01 luglio 2015 17:33

E se la Grecia abbandonasse la moneta unica? Dopo che il paese non ha rimborsato un miliardo e mezzo di euro al Fondo monetario internazionale a mezzanotte del 30 giugno (il più importante mancato pagamento della storia dell’istituzione), quali saranno le conseguenze di una Greece exit (Grexit) per la zona euro? Due scenari estremi.

1) Lo scenario nero

È quello che tutti temono, il contagio. Un timore su cui ha del resto puntato Alexis Tsipras per costringere i suoi partner ad accordargli un compromesso favorevole. A quanto pare invano. Ma ecco che la Grecia trascina nella sua caduta i 18 partner. La zona euro deve prima fare i conti con il trauma economico prodotto dalla Grexit. La timida ripresa ne risulta scossa, perché la fiducia crolla: le famiglie preferiscono risparmiare per affrontare le incertezze del futuro e le imprese sospendono i loro progetti di investimenti prima di capire come andrà a finire. Alla fine del 2015 la zona euro è di nuovo in recessione con conseguenze drammatiche per l’occupazione, in particolare nei paesi più fragili (Francia, Italia, Spagna e Portogallo).

C’è poi un trauma politico: la moneta unica non è più irreversibile. In altre parole investire in Germania o in Portogallo non è più la stessa cosa e bisogna quindi distinguere a seconda dei paesi. La situazione provoca il panico: le borse crollano, perché si vendono le azioni delle imprese che si considerano più esposte e i tassi di interesse dei titoli di stato dei paesi più fragili cominciano a salire. Il Portogallo e la Spagna, in piena convalescenza, ne pagano le conseguenze, così come l’Italia e la Francia ormai considerate un anello debole della catena. Lo spread (divario tra i tassi di interesse nazionali rispetto ai bond tedeschi) s’impenna, i mercati si rifugiano nei paesi più sicuri, quelli dell’ex zona marco.

La Banca centrale europea (Bce) e il Meccanismo europeo di stabilità (Esm) intervengono comprando ingenti quantità dei titoli di stato, ma non riescono a calmare la situazione e i divari dei tassi rimangono importanti. I costi degli interessi per la Francia e l’Italia s’impennano e questo aumenta l’onere del debito e il deficit. Inoltre i bilanci della Bce e dell’Esm si riempiono di debiti di paesi dell’Europa meridionale, di fatto attribuendo alla Germania e agli altri paesi “virtuosi” il peso di questa situazione.

Le tensioni nell’eurozona aumentano. Le opinioni pubbliche sono sempre più pessimiste

Dall’altra parte del Reno, soprattutto all’interno della Bundesbank, i malumori sono sempre più forti contro questa deriva dell’unione monetaria. Il rischio dovrebbe rimanere nazionale, e invece viene mutualizzato. In nome di cosa la Germania dovrebbe assumersi il rischio di un eventuale fallimento italiano o francese? Una semplice ipotesi estrema? Non più di tanto: il trauma economico che è seguito alla Grexit ha toccato soprattutto i paesi del sud dell’eurozona, le loro finanze pubbliche si deteriorano rapidamente seguendo il ritmo del rallentamento economico.

E a questo bisogna aggiungere le perdite subite in seguito al default greco: 331,4 miliardi di euro in totale, di cui 70 miliardi per la Francia e 61,5 miliardi per l’Italia. I governi esitano ad adottare misure più drastiche, in Francia le elezioni presidenziali del 2017 si avvicinano e non bisogna fornire argomenti al Front national di Marine Le Pen.

Le tensioni nell’eurozona aumentano. Le opinioni pubbliche sono sempre più pessimiste: a sud perché la solidarietà sembra definitivamente compromessa; a nord invece perché si teme questa solidarietà con degli stati a rischio fallimento. I mercati cominciano a scappare dall’euro che diventa ogni giorno più fragile. Una zona che non ha saputo risolvere il problema greco, che rappresentava appena il 2 per cento del pil, potrà sopportare un fallimento italiano o francese? I giorni dell’euro sembrano contati.

2) Lo scenario rosa

I mercati hanno ampiamente assorbito l’abbandono dell’euro da parte della Grecia. A Bruxelles e a Francoforte tutti ne sono persuasi; hanno capito che non si tratta di un’imperfezione dell’euro ma di un problema esclusivamente greco, la sua incapacità di dotarsi di uno stato efficace, capace di riscuotere le tasse e di imporre delle riforme. L’Irlanda, il Portogallo, la Spagna e Cipro – paesi che hanno conosciuto delle difficoltà nel 2010 e che hanno beneficiato dell’assistenza finanziaria europea – sono tutti tornati sui mercati e hanno fatto registrare una solida crescita. Anche Cipro è in via di ripresa.

Questi precedenti hanno convinto gli investitori che la solidarietà funziona in seno alla zona euro e che gli stati hanno tutti la ferma volontà politica di rispettare le regole comuni. Tutti tranne la Grecia. E chi ancora ne dubitava deve fare i conti con il cannone della Bce, che ha aumentato il suo programma di acquisto di debito pubblico portandolo da 60 a 100 miliardi al mese per affrontare il trauma dell’uscita della Grecia, e con il bazooka dell’Esm (una capacità di prestito di 750 miliardi di euro). Gli hedge fund che si sono arrischiati a prendere posizioni contro il debito dei paesi periferici ne hanno pagato le conseguenze. L’unione bancaria ha anche permesso di evitare qualunque attacco contro le banche, visto che il controllo affidato alla Bce ha rassicurato i mercati. Traumatizzati dalla Grexit, gli stati membri della zona euro hanno saputo serrare i ranghi e nessuno ha intenzione di lanciarsi in azzardate iniziative individuali.

La Grexit dovrebbe servire da lezione per i paesi tentati di non seguire le regole del gioco dell’unione monetaria

I 18 decidono immediatamente di dare seguito al rapporto dei “cinque presidenti” (Commissione, Parlamento europeo, Consiglio europeo, Eurogruppo e Bce) del 26 giugno 2015 intitolato Completare l’Unione economica e monetaria europea. L’unione bancaria è rapidamente realizzata e viene avviata l’unione dei mercati di capitali, la convergenza di bilancio ed economica è resa ancora più vincolante e viene creato il parlamento della zona euro.

Questi progressi mostrano alle opinioni pubbliche che l’euro è davvero la loro moneta, che la controllano democraticamente, cosa che permette ai 18 di lanciare una riforma dei trattati per creare un unico bilancio della zona euro dotato di una capacità di prestito (Tesoro della zona euro). Cinque anni dopo la Grexit la zona euro non è mai stata così forte e ormai è capace di camminare sulle sue due gambe, quella monetaria e quella economica.

Wolfgang Schäuble, il ministro delle finanze tedesco è molto soddisfatto, tutto procede come sperato. Sostenitore da molto tempo di una zona euro ridotta, ha sempre pensato che si dovevano correggere certi errori del passato tra cui l’ammissione nel 2001 della Grecia nella zona euro. Per lui, così come per il responsabile della Bundesbank Jens Weidmann, la Grexit dovrebbe servire da lezione per i paesi tentati di non seguire le regole del gioco dell’unione monetaria e indicare al resto del mondo che la zona euro è una cosa per persone serie, che mantengono la parola data. La Francia in particolare ha recepito il messaggio e ha riportato i suoi conti in equilibrio. L’euro è ormai la prima moneta di riserva al mondo e anche il prezzo del petrolio è calcolato in euro.

(Traduzione di Andrea De Ritis)