Cronache dallo spazio vicino

27 dicembre 2014 12:36

Non fatevi prendere dal panico. È scritto sulla copertina della Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams, naturalmente, ma anche da qualche parte nella Stazione spaziale internazionale che ospita l’Expedition 42. Oltre il limite dell’atmosfera, ma ancora perfettamente all’interno dei confini dell’immaginabile. Lo spazio è diventato, nel giro di pochi anni, una dimensione familiare, vicina e facilmente comprensibile.

Il misterioso spazio profondo è relegato a un immaginario superato, ma non dimenticato, che fa da leggenda di contorno al pragmatismo del reale. Se ci venisse la tentazione di sapere cosa sta succedendo in una stazione orbitante in questo momento, basterebbe esplorare uno qualsiasi dei profili Facebook, Twitter, Flickr e Instagram che gli astronauti in missione tengono aggiornati con costanza e dedizione — a volte troppa dedizione — oppure dare un’occhiata ai siti dell’Esa e della Nasa, sempre orientati al controllo delle missioni e alla loro diffusione a mezzo webcam. Davvero, niente panico, lo spazio è lì. A portata di mano.

Non è facile dare le tempistiche esatte della trasformazione dell’ambiente extra-atmosferico da ignoto e inquietante a tutto sommato non così lontano. Dai tempi in cui la Luna rappresentava l’unico approdo dello spazio vicino, tanto da finire presto nell’archivio del noioso, siamo scivolati verso una lunga fase di silenzio, interrotta solamente da alcuni singhiozzi di esplorazione marziana. Marte sembrava essere destinato a diventare la prossima frontiera naturale, senza considerare il salto di cinquantasei milioni di chilometri e le temperature quantomeno proibitive che limitavano giocoforza il campo a strumenti inanimati con i quali era difficile relazionarsi davvero.

La storia del nostro rapporto con il pianeta rosso è fatta di fotografie via via sempre più nitide e meno comprensibili, dati fisici frammentariamente divulgati a un grande pubblico sempre meno attento e strumentazioni imperfette, continuamente perse e ritrovate in una routine troppo poco tangibile per diventare avvincente. Mentre i veicoli lander muovevano i cingoli tra deserti sconosciuti e vulcani alti decine di chilometri, sulla Terra si consumava il dramma dei fondi sprecati e del più alto numero di fallimenti mai registrato nella storia dell’esplorazione spaziale. Più che il brivido dei nuovi mondi, il pubblico sperimentava il rancore degli sprechi, senza contare che a mancare nel quadro marziano è stata probabilmente la componente con cui ci troviamo per natura più empatici: l’essere umano.

Marte rimane lì, a incarnare un periodo di sforzi andati a vuoto e una sensazione simile alla malinconia per un’occasione sprecata. Un impegno prematuro verso qualcosa cui non eravamo preparati e che per noi non era ancora pronto. In un articolo perfetto su Pagina 99, Fabio Deotto parla della solitudine marziana e di un romanzo uscito da poco per Newton&Compton e tradotto da Tullio Dobner: L’uomo di Marte di Andy Wier. L’incapacità di adattamento e il non potersi fare una ragione dell’ostilità dell’ambiente da parte del protagonista sembra riflettere la delusione del mondo nei confronti delle esplorazioni marziane, che ha portato poi a una diffidenza diffusa che solo da poco siamo stati in grado di superare.


Quando il capitano Samantha Cristoforetti è entrata ufficialmente a fare parte dell’equipaggio dell’Expedition 42 insieme a Anton Shkaplerov e Terry W. Virts, l’Italia ha alzato di nuovo lo sguardo. A preparare il campo era passato il maggiore Luca Parmitano, con tre partecipazioni all’attivo nella trentaquattresima, trentaseiesima e trentasettesima missione tra il 2009 e il 2013 e un numero di apparizioni pubbliche sufficienti a fornire un’iniezione di rinnovato entusiasmo.

Ma la prima donna italiana a uscire dall’atmosfera, insieme all’incremento esponenziale delle interconnessioni, era quello di cui c’era bisogno per ritrovare, a queste bassezze, un po’ d’interesse per il cosmo. Cristoforetti ha lasciato la Terra a bordo di un velivolo Soyuz TMA-13M, che impiega circa sei ore a coprire i quattrocento chilometri che separano il nostro pianeta dalla stazione spaziale. Prima di allora abbiamo seguito e commentato l’addestramento, la preparazione, le conferenze di circostanza — persino le più tecniche — e quando, il 23 novembre scorso, ha raggiunto l’Iss, messo piede in orbita e cominciato a condividere la nostra spettacolare immagine dall’esterno, siamo tornati ad accorgerci di ciò che il mondo masticava già da qualche tempo: tra noi e lo spazio c’è solo l’atmosfera, e non è poi così distante. Quello che succede lassù è più o meno come quello che succede qui, solo a gravità zero e senza poter prendere una vera boccata d’aria.


Dopo essersi svegliata da un’ibernazione durata più di tre anni, nel giugno del 2014 la sonda Rosetta ha salutato il mondo via Twitter e ha cominciato il suo viaggio verso la cometa 67P/Churyumov–Gerasimenko, che avrebbe incontrato nell’agosto successivo in un bacio stellare seguito da milioni di persone quasi in tempo reale. L’Esa ha trasmesso per intero i video delle operazioni e quando il lander Philae ha raggiunto il punto di atterraggio sulla cometa, denominato Agilkia, tutti lo conoscevano per nome, come un vecchio amico partito per fare qualcosa di incredibile. La comunicazione diretta è la chiave fondamentale dell’umanizzazione dello spazio vicino.

Quello che succede intorno a noi, nelle stazioni orbitanti e sulle sonde satellitari, ci arriva senza intermediari e possiamo constatare di persona la semplicità della moderna esplorazione spaziale, che somiglia giorno dopo giorno a un’operazione di routine, più che allo scenario che si erano figurati i classicisti della fantascienza. Ogni mattina Cristoforetti lancia i suoi messaggi e si sporge su uno spazio non più così oscuro come lo avevamo lasciato.

A leggerli, osservarli e condividerli sono gli stessi milioni di persone che nel 1969 avevano seguito l’allunaggio, convinti di trovarsi di fronte a un evento unico, precursore di un futuro immediato di colonizzazione e che hanno creduto nell’ingenuità del messaggio di pace posto a beneficio di chiunque volesse leggerlo e a nome degli “abitanti del pianeta Terra”. L’ambiente extra-atmosferico ha finito per diventare familiare in un modo diverso da quello che ci saremmo aspettati, meno partecipativo, forse, ma certamente più diretto.

Qual è la ragione della recente e ritrovata fortuna dello spazio? Ce ne sono molte, ma il ruolo fondamentale lo hanno giocato la semplificazione dei messaggi e l’evoluzione tecnologica. Tutto è spiegato in maniera più semplice e presentato in modo visivamente attraente. Il cercare di raggiungere traguardi sempre più distanti ci aveva fatto dimenticare quanto può essere facile e gratificante migliorare quello che già si è cominciato a compiere. Oggi l’esplorazione spaziale si traduce in immagini che raramente sono state più commoventi, certamente mai così nitide, e che sono destinate a rimanere nell’immaginario collettivo come i ricordi di un tempo esaltante.

Anche gli eroi spaziali hanno assunto una forma più vicina a quella del loro pubblico affezionato. Prima Parmitano e poi Cristoforetti hanno, in diverse occasioni e con alcune esagerazioni, esaltato la normalità dei membri degli equipaggi, dimostrandone quantomeno la disponibilità sociale. Lo spazio si sta via via trasformando nel territorio della democrazia mediatica dove, a parziale compensazione di un’immensa distanza fisica, interviene la vicinanza dei linguaggi e delle abilità. Non c’è bisogno di capire il funzionamento di una sonda spaziale se ci sono immagini come questa a giustificarne l’esistenza — non ci sarebbe neanche bisogno di accorgersi della camicia che indossa il fisico che ha condotto le operazioni, visto il successo dell’impresa, ma fa tutto parte del gioco dell’attenzione.


Mentre da una parte lo spazio diventa un luogo addomesticato se non domestico, di cui potersi finalmente fidare, conosciuto al punto di giustificarlo dei disastri passati e recenti, dall’altra; la sua rappresentazione cinematografica e letteraria tocca un’oscurità senza precedenti. Deotto descrive Marte come l’ultima frontiera della solitudine e il luogo ideale sia per la perdizione che per la ricerca (traumatica) di se stessi. In controtendenza con la realtà dell’esplorazione spaziale, lo stesso ragionamento può tranquillamente essere esteso ai confini conosciuti. In Gravity, film di Alfonso Cuarón del 2013, tra l’altro ispirato alla Expedition 42, una donna rimane isolata nel tentativo di rientro da una missione ingegneristica finita in tragedia. Lo spazio di Cuarón sembra ancora essere un luogo ostile, ma profondamente diverso rispetto a quella drammaticità che in altre occasioni ha contraddistinto la rappresentazione dell’extraterrestre. Il limite non viene più delegato a presenze aliene o forze inarrivabili — le stesse che hanno ispirato le buone intenzioni dei primi uomini sulla Luna e dei numerosi messaggi di speranza lanciati a vuoto — ma torna a essere un limite umano, solo spostato al di fuori del campo d’azione della gravità terrestre.

La tendenza sembra essersi invertita: se prima, quando l’inimmaginabile era più forte del conosciuto, l’uomo sembrava voler portare nello spazio un messaggio di pace e nel farlo incappava in sentimenti di guerra, ora, che la serenità ammanta il lavoro spaziale e che gran parte delle frontiere arrivabili sono battute, l’inquietudine deriva dal pericolo di commettere passi falsi. Abbiamo scoperto cosa c’è, lo vediamo tutti i giorni, e quindi sappiamo cosa ci può irrimediabilmente fregare.

Le immagini che ci arrivano dall’Avamposto 42 sono quanto di più rassicurante possibile: feste di Natale con costumi da elfo e cappelli da babbo Natale, i gesti di tutti i giorni effettuati senza appoggiare i piedi per terra, operazioni di fine ingegneria portate a termine fluttuando al ritmo di un valzer immaginario. Quegli uomini e quelle donne immerse nel buio profondo sono i nostri vicini e i nostri amici, non più soldati mandati a guardare negli occhi l’immenso ignoto.

Eppure cinema e letteratura fanno i conti con l’inquietudine che pervade le galassie più di quanto abbiano mai osato prima. Film come Gravity o Moon — con un magnifico quanto solitario Sam Rockwell per la regia di Duncan Jones, del 2009 — e libri come L’uomo di Marte, sono esperienze intime e dolorose, accompagnate ai limiti della coscienza umana che, per qualche caso o per volontà di estremizzazione, corrispondono ai limiti dell’universo esplorato. Nella solitudine di Sandra Bullock leggiamo un dolore che non ha nulla di extraterrestre e che anzi è radicato al suolo quanto nessun altro in precedenza, indice della familiarità che abbiamo raggiunto con quelle vedute distanti delle albe sul nostro pianeta. Mai così malinconiche e mai così riconoscibili, destinate a mettere a nudo tutta la nostra umanità, là dove l’umanità ha solo da poco messo piede.


Anche il futuro ha cambiato prospettiva. Sono lontani i tempi in cui era popolato di capsule pressurizzate posate sui satelliti di Giove, tunnel di collegamento con altre dimensioni e l’inferno in fondo ai buchi neri. Pur con la sopravvivenza di assurdità fisiche, wormhole e la necessità di almeno una carestia globale, anche il destino assurdo e terribilmente inquietante prospettato da Interstellar di Christopher Nolan è più vicino alla realtà di quanto si potesse un tempo pensare. L’accuratezza scientifica, motivo di critiche e sollevazioni, non è la prima cosa a cui la produzione ha pensato, ma il sentimento che impregna la pellicola è piuttosto simile a quello che orbita attorno alle ultime rappresentazioni dell’universo profondo.

È come se il gap temporale richiesto per rappresentare un futuro plausibile si fosse assottigliato e semplificato. Niente più auto volanti o navicelle supersoniche, i mezzi sono solo di poco più sofisticati e tecnologicamente avanzati di quelli che vediamo utilizzare da Samantha Cristoforetti quasi ogni giorno. La fantascienza sembra voler tendere alla scienza e al realismo quanto mai prima d’ora e questo accade probabilmente di nuovo grazie allo slancio nuovo per le esplorazioni spaziali.

L’irrealtà si sta normalizzando così come gli orizzonti si stanno avvicinando, la conquista dello spazio assume i contorni della conquista del West e abbandona quelli della corsa agli astri, pur mantenendo vive alcune delle polemiche proprie dei primi arrivati. Solleva dibattiti filosofici materialistici e ben lontani dai discorsi che facevano da contorno alle imprese dei primi cosmonauti — c’è un libro del 2009, intitolato La verità errante, per Liguori, in cui Carmelo Colangelo riassume la filosofia dell’immediato dopo-Gagarin, da Heiddeger a Blanchot — e afferma una nuova realtà: quella dell’ampliamento dei confini, in cui è la Terra a inglobare parte dell’un tempo inarrivabile cielo extra-atmosferico. Come una grande metropoli che per fare fronte alla costrizione fagocita i piccoli centri fuori sa sé, scarsamente popolati.


In Earthrise: How Men First Saw the Earth, uscito nel 2009 per Yale Press, Robert Poole ripercorre lo stupefacente viaggio per immagini al riconoscimento del nostro pianeta visto da fuori, come se si trattasse di un astro qualsiasi. Poole spiega come le prime foto della Terra dalla Luna abbiano completamente cambiato la visione del mondo. Il ragionamento è in parte ripreso in Imparare dalla Luna, un bellissimo saggio di Stefano Catucci, uscito per Quodlibet nel 2013: il nostro pianeta si è colorato di un’oggettività, ma anche di un affetto, che fino ad allora non gli avevamo mai riconosciuto. È il paradosso del vedere le cose da lontano, lo stesso che ci fa provare una malinconia selvaggia per tutto quello che non sopportiamo del nostro circondario quando ci troviamo lontani per un lungo periodo.

È come se stessimo osservando lo spazio con gli stessi occhi con cui un tempo abbiamo osservato la Terra. Per la prima volta lo vediamo sorgere e lo troviamo finalmente riconoscibile, acceso, illuminato. È stato prima misterioso, poi deludente, poi semplicemente noioso e ora è quello che abbiamo sempre avuto lì davanti senza mai accorgercene veramente. È il solito vecchio spazio, solo del tutto nuovo e certamente molto più vicino.

Giulio D’Antona è un giornalista culturale. Editor a Linkiesta, collabora con Il, ha un blog sull’Espresso in cui si occupa di editoria americana e scrive storie per Topolino. Vive tra Milano, New York e il lago Maggiore. Twitter: @GiulioGDAntona

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