Kiš è, con Ivo Andrić, il massimo scrittore della ex Jugoslavia, serbo di Belgrado ma con intrecci familiari montenegrini ungheresi ebraici, e uno dei grandi del novecento. Tra i suoi capolavori, Clessidra, Giardino, cenere e soprattutto Enciclopedia dei morti, serie di nove racconti di cui i sei di Il liuto e le cicatrici recuperati post-mortem sono una evidente aggiunta, un complemento.

Riguardano personaggi reali, scomparsi, che l’autore ha a volte conosciuto, quasi sempre scrittori la cui esistenza è stata travolta dalla storia di un secolo che, come tutti ma in modi allora nuovi, è vissuto di morte.

Il tema della morte è dominante anche qui: Kiš racconta la scomparsa del drammaturgo Horvàth in fuga dal nazismo, autore di un piccolo grande libro da recuperare, Gioventù senza Dio, o il suicidio di Piotr Rawicz, sopravvissuto ad Auschwitz e suicida a Parigi, autore di un altro bel libro dimenticato, Il sangue del cielo.

Il racconto su Rawicz è forse il più bello, con la sua corte parigina di apolidi, di esuli. Altri racconti riguardano Andrić e Sinjavskij, resistenti inquieti e ostinati che cercavano nella scrittura non lo sfogo di intimità frustrate ma la strada per capire e per dire qualcosa che valesse per tanti, o per tutti. Più il tempo passa e più Kiš ci sembra un autore irrinunciabile, e purtroppo vicino.

Danilo Kiš
Il liuto e le cicatrici, Adelphi, 167 pagine, 13 euro

Questo articolo è stato pubblicato il 7 novembre 2014 a pagina 86 di Internazionale, con il titolo “Un recupero importante”. Compra questo numero | Abbonati

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