Il 1 luglio del 2016 ricevo una telefonata. Sono le nove di sera, una voce di donna, gentile ma leggermente concitata, mi chiede se disturba, se può farmi delle domande su quello che è successo a Dhaka. È una giornalista di Radio Rai. Poso il romanzo di Mircea Eliade Bengal nights e, confusa, le chiedo di andare avanti. Non ho idea di cosa stia parlando: penso alla serie di omicidi che hanno colpito blogger, scrittori, minoranze religiose, popolazioni indigene, missionari cristiani, attivisti del movimento lgbt. Penso che ci sia stato un altro efferato assassinio ai danni di qualche cooperante italiano o che sia crollata un’altra palazzina come il Rana Plaza, dove 1.129 operaie e operai del tessile morirono nell’aprile del 2013, e altre 2.500 persone rimasero ferite.

Prendo tempo, mentre la giornalista mi tempesta di domande vado di fronte al computer, mi collego a internet. Leggo velocemente, mentre cerco di spiegare al telefono che no, il Bangladesh non è un “paesino” ma uno stato indipendente, sorto dalle ceneri di un progetto fallimentare come la partizione del 1947, che ha diviso la popolazione dell’India indipendente in due stati: uno a maggioranza indù, l’India, e uno a maggioranza musulmana, il Pakistan.

Nel 1971, con la guerra di liberazione, il Pakistan orientale si reinventa con il nome di Bangladesh, scegliendo la lingua e la cultura bengali come discriminante identitaria su cui costruire il nuovo stato-nazione.

Da allora, la visione dell’occidente sul Bangladesh è stata soprattutto veicolata da immagini di povertà estrema, calamità naturali e la presenza dei venditori di rose e ombrelli che popolano le nostre città. Chi siano, cosa pensino, come si viva in Bangladesh e cosa sia diventato questo giovane paese negli ultimi quarantacinque anni a nessuno importa. La verità è complessa, a volte è scomoda.

Vedo che, sui social media, alcuni ragazzi e ragazze bangladesi, con un entusiasmo che mi sconcerta, postano commenti su chi siano gli efferati assassini di Dhaka. Sono questi giovani della “Dhaka bene” che cominciano a identificare i corpi dei “ragazzini del terrore” (perché non riesco, non me ne vorrete, a chiamarli jihadisti o terroristi islamici): compagni di classe, amici con cui si giocava a calcio o a cricket, giovani rampolli di famiglie benestanti, ripresi in video amatoriali a condurre vite “normali”, a frequentare scuole costose.

Cinque giovani di buona famiglia, con ottime prospettive per il futuro, istruiti e vestiti all’occidentale. Tutti a chiedersi cosa sia andato storto

L’imbarazzo, da un lato, e la sorpresa, dall’altro, sono entrambe reazioni di un’ipocrisia sconfinata: avrebbe fatto comodo, forse, trovarsi di fronte i corpi martoriati di un gruppo di poveracci dei basti della capitale, o studenti di qualche scuola coranica di villaggio, barbuti e accigliati, o i figli della Dhaka oppressa, arrabbiata per le ingiustizie sociali che attanagliano il paese da sempre e che fanno riflettere (solo oggi, solo per qualche giorno come accadde dopo il crollo del Rana Plaza) sugli investimenti delle multinazionali dell’abbigliamento. E invece, stesi sul giardino della Holey Artisan Bakery, ci sono i corpi di cinque giovani di buona famiglia, con ottime prospettive per il futuro, istruiti e vestiti “all’occidentale”. Tutti a chiedersi cosa sia andato storto, quale sia il tassello mancante del puzzle.

Disturba pensare che ci si trovi di fronte (e il forse qui è d’obbligo) a uno scenario alla Stanley Kubrick: come in Arancia meccanica, forse anche qui si è ammazzato per noia, per desiderio di onnipotenza, per un vuoto esistenziale che divora l’anima, per la banalità di compiere il male e postarlo, vigliaccamente, su Facebook o su Twitter. Come in Arancia meccanica, forse anche questi “ragazzini del terrore” avevano bevuto un cocktail di latte e droghe, o si erano fatti di yaba, la pasticca rosa che gira tra i giovani, venduta dai pusher con il beneplacito di poliziotti corrotti e guardie di confine che lucrano su questi scambi commerciali illeciti.

Le armi arrivano allo stesso modo. Magari questi “ragazzini del terrore” avevano guardato per ore, sin da piccoli, i programmi pericolosamente esilaranti di Zakir Naik, fondatore della Peacetv (!), che propina pillole di islam a uso e consumo di milioni di persone che se le bevono come acqua santa.

Messo al bando in diversi paesi del mondo, il governo del Bangladesh, che pure sostiene di combattere il diffondersi del radicalismo e dell’ideologia wahabita, non ha mai ritenuto il signor Naik un esponente pericoloso e subdolo di un’ideologia ottusa e fanatica. Il governo del Bangladesh ha preferito mettere a tacere, o perfino arrestare, blogger, giornalisti e scrittori che denunciavano la deriva estremista nel paese, ha preferito mettere al bando il cartone giapponese Doraemon, perché doppiato in hindi e perché è un “gatto bugiardo”, cattivo esempio per i nostri bravi bambini. Non si vede in giro nemmeno Peppa Pig, che forse non è halal abbastanza come la brava Hello Kitty. Ci risvegliamo, oggi, in un Bangladesh che nessuno sembra aver davvero compreso.

Ecco, dunque, tre libri per cercare di capire il Bangladesh.

Vergogna, Taslima Nasreen

Il primo che mi sento di consigliare è Vergogna (Mondadori 1995) di Taslima Nasreen, il romanzo che le è costata la prima fatwa e l’esilio dal Bangladesh. Vergogna denuncia l’orrore degli attacchi e delle rappresaglie contro la minoranza indù in Bangladesh in seguito all’altrettanto orrendo attacco alla moschea Babri masjid (1992) ad Ayodhya, in India. Il 6 dicembre del 1992, un gruppo di fanatici indù distrusse la moschea adducendo come spiegazione il fatto che la Babri masjid fosse stata edificata sul luogo dove era nato il dio Rama e dove sorgeva un tempio a lui dedicato.

Vergogna racconta la storia della famiglia Dutta, di religione indù, che si trova a fare i conti con le violenze dei fondamentalisti islamici a Dhaka. Nella premessa al romanzo, Nasrin denuncia la follia dei massacri in nome di una qualsiasi religione, e sostiene che “l’unico modo di arginare il fondamentalismo e la sua perversa influenza è l’unione di tutti noi che crediamo nei valori dell’umanesimo e del laicismo”.

Sebbene divisi da un confine politico, India e Bangladesh condividono un crescente problema di fondamentalismo religioso, fomentato da interessi politici ed economici in paesi dove spesso la religione è il principale strumento di mobilitazione delle masse. L’hanno capito bene i politici come il premier indiano Modi e la prima ministra bangladese Hasina, che giocano a fare i mediatori mentre abbassano o sollevano la fiamma del calderone religioso, tastando il polso della popolazione e secondo il momento politico – in tempo di crisi di governo o in prossimità delle elezioni. Il titolo del romanzo (nell’originale bengali Lojja) è sintomatico di un sentimento, “la vergogna”, che Nasreen vorrebbe provassero coloro che, in nome di una religione, compiono azioni terribili contro altri gruppi di religione diversa o, come abbiamo visto negli ultimi anni in Bangladesh, contro chi si professa ateo e laico.

Come un diamante nel cielo, Shazia Omar

Al romanzo di Taslima Nasreen vorrei affiancarne uno meno noto ma a mio avviso altrettanto importante per capire i fatti di Dhaka: Come un diamante nel cielo di Shazia Omar (Metropoli d’Asia 2009). Psicologa di formazione, Shazia Omar propone uno spaccato di vita della Dhaka bene, dove rampolli di famiglie ricche finiscono nella rete del traffico di droga e di diamanti.

Un affresco a tinte forti di un Bangladesh che raramente arriva sui nostri giornali e che i fatti di Dhaka ci stanno costringendo a osservare da vicino, pur senza gli strumenti adatti e le lenti giuste. Mancano seri studi di psicologia sociale, sono scarsi anche gli studi sociologici per capire come lo sviluppo economico di questo paese – celebrato come esemplare nella sua performance durante i quindici anni degli Obiettivi del millennio dell’Onu (Mdg 2015) e come esempio da seguire per raggiungere gli Obiettivi dello sviluppo sostenibile (Sdg 2030) – sia stato affiancato da una crescita del fondamentalismo religioso.

Non ci si chiede mai quali siano le responsabilità del governo, che lo studioso della London school of economics David Lewis non esita a definire una “democrazia illiberale”, e quali, invece, quelle della comunità internazionale, che non considera più il Bangladesh un “basket case” senza speranza, ma piuttosto un luogo di investimenti sicuri, dove la manodopera a basso costo e la corruzione diffusa sono fattori di incentivo alla delocalizzazione invece che motivo di perplessità.

Bangladesh: politics, economy and civil society, David Lewis

Come terzo libro propongo il saggio di David Lewis, Bangladesh: politics, economy and civil society (Cambridge University Press 2012). Lo consiglio soprattutto a chi in Bangladesh vorrebbe andarci per viaggiare, per lavorare, ma soprattutto per conoscere e capire un paese che è stato a lungo dimenticato. Lewis, in un linguaggio semplice adatto anche ai non accademici, tenta di spiegare la politica e l’economia del Bangladesh alla luce dei movimenti sociali, interrogandosi sul ruolo (o non ruolo?) della società civile e degli intellettuali nel monitorare un paese in crescita che, in tale processo, sembra quasi, se mi si passa il termine, aver venduto l’anima al diavolo.

Lewis, che proprio un mese fa (il 3 giugno 2016, in un intervento alla Lse in compagnia di altri studiosi di spicco come Amartya Sen e Naila Kabeer) si era detto ottimista sulle sorti di questo giovane stato asiatico, nel suo libro fa riflettere su quali siano i problemi che uno sviluppo economico rapido, non accompagnato da un altrettanto rapido sviluppo della società civile, possano significare per il futuro del Bangladesh e per il suo ruolo di nuova potenza economica in Asia.

Serve la volontà di capire un paese giovane, la cui storia ha radici antiche e complesse

Nell’aprile del 2013, quando ci svegliammo turbati dalla tragedia di Savar, con le migliaia di vittime sepolte sotto le macerie del Rana Plaza, ricevetti un’altra telefonata. Un imprenditore di Varese voleva incontrarmi. Dissi di sì. Mi trovai di fronte una persona distinta e cordiale, che mi chiedeva se, alla luce di quanto accaduto, ritenessi sicuro un investimento nel settore tessile a Dhaka. Ricordo che parlammo per più di un’ora, ma che rimasi colpita dal fatto che nemmeno una volta l’imprenditore sembrò preoccuparsi delle condizioni dei lavoratori dell’industria tessile del Bangladesh, in larga misura giovani donne senza diritti, decisamente sfruttate e sottopagate.

Intravedendo le mie perplessità, si affrettò a dire che in Sri Lanka, dove producevano da anni biancheria intima per l’esportazione, tutti gli operai della sua multinazionale erano ben pagati e le strutture messe in sicurezza. Non ricordo se sorrisi per condiscendenza, pensando a reggiseni e mutandine prodotti nel rispetto delle basilari norme di civiltà e rispetto della vita altrui, pensando che questo racconto non corrispondeva alle immagini che la televisione e i mezzi d’informazione ci rimandavano da Savar, nel 2013, e ci ripropongono oggi, con storie di sfruttamento di bambini, donne, uomini, indiscriminatamente oppressi. Qui, davvero, si potrebbe dire che “non c’è più religione”!

Ci lasciammo cordialmente, io sicura di non essere riuscita a fargli capire che il pericolo in Bangladesh non era dovuto a possibili rivolte operaie, lui contento nell’apprendere questo. Serve la volontà di capire un paese giovane, la cui storia ha radici antiche e complesse, uno stato attraversato da dissidi politici che hanno strumentalizzato il sentimento religioso creando una polveriera pronta a esplodere.

Sembra che sia imbarazzante constatare che, a detonare l’esplosivo, non siano stati i poveri operai offesi e indignati, e che i “ragazzini del terrore” non siano almeno dei Robin Hood degli oppressi, che vogliono riscattare la dignità offesa degli ultimi. La realtà è un’altra. L’identità delle vittime e dei carnefici è un’altra: non erano disumani sfruttatori, gli uni, e non erano crudeli vendicatori, gli altri. Forse questi libri possono, in parte, provare a introdurre il Bangladesh “reale”, quello che finora non si è voluto conoscere, non si è voluto “capire”.

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