Luigi Di Maio, il 21 febbraio 2016. (Paolo Tre, A3/Contrasto)

Luigi Di Maio va a Londra ma punta a palazzo Chigi

Luigi Di Maio, il 21 febbraio 2016. (Paolo Tre, A3/Contrasto)
22 aprile 2016 13:19

A leggere il resoconto del recente viaggio a Londra di Luigi Di Maio, esponente di spicco del Movimento 5 stelle (M5s) e vicepresidente della camera, non c’è tanto da stupirsi che né il sindaco Boris Johnson né l’alleato al parlamento europeo Nigel Farage si siano presi la briga di incontrarlo. Mentre questi sono impegnati a difendere il voto per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea al referendum del 23 giugno, il leader italiano è arrivato sulla sponda del Tamigi per dichiarare che non è d’accordo con la Brexit.

Questa propensione per la permanenza di Londra tra i 28 paesi dell’Unione non è frutto di una consultazione in rete. Sembra invece una presa di posizione personale di Luigi Di Maio, ma rappresenta comunque una notevole evoluzione nella linea politica dei cinquestelle. La giovane formazione sta provando a normalizzarsi e a istituzionalizzarsi – sfruttando soprattutto incontri con ambasciatori stranieri a Roma e visite ufficiali all’estero – e i toni euroscettitici che la caratterizzavano sono diventati meno virulenti.

Non c’è dubbio che nella prossima campagna elettorale il tema tornerà a galla e che Bruxelles sarà di nuovo stigmatizzata come origine di molti mali. Ma intanto Di Maio avrà lanciato all’estero il messaggio di un movimento di piazza che sa anche essere forza istituzionale. Come la vecchia Lega nord di Umberto Bossi, che urlava sul prato di Pontida e poi entrava comodamente nei palazzi di Roma.

La Brexit riguarda tutti i cittadini europei. È questo concetto che Di Maio avrebbe dovuto rivendicare a Londra

Di sicuro Di Maio sta scaldando i muscoli per conquistare il potere. A giudicare dalla sua visita a Londra, però, ha ancora parecchi esercizi da fare. Gli hanno fatto notare che il rappresentante di un paese straniero non può andare a dire ai cittadini britannici come devono votare il 23 giugno. E allora si è subito rimangiato la parola, ripiegando su una linea più diplomatica: “Non sono d’accordo con l’uscita dell’Italia dall’Unione europea”.

Secondo la Repubblica, Di Maio ha commesso una gaffe nell’esprimersi sulla Brexit proprio a Londra. Ma più che uno scivolone, potrebbe trattarsi di un errore politico che mostra un grande limite del Movimento 5 stelle: quello di concepire ancora la politica in un quadro solo nazionale.

Da una formazione nuova, composta in larga parte da giovani, ci si aspetterebbe che sappia immaginare il dibattito su scala sovranazionale, sentendo il diritto e il dovere di esprimersi ovunque si svolga un dibattito nell’Unione. La Brexit non riguarda solo i britannici ma tutti i cittadini europei. È questo concetto che Di Maio avrebbe dovuto rivendicare a Londra. Senza rimangiarsi le sue stesse dichiarazioni. Come era riuscito a fare ad Atene all’inizio di luglio, quando andò a sostenere il no al referendum sul piano di salvataggio avanzato da Bruxelles. Ma questo è successo molto prima che si dicesse “pronto ad assumersi le sue responsabilità” se la rete lo indicherà come candidato per palazzo Chigi.

Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.
pubblicità

Articolo successivo

Il lungo sogno di De Chirico
Daniele Cassandro
Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.