11 ottobre 2013 18:30

Il rivelatore Atlas all’interno del Large hadron collider, l’acceleratore di particelle del Cern di Ginevra. (Cern)

Ve lo ricordate il progetto genoma? I biologi molecolari dissero: dateci tanti soldi, decodificheremo il codice genetico e risolveremo tutti i problemi, riveleremo il segreto della vita. Figo! Ecco i soldi. Una volta decodificato il genoma umano, ovviamente, i problemi non furono risolti. Dovevamo capire le funzioni dei geni. C’è un gene per tutto. All’inizio il “dogma” era: un gene un polipeptide. I geni dicono alla materia come si deve assemblare, e costruiscono i mattoni della vita. Figo!

Poi scoprimmo i geni regolatori, cioè i geni che dicono agli altri geni quando devono entrare in funzione, e come devono assemblare i mattoni. Superfigo! Quindi ci sono dei geni regolatori che dicono ai geni che formano strutture (enzimi, polipeptidi, proteine) di entrare in azione. Oh, è tutto vero, queste cose ci sono. Però poi uno chiede: va bene, ma chi glielo dice, ai geni regolatori, di entrare in funzione? Degli altri geni? Mettiamo che li andiamo a cercare, e li troviamo perfino, a questi geni chi glielo dice di entrare in funzione? Altri geni? Andiamo indietro all’infinito. E infatti dalla genomica siamo passati alla proteomica, e poi alla metabolomica.

Un altro dogma centrale della biologia è: l’informazione va dal genotipo (i geni) al fenotipo (le strutture codificate dai geni) e non viceversa. Anche questo dogma si frantuma, con una disciplina che si chiama epigenetica. Le cellule vicine, che poi sono “ambiente” (e sono strutture, fenotipo) danno indicazioni alle altre cellule, e attivano i geni regolatori. E anche l’ambiente lo fa. Non per niente, certe condizioni ambientali possono causare mutazioni genetiche, cioè cambiamenti di informazione, generando nuovi tipi di informazione.

La materia vivente, codificata dal codice genetico, e da esso regolata, è anche governata dall’ambiente in cui si trova. L’informazione va in entrambi i sensi, e la rete di interazioni potrebbe essere inestricabile. Ma la scienza cerca di districare l’inestricabile, e quindi la biologia progredisce. Certamente, la prosopopea di chi pretendeva di spiegare tutto con il dna diminuisce. Intendiamoci, il dna è importantissimo, ma non è che basta studiarlo per capire tutto. Le cose sono un po’ più complicate di così. Non è saggio dare tutti i finanziamenti per la ricerca a chi studia il dna. È importantissimo, ma non basta.

La vita è lo stato più complesso di organizzazione della materia, nella porzione di universo che siamo in grado di esplorare. Ora andiamo allo stato più elementare, e dalla biologia passiamo alla fisica. Da bambini ci insegnano che c’è il nucleo e ci sono gli elettroni che gli girano attorno. E Mendeleev fece la tavola degli elementi, che ancora usiamo, in chimica, per organizzare le sostanze allo stato elementare. Tutti, nel nostro intimo, siamo stati affascinati dallo stronzio. Ma poi sono arrivate le particelle. E varie teorie sull’origine dell’universo. La più accreditata è quella del big bang. E ci sono queste particelle elementari che viaggiano a tutta velocità. Alcune sono pura energia, altre acquistano massa. Questo mi pare di capire. Chi gliela dà? E Higgs ha postulato l’esistenza di un campo, il campo di Higgs, in cui crescono i bosoni. Le particelle passano nel campo e, scontrandosi con i bosoni, acquistano massa.

Per arrivare poi alle cose elementari di cui ho parlato sopra: gli atomi, gli elementi e così via fino a noi, e alle farfalle. I fisici particellari hanno fatto esperimenti nel Large hadron collider, l’acceleratore di particelle del Cern, e finalmente hanno dimostrato l’esistenza del bosone di Higgs. Grande entusiasmo. Higgs, che aveva teorizzato tutto questo, aveva ragione. Nobel. Nella mia immensa ignoranza, ho cercato di capire. Ho letto le spiegazioni sui giornali. Nebbia. Ho visto i video realizzati da chi di queste cose, e di comunicazione scientifica, ne capisce. Però trovo che i bosoni sono molto elusivi. Un po’ ci sono e un po’ non ci sono. Si creano e poi svaniscono. È per questo che è così difficile trovarli.

Se qualche particella li scontra, vengono fuori scintille particellari, e poi le particelle acquistano massa. Dai bosoni. E quindi tutto quello che c’è, c’è perché i bosoni hanno dato massa alle particelle. Però… si creano, poi svaniscono, poi si creano. Ma se svaniscono non ci sono più. E se non ci sono più, come è che si creano? Da dove vengono? Dal nulla? Questo non sono riuscito a capirlo, anche se molti amici fisici hanno pazientemente cercato di spiegarmelo.

E prima?

Se poi chiedo: va bene il big bang, ma prima del big bang cosa c’era? Si indispettiscono. È una domanda malposta, mi ha detto uno. Come malposta? Se qualcosa esplode, ci vuole l’esplosivo, no? Che c’era prima del big bang? Che poi significa: da dove viene la materia? Mi sembra quasi la storia dei geni strutturali e dei geni regolatori. Solo che questa apparente incongruenza, in biologia, si cura con l’epigenetica. E in fisica? Se i bosoni si formano, forse si formano da qualcosa. Che qualcosa si formi dal nulla mi riesce difficile da capire. Non è che ora postuliamo l’esistenza di un’altra particella (la battezzo io, ora: il pirillone) che dà origine al bosone? Ma se trovassimo il pirillone, con investimenti di miliardi di euro, è ovvio, non è che poi arriverebbe Pierino a dire, va bene, ma da dove viene il pirillone? Ah, giusto, viene dallo zappalione (in onore di Frank Zappa).

Forse è in base a questi grettissimi ragionamenti che, negli Stati Uniti, a un certo punto i finanziamenti federali alla ricerca particellare sono stati interrotti. Nel 1993 hanno detto no al Superconducting super collider, e nel 2011 hanno chiuso il Tevatron del Fermilab. E pare che vogliano chiudere anche il Relativistic heavy ion collider. Forse, a qualcuno, questa corsa alle particelle non è parsa troppo convincente. In Europa è convincente, negli Stati Uniti no. Ma i decisori (non parlo dei fisici particellari, che sono tutti d’accordo) hanno davvero capito? Se non capisce nessuno, a parte quelli che fanno queste ricerche, come possiamo essere certi che queste ricerche costosissime siano davvero meritevoli di attenzioni così spropositate? Ovviamente togliendo risorse ad altri campi di indagine? Non è che tutti quelli che hanno esultato alla scoperta (a parte i fisici particellari che, ne sono sicuro, hanno capito) hanno fatto finta di capire, ma non hanno capito? Ve la ricordate la Gelmini esultante per la particella più veloce della luce? No, non la sto prendendo in giro per il tunnel, quello è un errore da niente. Lei esultava per la velocità superiore a quella della luce. È ovvio che esultava senza aver capito perché. Esultava perché esultavano gli scopritori. E dato che i soldi ce li aveva messi lei (noi) questa scoperta giustificava gli enormi investimenti.

Prima che si scateni l’inferno, ribadisco la straordinaria importanza delle ricerche sul dna e sui bosoni (entrambe foriere di premi Nobel), mi chiedo solo se davvero chi decide come investire i soldi pubblici in ricerca sia consapevole delle scelte che fa. Gli Stati Uniti sono i maggiori finanziatori di ricerca al mondo. Eppure ogni tanto dicono: basta. Hanno fermato i finanziamenti alla ricerca sull’intelligenza extraterrestre (il progetto Seti: Search for extraterrestrial intelligence) e hanno fermato gli acceleratori. Chi prometteva marziani e chi prometteva particelle divine non ha più ricevuto credito.

Certo, i politici sono intimiditi dai premi Nobel, e da campagne mediatiche mirabolanti in cui si decantano scoperte che, finalmente, spiegano tutto. Sono intimiditi perché non hanno capito niente, come Gelmini, ma non osano ammetterlo? Non dico che l’imperatore sia nudo (anche se i finanziatori federali statunitensi lo dicono, ma io non ne so abbastanza per dichiararmi d’accordo, almeno per i bosoni, per i marziani sì, ne so abbastanza per dichiararmi d’accordo) però i suoi vestiti non mi paiono così sontuosi come vuole far crederci.

Poi, se Internazionale mi darà ancora ospitalità, farò qualche esempio di ricerche di importanza fondamentale che sono in povertà quasi assoluta, per mancanza di fondi.