09 settembre 2021 18:16

Dopo una prima settimana convulsa e affollata, la 78esima edizione della Mostra del cinema di Venezia si avvia placidamente alla conclusione. Chissà se sarà la giuria presieduta dal regista coreano Bong Joon-ho, vincitore di Oscar e Palma d’oro (un habitué di Cannes, per la prima volta in veste ufficiale al Lido), e con il Leone d’oro uscente Chloé Zhao a regalare qualche botto finale.

Prima di parlare dei film, non si può non affrontare la questione del sistema di prenotazioni dei posti per gli accreditati, gestito dal gigante delle prevendite Boxol e già sperimentato nell’edizione 2020 senza intoppi, che ha spazientito, ostacolato e scoraggiato molti utenti, che non riuscivano a trovare posto in sala. Lo stesso direttore artistico della Mostra, Alberto Barbera, lo ha definito “un disastro”. È un sistema, reso necessario dalle esigenze dettate dalla pandemia, che va perfezionato, perché sicuramente sarà adottato anche per la prossima edizione.

D’altro canto, rispetto all’edizione 2020 è cresciuta la domanda di accrediti e di biglietti per le proiezioni. Nel complesso, se i numeri del festival ci dicono che forse il cinema sta uscendo dal periodo più difficile, il muro che impediva al pubblico di vedere da vicino i divi sfilare sul tappeto rosso si può interpretare come un segnale del fatto che ok, ci siamo quasi, ma quel momento forse non è ancora arrivato.

Ma veniamo ai film. Si è parlato molto della grande quantità di pellicole italiane, arrivando a evocare uno stato di grazia del nostro cinema. Accanto ai cinque film in concorso (È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, Qui rido io di Mario Martone, Freaks out di Gabriele Mainetti, America Latina dei fratelli D’Innocenzo e Il buco di Michelangelo Frammartino) c’erano almeno altri quindici film italiani nelle varie sezioni, con firme importanti come Andrea Segre, Wilma Labate, Roberto Andò, Leonardo Di Costanzo, Stefano Mordini e Giuseppe Tornatore.

In quello che sembra un ottimo stato di salute del nostro cinema c’è paradossalmente lo zampino del covid-19 e della lunga chiusura delle sale. I distributori si sono trovati con tanti film in dispensa e hanno colto l’occasione ideale per svuotarla, nella speranza che il sistema delle sale possa finalmente rimettersi a regime.

Splendori napoletani
Ho perso il più atteso dei film italiani in concorso, È stata la mano di Dio, di Paolo Sorrentino, che ha convinto la critica, in Italia e all’estero, e a detta di molti può inaugurare una nuova fase creativa e artistica per il premio Oscar napoletano. Rimanendo a Napoli, c’è il bellissimo Qui rido io di Mario Martone. Il ritratto di Eduardo Scarpetta, “patriarca” del teatro napoletano del novecento, è una ricca ricostruzione su una pagina di storia del teatro italiano (il processo che vide Scarpetta alla sbarra con l’accusa di aver plagiato il vate D’Annunzio) e un omaggio commovente a tutta la cultura popolare napoletana del novecento e a una delle sue famiglie “allargate” più rappresentative. Toni Servillo guida un cast eccezionale. Da Maria Nazionale a Iaia Forte, da Cristiana Dell’Anna a Gianfelice Imparato, da Roberto De Francesco a Eduardo Scarpetta, omonimo discendente del “patriarca”, tutti sembrano riuscire a trovare quasi per magia il loro posto al sole.

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Salendo verso nord, si fa tappa a Roma con Freaks out, secondo film di Gabriele Mainetti, molto atteso. Il regista di Lo chiamavano Jeeg robot aveva tutti gli occhi puntati addosso. Da un certo punto di vista non ha deluso le attese con un film spettacolare, divertente e a tratti emozionante. La storia di un manipolo di fenomeni da baraccone dotati di poteri speciali, chiamati loro malgrado a salvare il mondo dai deliri di un pianista nazista con dodici dita, capace di predire il futuro, il tutto sullo sfondo della Roma città aperta del 1943, è evidentemente originale.

Ma Gabriele Mainetti e il fedele sceneggiatore Nicola Guaglianone pescano a piene mani ovunque (da Rossellini a Tim Burton, da Cocteau a Spielberg) per arrivare all’obiettivo. Va bene così: un cinema italiano spettacolare e commerciale, che ha poco da invidiare ai blockbuster, è possibile. La strada per tornare a fare del nostro cinema un’industria può essere questa. Sul fatto che sia un’autostrada trafficata, e non un sentiero di montagna, il dibattito è aperto. Un’ultima cosa. In mezzo a un cast di attori consumati, la giovane protagonista del film Aurora Giovinazzo è l’anima (e la fonte energetica) della pellicola.

All’uscita dalla proiezione della Scuola cattolica di Stefano Mordini, presentato fuori concorso, alcuni ragazzi molto giovani lo commentavano come se si trattasse di un’opera di fantasia. Anche ignorando il fatto che il film sia tratto dall’omonimo romanzo di Edoardo Albinati (premio Strega 2016), era impossibile per una persona della mia generazione confondere il massacro del Circeo con qualcosa di inventato. Detto questo, è senz’altro difficile ridurre un romanzo di oltre mille pagine in un film senza compiere delle scelte precise. Così come realizzare il mosaico di un’epoca in cui il massacro del Circeo è solo un tragico tassello. E trattare un evento come quello senza cadere nei tranelli della cronaca nera.

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Mordini ha affrontato con generosità questa sfida ardua, forse troppo. Sicuramente La scuola cattolica ha il merito di raccontare ai ragazzi, che magari non leggono i libri dei premi Strega, un fattaccio il cui ricordo sta lentamente sbiadendo e che invece, per molti motivi, è giusto non dimenticare.

Per gli altri due film italiani che ho visto a Venezia, Il buco di Michelangelo Frammartino e Ariaferma di Leonardo Di Costanzo, vi rimando alle recensioni di Goffredo Fofi, pubblicate sul nostro sito. Aggiungo solo una cosa. Il buco è il primo film che ho visto appena arrivato al Lido. La nebbia che avvolge le vette dei monti del Pollino, la discesa silenziosa degli esploratori nelle viscere della Terra, i tratti del pennino del geologo che disegna la sezione di una delle caverne più profonde del mondo sono immagini che mi hanno fatto aprire per bene occhi e orecchie, preparandomi alla perfezione all’abbuffata di film che sarebbe seguita. Tra questi anche molti film stranieri di cui parleremo in seguito.