Potreste mai ereditare un raro violino Stradivari, prendervene cura per anni, e poi all’improvviso decidere di distruggerlo a martellate?

Oppure mettere le mani su un prezioso diamante, conservarlo in una scatola foderata di velluto blu, per poi buttarlo in un fiume?

Questi comportamenti incomprensibili non sono molto lontani da ciò che Jeff Bezos sta facendo al Washington Post, danneggiando in modo forse permanente uno dei più importanti quotidiani statunitensi.

Ho lavorato al Post scrivendo di mezzi d’informazione per sei anni, fino al 2022, e prima avevo sempre apprezzato il giornale. È stata un’esperienza entusiasmante che mi dato l’occasione di conoscere a fondo i lettori e la redazione. Mi si spezza il cuore vedendo la direzione in cui stanno andando le cose.

Dopo che la proprietà ha annunciato il licenziamento di 300 persone, è chiaro che Bezos sta facendo qualcosa che dovrebbe essere impensabile, tra l’altro in un momento in cui il giornalismo solido e basato sui fatti non è mai stato così importante, negli Stati Uniti e nel resto del mondo.

Il fondatore di Amazon farebbe bene a invertire la rotta, perché può ancora salvare un grande quotidiano e forse anche la propria reputazione come padrone del giornale, una reputazione che era riuscito a costruirsi per anni prima di una strana svolta a favore di Donald Trump.

Tutto è cominciato quando Bezos, apparentemente nel tentativo di proteggere i suoi altri interessi commerciali, ha bloccato la pubblicazione di un editoriale che sosteneva Kamala Harris, candidata del Partito democratico, alle presidenziali del 2024. A prescindere da ciò che si possa pensare degli editoriali schierati, la tempistica è stata pessima: il veto di Bezos, infatti, è arrivato all’ultimo minuto, poco prima delle elezioni.

Come prevedibile, centinaia di migliaia di lettori hanno immediatamente cancellato il loro abbonamento al Washington Post, disgustati dall’evidente tentativo di adulare Trump sacrificando l’indipendenza della redazione.

La fuga degli abbonati è proseguita quando Bezos ha imposto una brusca virata conservatrice alla sezione delle opinioni. Alcuni dei migliori opinionisti del paese hanno lasciato il giornale, seguiti dalla vignettista Ann Telnaes, che aveva proposto una vignetta in cui Bezos e altri miliardari si prostravano davanti a Trump. Per quanto riguarda la cronaca, molti reporter sono andati a lavorare in altri giornali, come l’Atlantic, il New York Times e il Wall Street Journal.

Da allora Bezos ha continuato su questa linea. Amazon ha contribuito all’organizzazione della cerimonia di inaugurazione di Trump e ha sborsato la ridicola cifra di quaranta milioni di dollari per finanziare un pessimo documentario su Melania Trump, presentato qualche giorno fa.

Perdite evitabili

È vero che il Washington Post è in perdita (forse per cento milioni di dollari all’anno), ma Bezos può chiaramente permettersi di sostenere il quotidiano a prescindere dagli introiti. Per un uomo dal patrimonio sconfinato (attorno ai 250 miliardi di dollari), cento milioni sono spiccioli, o “un errore di arrotondamento”, come ha scritto l’esperto di statistica Nate Silver.

Di recente Silver ha scritto che il Washington Post ha drasticamente perso influenza, o “peso culturale”, dopo aver allontanato gran parte dei suoi lettori più fedeli, cambiato la propria linea editoriale e perso giornalisti importanti.

Le perdite finanziare non sono certo inevitabili. Pensate al caso del New York Times, in attivo e in espansione, o a quello della redazione statunitense del Guardian, in ottima salute.

A quanto pare meno di dieci anni fa il Washington Post generava profitti (il quotidiano non pubblica un resoconto delle sue finanze perché controllato da un privato). Sotto la guida del direttore Marty Baron, ha mantenuto la propria integrità durante la prima amministrazione Trump, competendo ad alti livelli con il suo grande rivale, il New York Times, alla ricerca di scoop e talenti.

Invece di trovare un nuovo modo per continuare a crescere, l’amministratore delegato scelto personalmente da Bezos, William Lewis, ha fatto l’esatto contrario, anche se va detto che i giornalisti del Post hanno trovato e continuano a trovare il modo di fare il loro lavoro in modo eccellente e pubblicare un buon numero di notizie esclusive.

Bezos vuole che il Post sia autosufficiente, e questo è comprensibile. Ma si potrebbe raggiungere l’obiettivo senza distruggere il giornale e alienare i suoi lettori storici. Magari il Post avrebbe potuto ridurre il suo staff e distribuire meglio le risorse disponibili, ma non c’era bisogno di usare l’accetta, indebolendo sezioni fondamentali come la cronaca estera o quella sportiva.

Quando ha comprato il giornale, nel 2013, Bezos ha fatto un affare, visto he lo ha pagato appena 250 milioni di dollari. All’improvviso il padrone di Amazon si è trovato nella condizione di essere qualcosa di più che un semplice miliardario. Ha avuto l’occasione di custodire un tesoro nazionale, un quotidiano storico con collaboratori di livello mondiale, che può vantare decine di premi Pulitzer, tra cui quello per le indagini che hanno provocato lo scandalo Watergate e quello per le rivelazioni di Edward Snowden sull’apparato di sicurezza e spionaggio statunitense. Per non parlare della splendida sezione culturale e dell’attenta copertura internazionale.

È strano. Per anni il fondatore di Amazon aveva dato l’impressione di prendere sul serio questa responsabilità e di capire quanto fosse alta la posta in gioco. Quando Jason Rezaian, il corrispondente del giornale da Teheran, è stato arrestato e imprigionato per mesi, Bezos si è speso personalmente per ottenerne la liberazione, che ha poi festeggiato insieme allo staff del Post e alla famiglia del giornalista.

Quando Trump, durante il suo primo mandato, ha minacciato il Post e ha attaccato il suo proprietario personalmente, Bezos non si è piegato. Per un certo periodo è sembrato che l’imprenditore sapesse addirittura come parlare ai giornalisti della loro missione in una società democratica. Ha perfino usato il tono giusto incitando uno staff orgoglioso ed energetico ad affondare un po’ di più i colpi nel momento in cui il giornale si era rimesso in sesto dopo un periodo difficile.

Ma ora, a quanto pare, l’unica cosa che importa è risanare il Post dal punto di vista finanziario e restare nelle grazie di Trump, quando sarebbe molto meglio se Bezos “risanasse” se stesso, curasse le ferite che ha inflitto al giornale e permettesse al giornalismo del Washington Post di sopravvivere e prosperare in un momento cruciale per la democrazia statunitense.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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