico della Belle époque.

Jenkins, il cui nome sul documento di nascita era Narcissa Florence Foster, aveva davanti a sé un solo ostacolo che le impediva di essere la nuova Lily Pons o la nuova Luisa Tetrazzini: non sapeva cantare. E non è che cantasse semplicemente male, era disastrosa: completamente stonata, priva di senso del ritmo, priva di fraseggio. Poteva cantare in francese, in italiano o in russo, ma il suono che usciva dalla sua bocca era sempre una specie di latrato. Eppure era ricca e poteva fare quello che voleva: senza alcun senso del ridicolo invitava amici danarosi e persone importanti ai suoi recital e, pagando, faceva in modo che i giornali parlassero di lei come di una grande artista. Non posso non pensare che il personaggio di Susan Kane di Quarto potere sia almeno ispirato a Florence Foster Jenkins. In ogni caso un film sulla sua vita è stato realizzato qualche anno fa da Stephen Frears e la sua parte non poteva che interpretarla Meryl Streep.


Tra il 1941 e il 1944 Florence Foster Jenkins fece incidere su 78 giri, naturalmente a sua spese, le perle del suo repertorio. Il disco che possiamo ascoltare oggi s’intitola The Glory (????) of the human voice e le raccoglie tutte. Senza pietà. Il programma comincia con la più famosa aria della regina della notte dal Flauto magico di Mozart e Jenkins mette subito le cose in chiaro: si arrampicherà con le unghie e con i denti su quello spartito e non ci risparmierà neanche un acuto, neanche un trillo. La cosa incredibile è che lei canta l’aria fino in fondo: chiunque si sarebbe scoraggiato alla prima strofa, lei invece, eroica, arriva alla fine. Eroico è anche Cosmé McMoon, il maestro che tenta di accompagnarla al pianoforte.

Nell’eterea aria delle campanelle dalla Lakmé di Léo Delibes, quintessenza dell’esotismo art nouveau, Jenkins fa saltare il banco: la sua protervia ha qualcosa di distruttivo, di genuinamente hard core. Ci sono squarci in queste incisioni in cui s’intravede una specie di diabolica consapevolezza: lei non poteva non essere cosciente di cantare in modo abominevole. Eppure continuava. C’è qualcosa di catartico nella bruttezza di queste interpretazioni. E non è una questione di sofisticati slittamenti camp: Jenkins quando canta è così inquietante perché vive la sua allucinazione e ci costringe a guardarla e ad ascoltarla: non possiamo chiudere gli occhi o tapparci le orecchie.

Florence Foster Jenkins non è così lontana, concettualmente, da Ozzy Osbourne che in concerto staccava con un morso la testa a un pipistrello, da Alice Cooper che lanciava un pollo vivo al pubblico o dal punk rocker GG Allin che si defecava addosso. Jenkins non si curava di chi rideva di lei o di chi la fischiava perché sapeva che il pubblico era suo: ostaggio del suo privilegio, della sua influenza sulla buona società newyorchese, certo, ma anche della sua arte. Cole Porter l’adorava: pare che non si perdesse un suo recital e con sé portava un bastone per calcarselo forte su un piede quando la tentazione di scoppiare a ridere era troppo forte.

Ancora oggi ascoltare la voce di Florence Foster Jenkins è un’esperienza estrema: si ride certo, ma di chi si ride? Di lei che canta così male o di noi stessi che l’ascoltiamo? Chi s’illudeva di più? La riccona che credeva di essere la Tetrazzini o la buona società che l’assecondava? Jenkins è stata forse la prima artista, perché artista a suo modo è stata, a dimostrare che il talento, in determinate condizioni, può essere un semplice accessorio se non addirittura un fardello inutile.

Florence Foster Jenkins
The Glory (????) of the human voice
Sony Classical, 1992