Uno yemenita prende parte a una manifestazione contro i bombardamenti condotti dall’Arabia Saudita a Sanaa, 21 febbraio 2019. (Mohammed Huwais, Afp)

Le armi francesi usate in Yemen svelano un’ambiguità diffusa

Uno yemenita prende parte a una manifestazione contro i bombardamenti condotti dall’Arabia Saudita a Sanaa, 21 febbraio 2019. (Mohammed Huwais, Afp)
16 aprile 2019 11:43

In Europa non abbiamo il cinismo sfrontato di un Donald Trump, che dopo l’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi ha dichiarato che non si potevano mettere a rischio cento miliardi di dollari di vendite di armi all’Arabia Saudita. Eppure, nei fatti, non siamo molto lontani da questo tipo di atteggiamento.

Le rivelazioni del sito d’inchiesta francese Disclose sull’utilizzo di armi francesi nella guerra in Yemen evidenziano le incoerenze di una politica degli armamenti diventata indispensabile come una droga pesante.

La Francia gaullista vuole garantire al massimo la sua autonomia, ma ha un bisogno vitale di esportare il materiale bellico per far fruttare lo sviluppo e la produzione che il mercato nazionale non riesce più ad assorbire. In ballo, non dimentichiamolo, ci sono migliaia di posti di lavoro.

Diffusa ambiguità
Il risultato è che la Francia è il quarto esportatore di armi al mondo dopo gli Stati Uniti, la Russia e la Cina, e prima della Germania. In questo senso non sorprende che gli acquirenti siano spesso paesi problematici.

Naturalmente esistono regole nazionali, europee e internazionali per il commercio di armi, ma in questo campo l’ambiguità è molto diffusa. Il governo francese afferma che i cannoni Caesar, uno dei fiori all’occhiello dell’industria francese venduti all’Arabia Saudita, hanno scopi difensivi, ed effettivamente sono installati sul versante saudita della frontiera. Ma con una gittata di oltre 40 chilometri, sono usati per preparare un’offensiva terrestre in Yemen. Il dibattito sulla vendita di armi riemerge regolarmente a proposito della guerra sporca in Yemen, che ha devastato un intero paese ma che nessuno, tra gli alleati dei sauditi e degli Emirati Arabi Uniti, difende più sul piano dei princìpi.

L’omicidio del giornalista Khashoggi il 2 ottobre 2018 all’interno del consolato saudita di Istanbul ha attirato l’attenzione sul destino dello Yemen e sulla vendita di armi a Riyadh. Negli Stati Uniti una maggioranza bipartisan ha votato per chiedere all’amministrazione Trump di interrompere il sostegno all’Arabia Saudita in Yemen.

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In Europa il dibattito è stato molto acceso, soprattutto in Germania. Il governo di Berlino, pressato dal Partito socialdemocratico alleato della Cdu di Angela Merkel, ha annunciato l’imposizione di un embargo sulla consegna di armi, ma la Francia è andata avanti sostenendo che le sue armi non sono utilizzate nel conflitto.

Dopo le rivelazioni di Disclose, il 15 aprile dieci organizzazioni non governative hanno chiesto al governo francese di interrompere qualsiasi consegna di armi all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti, ipotizzando la creazione di una commissione d’inchiesta parlamentare sulla vicenda.

Ma l’argomento è anche al centro di un contenzioso tra Parigi e Berlino, perché la Germania, per rispettare l’accordo di coalizione interno, blocca le esportazioni francesi di equipaggiamenti che comprendono componenti tedesche.

Nei circoli della difesa francese la posizione tedesca è stata aspramente criticata, ma le ambiguità della Francia, portate alla luce, rendono queste critiche poco meritevoli e senza dubbio insostenibili.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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