14 maggio 2022 12:15

Non c’è niente di più difficile che raccontare bene chi siamo. Kendrick Lamar però lo sa fare benissimo. Negli ultimi anni il rapper statunitense ha trasformato la sua autobiografia in un’opera d’arte. La sua storia, e quella delle persone a lui vicine, è diventata una testimonianza fondamentale per la cultura afroamericana, e un racconto appassionante anche per chi è distante anni luce da quel mondo. In Good Kid, M.A.A.D City Lamar (che sarà in concerto in Italia il 23 giugno) ha raccontato il posto dov’è cresciuto, Compton, un quartiere povero e problematico vicino a Los Angeles. Nel successivo To pimp a butterfly, il disco della consacrazione, ha affrontato temi come l’amor proprio, l’odio, la fama, la depressione, la violenza, il razzismo e la politica, immaginando di scrivere un poema al suo idolo di sempre, il rapper Tupac Shakur. Nel successivo DAMN (per il quale nel 2018 ha vinto il premio Pulitzer) Lamar ha esplorato di nuovo questi temi, con qualche concessione in più al pop e alla melodia, immaginando perfino la sua morte.

Ora il grande romanzo americano che ha creato si è arricchito di un nuovo capitolo. Mr. Morale & The big steppers, il primo doppio della sua carriera, è un album frutto dell’isolamento sociale precedente e successivo al lockdown, nel quale Lamar si è immerso per proteggersi dalla popolarità, e di cinque anni di silenzio (se non si conta il lavoro sulla colonna sonora del film della Marvel Black panther). Nel frattempo è anche diventato padre di due figli. E questo l’ha portato a una ricerca ancora più spinta, a tratti quasi violenta, dell’introspezione.

Mr. Morale & The big steppers si sviluppa come una serie di sedute di psicoanalisi. Succede già nel primo brano, United in grief, aperto da un coro quasi liturgico e da un’introduzione parlata di Lamar, che come un grande scrittore non sbaglia mai un attacco: “I’ve been goin’ through somethin’”, ho passato qualcosa, dice, mentre conta i giorni (1.855) trascorsi tra un disco e l’altro. Da quel momento in poi, veniamo trascinati dentro la sua prospettiva, mentre le note secche di un pianoforte e una ritmica alla Flying Lotus aprono la strada al flow poliedrico di Lamar, sempre più un jazzista prestato all’hip hop. Il rapper elenca le conquiste della sua carriera, ricorda gli amici morti per le strade di Compton, rievoca il momento in cui è entrato in terapia e si sente in colpa per la sua dipendenza dal sesso, che l’ha portato a tradire più volte la compagna e madre dei suoi figli, Whitney (che è ritratta insieme a lui e ai bambini sulla copertina dell’album). Già in questo brano compare una delle parole chiave del disco: “pain”. Mr. Morale &
The big steppers del resto è un album sui traumi personali e collettivi. In N95 (il titolo si riferisce al modello delle mascherine) si descrivono le conseguenze della pandemia e viene criticata, o quantomeno problematizzata, la cancel culture. Qui il rapper sembra volersi scrollare di dosso l’immagine del musicista impegnato che un pezzo di America woke gli ha appiccicato addosso. Il messaggio è: il mio impegno è quotidiano, la mia testimonianza viene dal vissuto personale, non ho bisogno di farmi fotografare ai cortei.

In Worldwide steppers, uno dei pezzi più belli del disco, che campiona il gruppo funk-rock nigeriano degli anni sessanta The Funkees, Lamar confessa di aver avuto il blocco dello scrittore, elenca le donne bianche con cui ha fatto sesso e si rivolge ai due figli. Il tema della paternità è protagonista anche di Father time, quando Lamar esplora il rapporto difficile con suo padre. In We cry together invece insieme all’attrice Taylour Page mette in scena una relazione tossica, riversandoci addosso un bel carico di violenza verbale.

Gli arrangiamenti del disco, davvero di alto livello, sono probabilmente i più sperimentali della sua carriera, tra rap old school, jazz, trap ed elettronica, anche se non mancano momenti pop. I brani richiedono qualche ascolto per orientarsi. Ai pezzi ha lavorato una squadra di produttori di cui fanno parte, tra gli altri, gli storici collaboratori Sounwave e Dahi, il trio di autori Beach Noise, The Alchemist, Pharrell Williams e altri ancora. Tra gli ospiti ci sono Beth Gibbons dei Portishead, Sampha, Ghostface Killah dei Wu-Tang Clan, Baby Keem e il rapper Kodak Black, famoso per essere uscito dal carcere dopo aver ricevuto la grazia da Donald Trump. Come sempre, Lamar è bravo a mantenere una continuità con il rap del passato (nel disco compaiono omaggi a Jay-Z, Outkast, Run Dmc, Lil Wayne e al solito Tupac), ma riesce comunque a trovare uno stile personale e originale.

La seconda parte del disco è ancora più cupa e introspettiva. Il ritmo rallenta e il viaggio nella mente di Lamar si fa profondo, i temi religiosi più frequenti. Un altro dei momenti migliori è Crown, nel quale il rapper sconfina nello spoken word (e in questo sembra un po’ influenzato dalla nuova generazione di rapper statunitensi come Earl Sweatshirt e MIKE) e riflette sulle aspettative dell’opinione pubblica (nel ritornello dice “I can’t please everybody”, non posso accontentare tutti), mentre cita Enrico IV di Shakespeare e il Vangelo di Luca. In Auntie diaries racconta in modo un po’ maldestro la storia di due persone transgender, critica se stesso, la società e il modo in cui la chiesa tratta la comunità lgbt+, ma il suo gergo da rapper suona troppo poco delicato per il tema trattato.

L’apice di Mr.Morale & The big steppers è Mother I sober, una delle cose più belle mai uscite dalla penna di Lamar. In quasi sette minuti, il rapper racconta il trauma di sua madre, che fu violentata a Chicago da giovane, e trasforma la sua sofferenza in quella di una generazione intera, mentre la voce di Beth Gibbons appare come un fantasma nel ritornello. Nel finale, costruito sul crescendo, come un predicatore Lamar libera se stesso e gli altri dalla sofferenza e dai sensi di colpa: si rivolge alla madre, a suo cugino, agli amici morti nelle sparatorie, alla sua compagna, ai figli, perfino a chi ha commesso violenze sessuali. La catarsi sembra arrivata, i traumi sono in via di guarigione.

Con Mr.Morale & The big steppers Kendrick Lamar conferma di essere il rapper più importante della sua generazione. Nessuno ha lo stesso talento musicale, nessuno scrive testi come lui. Nessuno è capace di portare avanti l’eredità dell’hip hop anni novanta, ma di parlare anche alla contemporaneità. Dentro la musica di Lamar ci sono tutte le anime del rap: autobiografia, spiritualità, politica, gangsterismo. Ma c’è soprattutto una cosa che manca a tanti altri artisti hip hop: la vulnerabilità. Ha fatto un disco a tratti spiazzante, con pochi compromessi, ma molto potente.

Nel suo libro Promise that you will sing about me, il giornalista Miles Marshall Lewis riporta una frase dello scrittore Ta-Nehisi Coates che spiega molto bene perché Lamar è così diverso dagli altri: “È la vulnerabilità a distinguerlo. I rapper si dipingono sempre come indistruttibili. Kendrick è riuscito a fare hip hop sparando la sua dose di cazzate da strada, ma ammettendo al tempo stesso la sua precarietà. Ha reso la sua voce molto più complessa e molto più letteraria del normale”. Una voce che parla molto bene all’America, ma è ormai in grado di parlare a tutto il mondo.