02 marzo 2020 15:31

Gentile bibliopatologo,
io comincio un sacco di libri e non ne finisco mai nessuno. Raramente trovo qualcosa che mi piace e mi prende, così da arrivare alla fine senza troppe difficoltà e in tempi ragionevoli. Mi sento un po’ choosy, un po’ viziata insomma, e questo mi fa pensare di non essere una brava persona. Credo infatti che i nostri gusti letterari parlino molto di noi, e il fatto che a me sostanzialmente non piace nulla mi fa dubitare parecchio di me stessa.

-Sara

Cara Sara,
a Swann bastava leggere su un giornale i nomi delle persone che si trovavano a un pranzo per indovinarne infallibilmente la sfumatura d’eleganza, “come un letterato, alla semplice lettura d’una frase, valuta l’esatta qualità del suo autore”. Quindi una frase, se diamo credito a Marcel Proust, è sufficiente a emettere un verdetto. C’è una spavalda ironia, una signorile svagatezza nel far cadere una similitudine così perentoria in un romanzo di quasi un milione e mezzo di parole. Non mi coglierai in fallo neppure su una frase còlta a caso, sembra suggerire al lettore, a patto che tu abbia con la letteratura la stessa consuetudine che Swann aveva con la mondanità.

Se questo non basta a farti ritrovare fiducia in te stessa e a fugare i tuoi dubbi sull’essere una brava persona, ascolta i consigli di Giuseppe Prezzolini in Saper leggere:

Arrivato ad un certo punto di maturazione intellettuale, il lettore avveduto saprà adoperare i vari modi di lettura. C’è, per esempio, la lettura d’assaggio, che si fa scartabellando un libro, guardando al modo come l’autore fa delle citazioni, o mette delle note, o cogliendo il ritmo di un verso o di una frase qui e là. Un conoscitore molto spesso non ha bisogno d’altro per giudicar un libro, come un assaggiatore di vini non ha bisogno di ber tutta la botte per saper che il vino val poco, gli basta un bicchiere e nemmeno lo tira giù, se ne sciaguatta la bocca. Non c’è nulla di più ridicolo del lamento di certi autori che un critico loro non li ha letti interamente; alle volte ci saranno delle ingiustizie, ma chi ha fatto esperienza di letture sa che una pagina spesso basta a veder se val la pena di andare avanti.

Eppure, è una lamentela ricorrente.

In Lettere a nessuno, Antonio Moresco racconta un incontro con Aldo Busi nella sede della casa editrice Mondadori, alla quale Moresco aveva proposto il suo romanzo di ottocento cartelle. “Hai qui il dattiloscritto?”, gli chiede Busi a bruciapelo. “Fammi leggere la prima pagina. Basta leggere quella!”. Moresco gli dice che non è d’accordo, “che non è detto che dalla prima cartella si possa capire, come si dà per scontato oggi…”. Oggi? C’è chi lo dava per scontato già un secolo fa – e non era proprio un signor nessuno.

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Accade con i libri come con gli amori. I primi dobbiamo attraversarli fino in fondo, salvo poi chiederci – dopo cinque anni o cinquecento pagine – come potemmo un giorno guardarli con tanto trasporto, se oggi sono così indifferenti ai nostri occhi. Scopriamo allora che è stato proprio quell’amore, proprio quella lettura, a perfezionare il nostro gusto fino al punto da volercene congedare, da volerlo perfino ripudiare; che abbiamo usato quel libro, quell’amore, come una scala a pioli, e che le altre scale le saliremo con più facilità, e che quando il nostro gusto si sarà allenato fino a prendere la sua forma compiuta basterà un’occhiata furtiva per capire che quella scala invitante non potrà portarci su nessun’altura che non conoscessimo già.

Si diventa incontentabili, e si incolpano le proprie pretese. Ma non si può percorrere a ritroso la scala del gusto, non più di quanto si possa comandarsi di amare qualcuno che a prima vista non ci piace. Potrai obiettarmi che è esattamente quello che Swann fa con Odette. Meglio così: se avesse applicato agli amori la saggezza mondana che usava con i pranzi, non avremmo la Recherche.