Il piccolo principe nella gabbia del copyright

31 gennaio 2015 10:07

Quando il 31 luglio 1944 lo scrittore e pilota di guerra francese Antoine de Saint-Exupéry scomparve durante una missione di ricognizione, Il piccolo principe aveva poco più di un anno. La prima edizione era uscita contemporaneamente in inglese e in francese il 6 aprile 1943 a New York, dove lo scrittore si era trasferito dopo la firma dell’armistizio con la Germania, e dove per un po’ aveva tenuto a freno il suo amore per il volo.

In Francia il libro uscì nel 1946 e all’epoca il diritto d’autore nel paese era regolato da una legge del 1866 che fissava a cinquant’anni dopo la morte dell’autore la durata della protezione delle opere. Nel 1919 era stata introdotta un’eccezione: alle opere pubblicate prima dell’inizio della prima guerra mondiale, dunque prima del 1914, era concessa una proroga di sei anni e 152 giorni come compensazione per i mancati guadagni nel periodo del conflitto. Altra guerra mondiale, altra proroga: nel 1951 furono aggiunti otto anni e 120 giorni cumulabili con la prima proroga, che nel caso di un’opera uscita prima del 1914 portavano la durata della protezione a 64 anni e 272 giorni. Tutti questi calcoli avrebbero procurato un’emicrania perfino all’uomo d’affari intento a contare le stelle nel capitolo XIII del Piccolo principe.

La legge del 1951 introduceva anche un’altra eccezione, creando una sorta di pantheon del copyright in cui lo stato francese rinchiuse autori come Saint-Exupéry e Irène Némirovsky, Guillaume Apollinaire e Robert Desnos, Charles Péguy e Max Jacob, tutti accomunati dal titolo tanto macabro quanto pomposo di “Mort pour la France”, istituito nel 1915 per rendere omaggio alle vittime di guerra militari e non. Fu deciso che i “Morts pour la France” le cui opere erano ancora protette dal diritto d’autore avrebbero beneficiato – si dice così – di un’ulteriore proroga di trent’anni, o meglio ne avrebbero beneficiato i loro eredi, dato che agli autori ormai scomparsi quell’estensione non faceva né caldo né freddo.

Il diritto d’autore è una forma di rendita che suscita passioni vivissime, tanto nel campo dei suoi oppositori, che denunciano le eccessive restrizioni alla libertà di usare, riprodurre, condividere e rielaborare opere d’ingegno, quanto in quello, ben più potente, dei suoi difensori.

La direttiva europea del 1993, rivista nel 2001, ha armonizzato le norme allungando i tempi e imponendo una protezione di settant’anni dopo la morte dell’autore, già prevista in alcuni stati membri dell’Unione europea. La Francia si è adeguata, ma tanto per aggrovigliare ancora di più il suo sistema ha stabilito che, per le opere oggetto di proroghe, il calcolo andrebbe fatto partendo dal precedente limite dei cinquant’anni. Per tornare all’esempio del Piccolo principe, il libro dovrebbe quindi entrare nel pubblico dominio francese nel 2033 (l’anno successivo al risultato della somma 1944+ 50+30+8) e non nel 2053. Ma potrei aver capito male, e mi pare che sulla questione gli stessi francesi abbiano le idee poco chiare.

In quasi tutto il mondo, invece, la reclusione del Piccolo principe è finita il 1 gennaio di quest’anno: ai paesi che, prevedendo una durata di protezione del copyright di cinquant’anni, lo avevano liberato già nel 1995, si sono infatti aggiunti quelli dove la durata è di settant’anni. Solo i lettori di Stati Uniti, Costa d’Avorio e Messico dovranno aspettare più dei francesi (rispettivamente il 2039, il 2044 e il 2045).

Al livello europeo la battaglia per la riforma del copyright è entrata in una nuova fase con la Commissione Juncker, che sta lavorando a una riforma della direttiva del 2001. Il 20 gennaio l’eurodeputata Julia Reda (del Partito pirata tedesco) ha presentato un bilancio della direttiva e ha avanzato delle proposte che definisce guidate dal “buon senso”, aggiungendo però: “Visto quanto è impantanato il dibattito sul copyright, e considerata l’espansione del diritto d’autore dettata da interessi particolari, queste riforme sarebbero una rivoluzione”.

Una tra tante: riportare la durata del diritto d’autore a cinquant’anni (limite imposto dalla Convenzione internazionale di Berna). La sua relazione è ora all’esame dei colleghi della commissione giuridica del parlamento europeo, che proporranno degli emendamenti prima di votare il testo ad aprile. Poi, probabilmente il 20 maggio, la relazione sarà discussa e votata in plenaria. Reda spera che Günther Oettinger, commissario europeo per l’economia e la società digitali, tenga conto della sua relazione nell’elaborare la proposta di riforma del diritto d’autore.

In un post dell’aprile scorso, “La maledizione del Piccolo principe: il pubblico dominio un giorno sparirà dissolto nel diritto dei marchi registrati?”, il giurista e bibliotecario francese Lionel Maurel ricorda come alla base del diritto d’autore, fin dall’epoca della rivoluzione francese, ci sia un contratto sociale: “Gli autori si vedono riconosciuta una protezione, ma limitata nel tempo” – dal 1793 al 1866 fu limitata a dieci anni dopo la morte dell’autore – “affinché le opere possano tornare al pubblico e alimentare a loro volta il ciclo della creazione. Rendere eterno il monopolio sulle opere vuol dire rompere il patto che unisce i creatori alla società”.

È l’obiettivo di alcuni detentori di diritti d’autore, che giunti alla fine della loro rendita vorrebbero crearsene un’altra, potenzialmente infinita, trasformando i personaggi delle opere in marchi registrati, per i quali la legge in Francia prevede una protezione di dieci anni rinnovabile in eterno.

Immaginate la scena: il Piccolo principe che ammuffisce in una gabbia mentre i trisnipoti di Saint-Exupéry e altri aventi diritto si contendono i ricavi delle vendite di un deodorante con l’immagine della sua amata rosa. Ma lasciamoci su un’immagine meno tetra, quella di un’altra Francia, patria del primo Festival du domaine public, patria anche di un calendario unico: ogni giorno del mese di dicembre presenta un autore che entrerà nel pubblico dominio il 1 gennaio successivo. Ecco i trentuno selezionati per il 2015.

Nota per chi si trovi a Bruxelles: la giornata del pubblico dominio si celebrerà il 7 febbraio tra la Biblioteca reale e il cinema Nova.

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Guido Vitiello