23 marzo 2006 00:00

Questa mattina sono andata a correre. Normalmente non è una cosa di cui darei notizia ai miei lettori, ma abbiate un po’ di pazienza e capirete perché ve lo racconto. Di solito non faccio jogging, anzi di solito l’occupazione più faticosa a cui mi dedico è portare la biancheria pulita su per le scale.

Generalmente ho l’impressione che fare attività fisica sia qualcosa per cui non ho tempo, oltre al fatto che sono di una pigrizia sconvolgente e sto malissimo in tuta. È come guardare la tv, pulire la casa o dedicarmi agli impegni mondani (tranne qualche presentazione letteraria). Ci sono alcuni impegni “ruba-tempo” da cui proprio non posso scappare, tipo badare ai figli e guadagnarmi da vivere. Si tratta di questioni non negoziabili, perciò me ne occupo. Ma evito qualsiasi altra attività che mi porti via del tempo che potrei invece dedicare a quell’unica cosa per cui, al contrario, non ho mai abbastanza tempo: la scrittura.

Detto ciò, devo riconoscere che non c’è alcuna correlazione logica tra la scrittura di un buon romanzo e il fatto di avere molto tempo a disposizione. Non a caso i periodi meno produttivi della mia vita di scrittrice risalgono a quando studiavo o ero disoccupata, single e senza figli, con un’infinità di tempo libero. C’è qualcosa, nell’idea stessa di averne, che sembra opporsi alla creatività: il senso di colpa, forse, o il pensiero che se uno ne ha moltissimo, il risultato dev’essere per forza buono, altrimenti a che serve?

Sono gli stessi motivi per cui chi è in pensione o ha la possibilità di ritagliarsi un periodo da dedicare alla scrittura, rischia di avere serie difficoltà a buttare giù qualcosa di sensato. Capisco che chi ha una vita piena di impegni possa invidiare a morte le persone più libere, ma questo non cambia le cose.

Comunque, che voi apparteniate all’uno o all’altro gruppo, la soluzione è la stessa: si tratta di tracciare un bel recinto difensivo intorno al vostro tempo, di scegliere bene, nell’agenda settimanale, il momento speciale da dedicare alla scrittura, delimitarlo e renderlo sacrosanto. La scrittrice britannica Fay Weldon una volta raccontò che, quando i suoi figli erano piccoli, si alzava alle quattro o alle cinque di mattina, si rannicchiava davanti alla stufa in salotto e scriveva a matita su un blocchetto di carta.

Uno dei miei studenti della scuola serale ogni giovedì, uscito dal lavoro, andava dritto in biblioteca. Settimana dopo settimana, si metteva al tavolo e buttava giù idee in modo frenetico fino a quando gli addetti non passavano a spegnere le luci e a sistemare le sedie. Ovviamente c’erano anche altri momenti in cui scriveva, ma quelle due ore di scarabocchi matti e disperatissimi erano il suo tempo speciale, quello che non avrebbe sacrificato mai, per nessun motivo.

Qual è il vostro tempo speciale? Qual è il momento (e quale il posto) in cui nemmeno un disastro nucleare a due passi potrebbe distogliervi dal sedervi alla scrivania con carta, penna o tastiera? In che luogo dovete essere perché il vostro tempo diventi “speciale”?

Da quando ho dei figli, trovo sempre più difficile stare a casa a scrivere romanzi. Se lavoro a degli articoli, sbrigo la corrispondenza o altre faccende, posso starci. Lo stesso vale quando sono alla seconda stesura di un libro. Invece, la Cosa – la prima versione di un romanzo – devo scriverla in biblioteca, in un ufficio, ovunque ma non a casa. Il che pone un ovvio problema: devo far rientrare gli spostamenti nel mio tempo dedicato alla scrittura.

I minuti che spreco alla fermata dell’autobus non sarebbero spesi meglio se li passassi alla scrivania? Ho scoperto che posso accettare di sottrarre tempo alla scrittura per andare in un luogo dove mi risulta più facile scrivere, solo se questo spostamento diventa una sorta di riscaldamento. Come se pensare al libro mentre sto sull’autobus o sparpaglio le mie carte sul tavolo della biblioteca o mi alzo per un caffè non fosse tempo perso. Magari ci metto un’ora prima di cominciare davvero a lavorare, ma sono impaziente di farlo.

Tutto ciò ci riporta alla mia corsetta di stamattina. Vi sarà capitato di sentire che il modo migliore per rilassare i vostri neuroni era andare a farvi una corsa. A me non capita spesso, però oggi sì. Per voi potrà essere qualcos’altro: sistemare le matite, prepararvi una tazza di tè, salire e scendere a passo svelto le scale. Sono piccoli trucchi ma possono rivelarsi molto utili. Imparate a riconoscere che cosa vi può aiutare a scrivere e poi ricorreteci ogni volta. Alla fine abbaierete a comando, come il cane di Pavlov.

La prossima settimana vi parlerò dei risultati dell’esercizio sul “perdersi”. Nel frattempo voglio che stiate chini sui quaderni finché vi bruceranno gli occhi: individuate qual è il vostro tempo speciale, dove e perché, segnatevelo sul diario e poi costruitegli intorno un recinto di filo spinato.

Internazionale, numero 634, 23 marzo 2006