Il primo ministro spagnolo uscente, Pedro Sánchez, davanti al quartier generale del Partito socialista a Madrid, il 10 novembre 2019. (Bernat Armangue, Ap/Ansa)

In Spagna le elezioni prolungano la crisi politica

Il primo ministro spagnolo uscente, Pedro Sánchez, davanti al quartier generale del Partito socialista a Madrid, il 10 novembre 2019. (Bernat Armangue, Ap/Ansa)
11 novembre 2019 10:29

Domenica 10 novembre gli spagnoli hanno votato per la quarta volta in quattro anni, e le ennesime elezioni anticipate non hanno permesso al paese di lasciarsi alle spalle la crisi politica. Al contrario.

L’elemento sconvolgente delle elezioni in Spagna è il risultato di Vox, partito di estrema destra che ha raddoppiato il numero di seggi. Fino a cinque anni fa Vox non esisteva, ma oggi è la terza forza politica nazionale. Il partito deve questo successo alla crisi catalana e alle violenze che il mese scorso hanno segnato Barcellona dopo la condanna a dure pene carcerarie inflitta ai leader indipendentisti. L’estrema destra ha sfruttato la situazione durante la campagna elettorale per soffiare sul nazionalismo.

Ma Vox si nutre anche dell’instabilità politica spagnola. Il primo ministro socialista Sánchez non è riuscito a costruire una maggioranza dopo il voto di aprile, e anche stavolta incontrerà grandi difficoltà.

Qualcosa si è bloccato nella vita politica spagnola, che dopo il ritorno della democrazia e la morte di Franco era stata dominata da due grandi partiti, i socialisti e i conservatori.

La crisi catalana ha permesso all’estrema destra di crescere, prima in Andalusia e poi a livello nazionale

La crisi economica ha colpito duramente il paese, con il suo bagaglio di sfiducia nei confronti di una classe politica considerata inefficace. Ma le alternative via via emerse hanno mostrato presto i loro limiti. Ciudadanos, formazione di centrodestra, ha vissuto un periodo di gloria, ma è crollata nello scrutinio di domenica. Podemos, partito della sinistra radicale, è costretto ad affrontare complicati problemi interni. Nel frattempo la crisi catalana ha permesso all’estrema destra di crescere, prima in Andalusia e poi a livello nazionale.

La frammentazione non è appannaggio esclusivo della Spagna, ma un fenomeno che si ripresenta in quasi tutte le democrazie europee, colpite dalla crisi dei grandi partiti di governo. Accade in Francia, in Italia e nella maggior parte delle vecchie democrazie, Germania compresa, dove la grande coalizione destra-sinistra sembra non avere più futuro.

L’aspetto più significativo, in tutto questo, è che il voto, strumento di decisione definitiva da parte del popolo sui grandi temi di un paese, non è più sufficiente in questo clima segnato dalla polarizzazione. È il caso della Spagna, ormai in crisi prolungata, ma non solo. I britannici voteranno tra tre settimane, anche in questo caso anticipatamente, per tentare di uscire dall’impasse in cui si trovano ormai da tre anni.

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A essere rimessa in causa, evidentemente, è la democrazia rappresentativa. Gli elettori hanno la sensazione che il voto non possa cambiare le loro vite perché le decisioni non dipendono più dalle urne ma da forze più potenti e più oscure. I social network, dal canto loro, non fanno che alimentare questo sospetto.

Winston Churchill diceva che la “democrazia è il peggiore dei sistemi, fatta eccezione per tutti gli altri”. L’aforisma si applica anche alla democrazia rappresentativa, che manifesta segnali di usura e persino di inadeguatezza alle esigenze dei cittadini. Il problema è che non abbiamo ancora trovato qualcosa di meglio.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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