Le rovine della città di Hajin, nella provincia siriana di Deir Ezzor, il 27 gennaio 2019. (Delil Suleiman, Afp)

I missili della discordia tra Stati Uniti e Turchia

Le rovine della città di Hajin, nella provincia siriana di Deir Ezzor, il 27 gennaio 2019. (Delil Suleiman, Afp)
04 aprile 2019 11:31

Gli Stati Uniti e la Turchia sono due paesi della Nato, e la crisi che in questo momento li contrappone potrebbe scuotere l’alleanza militare occidentale, proprio mentre l’istituzione celebra il settantesimo anniversario della sua fondazione, all’inizio della guerra fredda.

In settimana gli Stati Uniti hanno compiuto il primo passo verso il blocco della consegna alla Turchia di 120 aerei da combattimento di nuova generazione F-35. Washington minaccia inoltre di congelare la partecipazione della Turchia alla produzione dei componenti degli aerei, un contratto del valore di svariati miliardi di dollari, nonostante Ankara sia associata allo sviluppo del nuovo aereo e abbia già sborsato un miliardo di dollari.

All’origine dello scontro c’è la decisione del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan di acquistare il sistema russo di difesa antiaerea S-400. Per Washington si tratta di una posizione incompatibile: Ankara deve scegliere, per ragioni di sicurezza ma anche di lealtà.

Donald Trump ha cercato di convincere Erdoğan a tornare sulla sua decisione presentandogli una controfferta di missili Patriot. Ma non è servito.

La crisi di fiducia tra gli Stati Uniti e la Turchia, in ogni caso, è ben più profonda. I punti di attrito non mancano, a cominciare dalla presenza negli Stati Uniti del leader islamico turco Fetullah Gülen, un tempo vicino a Erdoğan e attualmente accusato di aver organizzato il tentato colpo di stato del 2016. Erdoğan sperava che Trump gli avrebbe “consegnato” Gülen, ma non è così semplice.

Dopo la sconfitta alle elezioni amministrative nessuno sa fino a che punto intenda spingersi Erdoğan

Un altro tema delicato è la sorte dei curdi di Siria, alleati degli Stati Uniti nella lotta contro il gruppo Stato islamico (come confermano i fatti degli ultimi giorni). Trump aveva deciso unilateralmente di ritirare le truppe dalla Siria, abbandonando i curdi all’ira dei turchi, che li considerano terroristi. Alla fine, però, il presidente statunitense si è lasciato convincere dai militari a mantenere un contingente, frenando dunque le ambizioni della Turchia.

Il cuore del problema, però, è l’atteggiamento del presidente Erdoğan, che nel suo sogno di restituire alla Turchia la grandezza ottomana assume una posizione autonoma: collabora con la Russia e l’Iran sulla Siria, attacca l’occidente di cui dovrebbe essere alleato e ignora qualsiasi critica sui diritti umani.

Nessuno sa fino a che punto intenda spingersi Erdoğan. Il presidente ha appena subìto una sconfitta elettorale cocente perdendo il controllo delle due città più grandi del paese, Ankara e Istanbul, nel contesto di un paese in piena crisi economica. La tentazione di trovare un capro espiatorio all’estero si fa grande.

La carta islamica-nazionalista è una delle ultime rimaste a Erdoğan, e di sicuro non lo spinge ad allentare la tensione. Il presidente turco condivide un tratto del carattere con Donald Trump: l’ostinazione e la volontà di vincere per ko, rifiutando qualsiasi compromesso.

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Per molto tempo la Turchia è stata uno dei pilastri della Nato e ospita una delle più importanti basi militari statunitensi a İncirlik, dove sono stazionati bombardieri nucleari B61 e migliaia di soldati. Una rottura con Washington sarebbe un colpo di scena storico.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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