20 giugno 2020 10:15

Se vogliamo parlare della rivolta dei manifestanti statunitensi, allora dobbiamo parlare anche della rivolta della polizia. D’accordo, non distrugge beni materiali. Ma è chiaro dai notiziari, oltre che dai video realizzati da manifestanti e passanti, che molti poliziotti spesso commettono violenze indiscriminate contro le persone: contro chiunque si trovi per strada, compresa la maggioranza pacifica di coloro che protestano.

Alcuni poliziotti a New York si sono lanciati con l’auto contro la folla, replicando la dinamica che nel 2017 ha causato la morte di Heather Heyer, una manifestante uccisa dal suprematista bianco James Alex Fields Jr. a Charlottesville, in Virginia. E non solo. Ad Atlanta hanno circondato un’automobile, hanno distrutto i finestrini, colpito uno dei passeggeri con un taser, per poi trascinarli tutti fuori e bloccarli a terra.

A Salt Lake City e a Buffalo, in tenuta antisommossa, gli agenti hanno attaccato dei passanti anziani, spruzzato spray al peperoncino contro persone che non opponevano resistenza e sparato proiettili “non letali” direttamente contro alcuni giornalisti, ferendoli gravemente, com’è successo alla fotoreporter Linda Tirado a Minneapolis. Ad Austin, in Texas, un ragazzo di vent’anni è in gravi condizioni dopo essere stato colpito in testa da un proiettile “meno letale”.

I poliziotti hanno contribuito a destabilizzare la situazione tanto quanto chi ha appiccato incendi o distrutto edifici

In tutto il paese dei poliziotti stanno usando gas lacrimogeni in quantità tale da minacciare la salute e la sicurezza dei manifestanti, soprattutto durante la pandemia di una malattia che colpisce le vie respiratorie. Niente di tutto questo aiuta a calmare i disordini. Tutto, dall’atteggiamento militaresco agli attacchi stessi, più che a placare la situazione e a riportare l’ordine nelle strade alimenta ancora di più la protesta.

La verità è che i poliziotti hanno contribuito a destabilizzare la situazione tanto quanto chi ha appiccato incendi o distrutto edifici. Ma mentre i manifestanti possono essere ritenuti direttamente responsabili dei danni fatti, il vandalismo della polizia ha l’autorizzazione dello stato. Quello che i poliziotti ci hanno mostrato, in altre parole, è un’affermazione di potere e impunità. Di fronte alla rabbia diffusa per la loro brutalità, hanno risposto: “E allora?”. Messi di fronte alle richieste di cambiamento e di riforma – cioè di fronte alle proprie responsabilità verso la popolazione che in teoria dovrebbero proteggere – hanno opposto un “no” irremovibile, contrapponendosi ad alcuni colleghi più aperti al dialogo.

Se vogliamo capire il comportamento degli agenti nelle ultime settimane, non possiamo trattarlo semplicemente come un’esplosione di violenza arbitraria. Si tratta di un attacco alla società civile e alla democrazia. Il punto è capire a chi la polizia deve rendere conto delle sue azioni.

Gli osservatori afroamericani non si sono mai fatti illusioni sulla questione. Come faceva notare lo scrittore James Baldwin nel suo saggio del 1960 sui disordini a Harlem intitolato Fifth avenue, uptown, “la polizia rappresenta la forza del mondo bianco, e l’obiettivo di quel mondo è semplicemente mantenere l’uomo nero prigioniero nel suo spazio per proteggere il suo profitto criminale”. Questo non succedeva perché ogni poliziotto era una cattiva persona, ma perché era molto lontano dalla comunità nera per storia e cultura. “Nessuno di quegli agenti di polizia, anche con le migliori intenzioni del mondo, ha alcuna possibilità di capire come vivono le persone che tratta con ostilità durante i controlli che fa mentre è in servizio con pattuglie di due o tre persone”, scriveva Baldwin.

Perché le forze di polizia degli Stati Uniti non agiscono come se avessero delle responsabilità nei confronti degli afroamericani?

Torniamo all’inizio del novecento, durante la prima epoca di riforme progressiste negli Stati Uniti, come ha fatto lo storico Khalil Gibran Muhammad nel libro The condemnation of blackness. Race, crime, and the making of modern urban America (La condanna della nerità: razza, crimine e la creazione dell’America urbana moderna): l’autore fa notare il modo in cui in quel periodo “i poliziotti abdicarono al loro compito di servire e proteggere senza fare distinzioni basate sul colore della pelle. Fu una lezione pratica per i giovani: i neri che erano attaccati da bande di bianchi venivano arrestati in massa”.

La polizia era onnipresente nei quartieri afroamericani del nord del paese. Non era lì per proteggere gli abitanti bianchi, ma per far rispettare un ordine razziale, anche se questo portava a disordini nelle strade. Per esempio, il giorno dopo i “disordini razziali” del 1918 a Filadelfia, un leader nero si lamentava per il fatto che “in ogni parte della città, dei neri pacifici e rispettosi della legge, di quelli che possiedono una casa, sono stati messi nei guai da delinquenti irresponsabili, e le loro proprietà sono state danneggiate e distrutte, mentre la polizia sembra incapace di proteggerli”.

Se state cercando di capire la funzione della polizia nella società statunitense, uno sguardo rapido alla sua evoluzione storica ci indicherà il concetto di controllo sociale. E il solo fatto di essere neri, sostiene lo storico Nikhil Pal Singh, prevedeva “una supervisione e talvolta una dominazione diretta” da parte degli agenti.

Perché le forze di polizia degli Stati Uniti non agiscono come se avessero delle responsabilità nei confronti degli afroamericani? La risposta è semplice: questa non è mai stata la loro funzione.

E il fatto che la polizia dia l’impressione di rifiutare ancora una volta questa responsabilità, riflette un altro aspetto: tra i politici che vorrebbero riformare le forze dell’ordine ci sono persone appartenenti a comunità come quella dei neri e degli ispanici, che la polizia è stata storicamente incaricata di tenere sotto controllo. A queste persone e ai loro leader viene semplicemente negato di esercitare una legittima autorità sulle forze dell’ordine, soprattutto quando fanno appelli alla moderazione.

Il dipartimento di polizia di New York, che ha lavorato in maniera entusiastica con i sindaci repubblicani Rudy Giuliani e Michael Bloomberg, due primi cittadini con uno zoccolo duro di elettori formato dagli abitanti bianchi della città, in seguito ha rifiutato l’autorità di Bill de Blasio, un democratico sostenuto da neri e ispanici, che da candidato aveva sottolineato l’importanza di riformare la polizia. E inoltre si può paragonare il disprezzo espresso verso l’ex presidente Barack Obama dai rappresentanti delle forze dell’ordine con il loro atteggiamento di quasi venerazione per l’attuale presidente Donald Trump. Certo, questo riflette in parte i diversi orientamenti politici: molti poliziotti sono chiaramente più conservatori della maggior parte dei cittadini. Ma credo anche che sia determinato dall’idea che secondo loro né Obama né le persone da lui nominate, come gli ex ministri della giustizia Eric Holder e Loretta Lynch, hanno il diritto di criticare le forze dell’ordine o di chiedere conto del loro operato.

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Se è questa la dinamica attualmente in corso, allora non dovrebbe sorprenderci che la polizia risponda con rabbia alle richieste di cambiamento fatte dalle persone che vengono sorvegliate. Né dovrebbe sorprenderci la sua disponibilità a farsi comandare da un personaggio come Trump, che ha incitato le forze dell’ordine statunitensi a essere ancor più violente con i manifestanti (per non parlare dei vari elogi agli abusi della polizia che ha fatto in passato). Donald Trump ha rifiutato esplicitamente la legittimità dei non bianchi come soggetti politici. Ha cominciato la sua carriera politica puntando sulla necessità di un maggiore controllo sui migranti musulmani e ispanici. Anche lasciando perdere quest’atteggiamento da duro, incarna l’ordine politico e sociale che la polizia è stata molto spesso chiamata a difendere.

Tutto questo ragionamento ci porta a una conclusione: gli scontri notturni tra manifestanti e polizia sono, in un certo senso, una sintesi di contese più ampie che attraversano gli Stati Uniti: le pressioni e i conflitti di un paese che sta cambiando; la lotta di alcuni per sfuggire a un passato di esclusione per andare verso un futuro più inclusivo; e la battaglia senza sosta per determinare chi conta davvero, e chi no. Chi può agire a pieno titolo come un cittadino con dei diritti, e chi no.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito sul numero 1362 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati